Alla vigilia della Giornata Internazionale per le Vittime di Tortura, che si celebra proprio il 26 giugno, la Lega ha presentato, con un agghiacciante tempismo, un pacchetto di proposte sulle carceri che ha scatenato un’immediata tempesta politica per il pericoloso obiettivo. Matteo Salvini ha infatti rivendicato di circoscrivere il reato di tortura. Ciò significa aprire la procedura per la modifica del reato di tortura, l’introduzione del taser per gli agenti della polizia penitenziaria e la garanzia del patrocinio legale gratuito per coloro che si trovano sotto inchiesta. Un progetto definito da Matteo Salvini come una necessaria azione di tutela verso chi lavora nelle carceri “in condizioni delicatissime”, ma che per le opposizioni rappresenta un pericoloso attacco ai diritti fondamentali.
Le reazioni: opposizione in rivolta
Le dichiarazioni di Salvini hanno subito incontrato il muro dell’opposizione contro la volontà di circoscrivere il reato di tortura. La senatrice Ilaria Cucchi (AVS) ha denunciato l’iniziativa come “propaganda politica sulla pelle delle vittime”, citando direttamente il massacro nell’istituto penitenziario di Santa Maria Capua Vetere.
A lei si sono uniti esponenti del PD, del M5S e di Più Europa, denunciando un clima autoritario e un tentativo di scardinare tutele fondamentali. “Prima la tortura, poi la pena di morte?”, ha provocatoriamente chiesto Debora Serracchiani del Partito Democratico, mentre il senatore Alfredo Bazoli ha accusato la Lega di voler “liberalizzare la repressione”.
Il progetto di riforma: scudo penale e taser
Alla base della proposta leghista di circoscrivere il reato di tortura c’è l’idea di ridurre la pressione giudiziaria sugli agenti penitenziari. Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari ha spiegato che “non è accettabile che un agente venga iscritto nel registro degli indagati senza verificare se esistano cause di giustificazione”. Il pacchetto prevede quindi non solo il gratuito patrocinio legale, ma anche una revisione del reato di tortura, considerato troppo vago e penalizzante per le forze dell’ordine. Secondo Ostellari, il taser, “se usato in modo regolamentato”, sarebbe uno strumento utile per ristabilire la sicurezza negli istituti penitenziari.
Durante la conferenza alla Camera, Antonio Fellone, responsabile carceri della Lega, ha aggiunto un ulteriore elemento polemico sostenendo che “il 90% degli eventi critici nelle carceri coinvolge detenuti stranieri, in particolare nordafricani”, alimentando così la retorica e una narrazione sempre più xenofoba e allarmista. Un’affermazione che ha avuto il sapore di un attacco etnico e ha rilanciato la consueta retorica leghista del “mandiamoli a casa loro”. Un linguaggio che, secondo molti osservatori, tende a spostare il dibattito dalle reali condizioni del sistema penitenziario a un piano ideologico e identitario.
La fragilità della legge sulla tortura e i timori del mondo giuridico
La legge italiana sul reato di tortura è entrata in vigore solo nel 2017, in ritardo rispetto alla gran parte degli Stati europei, dopo anni di resistenze soprattutto da parte dei partiti di destra. Nonostante la sua esistenza, il reato è raramente contestato nei procedimenti giudiziari per via delle numerose ambiguità interpretative. Per le associazioni per i diritti umani, tra cui Antigone, rappresenta comunque un presidio minimo e irrinunciabile. Il presidente Patrizio Gonnella ha ricordato come la tortura sia un crimine contro l’umanità sancito anche dalla nostra Costituzione. “Chi propone di modificarla – ha detto – si pone fuori dall’ordine costituzionale”.
Non è la prima volta che Salvini tenta di portare avanti misure simili. Sei mesi fa aveva già cercato di introdurre uno scudo penale per le forze dell’ordine attraverso il ddl Sicurezza, successivamente trasformato in decreto e ad oggi in vigore. Ora rilancia la battaglia da Montecitorio, in un clima che sa di comizio permanente più che di riflessione istituzionale. La sala Salvadori, gremita di agenti, ha fatto da cornice a un discorso che ha puntato tutto sull’enfatizzazione del ruolo della polizia penitenziaria come vittima del sistema giudiziario e mediatico.
Il tentativo di ridurre le garanzie giuridiche nel nome della sicurezza e di circoscrivere il reato di tortura rischia di creare un corto circuito pericoloso tra propaganda politica e diritti umani. Mentre le opposizioni promettono battaglia in Parlamento, resta il nodo di un sistema carcerario in crisi strutturale, che avrebbe bisogno prima di tutto di più risorse, personale e formazione. Più che di taser o di scudi penali, forse servirebbe una visione più ampia e meno strumentale del rapporto tra legalità, giustizia e umanità.
Come ricorda Antigone, la volontà di compromettere e, in questo caso, circoscrivere il reato di tortura è un attacco estremamente pericoloso alla dignità e alla vita umana, che ancora una volta si vede privata della verità e asfaltata dall’impunità delle forze dell’ordine. Sebbene il diritto internazionale, le organizzazioni e le associazioni riconoscano il reato di tortura come qualcosa di effettivamente perseguibile e punibile, ad oggi in Italia la pratica della tortura esiste in maniera sistemica e quotidiana. La mossa politica di Salvini e del suo partito sono volti “semplicemente” a legittimare e riconoscere legalmente una serie di reati e abusi che già esistono e avvengono.
Sebbene il reato di tortura sia arrivato nel 2017, dunque relativamente presto, a seguito di un iter legislativo contorto e complicato, si iniziò effettivamente a parlare del suo riconoscimento dal G8 di Genova del 2001, una delle pagine più buie della storia italiana, che ha macchiato di sangue intere generazioni – sia di quel tempo sia degli anni a venire. A seguito dei fatti della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto, dopo la morte del giovane Carlo Giuliani in Piazza Alimonda, la Corte Europea dei diritti dell’uomo definì quegli episodi come vere e proprie torture, con l’aggravante dei depistaggi e insabbiamenti per coprire le responsabilità del corpo di Polizia.
Successivamente, la Corte di Strasburgo si pronunciò sull’assenza del reato di tortura in Italia, riconoscendo che tutti gli abusi avevano maggiore possibilità di rimanere impuniti e di non essere perseguiti nel modo giusto dalla legge, così da annientare, per sempre, ogni lotta per la verità e la giustizia.
















