Ciò che è acquisito in arte non si perde

Fonte: Wikimedia Commons
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Nel panorama artistico della capitale, durante gli anni sessanta, c’era un fervore culturale che racchiudeva tutte le discipline: arte, letteratura, musica, teatro. Un dinamismo indomito che irrompeva nel clima statico e stagnante diffuso.

Un testimone di questa fase è Mario Ceroli che si sofferma a descrivere questo spirito nuovo. Nelle sue parole l’immagine dell’artista è colui che respira l’arte, colui che “lavora per sé stesso, per il piacere di farlo”. I lavori nati in quest’epoca da questa scuola di pensiero ruotano intorno a nomi quali Kounellis, Festa, Mambor, Pascali, di Angeli, Lombardo, Tacchi, e sono eseguiti in un’ottica di libertà dal monopolio del mercato. Nelle parole di Mambor: “quando si faceva un quadro non era per farlo vedere ai critici, ma per farlo vedere agli amici”.

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Il connubio felicità-lavoro a cui fa riferimento Ceroli sottolinea l’indipendenza di pensiero e di espressione che caratterizzavano il motus artistico. Un periodo pieno di slanci, sperimentazioni, senza debiti a stilemi stilistici. Gli artisti sostentavano da soli la loro attività, senza finanziamenti esterni. Parole d’ordine era peculiarità e singolarità.

Mai subirono influenze e condizionamenti dal panorama artistico americano, le radici erano solide italiane. Varie le contaminazioni con il teatro di Ronconi, Bolognini e il cinema di Pasolini. Essi portarono avanti le loro idee, senza lasciarsi influenzare.

La situazione però degenerò a causa della scarsa compattezza nel gruppo, “serpi in seno”; critiche e giudizi che portarono a una crisi e a un disordine difficilmente ricomponibili. Ma essi rimangono comunque nell’immaginario comune come dei pionieri che hanno esordito come veri ”pittori della vita moderna”, non curanti dei dettami sociali e commerciali, ma interpreti di un’arte fine a sé stessa. L’atto creativo per loro costituiva di per sé già una fonte di soddisfazione. Il processo creativo era arte. L’apprezzamento a posteriori da parte del pubblico delle opere eseguite era un passaggio successivo e secondario.

Costanza Marana

 

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