Città del futuro. Come dobbiamo ripensare la nostra architettura?

Le nostre città sono costruite per uomini alti un metro e ottanta, le architetture sono spesso alte e strette e si alimentano con un’energia affatto sostenibile. Come dovrà essere la città del futuro? Dovremo eliminare le barriere architettoniche e creare delle città plasmate sugli esseri umani. Dovremo concentrarci sull’uso di energia pulita e riconsiderare il ruolo del mahnattismo.

La città del futuro è una città dall’architettura femminista, intesa in senso intersezionale. Le città dovranno rivedere i loro parametri energetici e sperimentare il riuso, abbandonando il carbone in favore di un’energia più sostenibile. Ogni corpo dovrà sentirsi accolto nella propria città senza essere ostacolato, in questo le attiviste del progetto Matrix degli anni Ottanta sono un esempio di resistenza. La città infine potrà abbandonare l’idea di uno mondo veloce e compatto per dedicarsi a spazi più aperti che ci lasciano liberi di respirare.

La città del futuro è femminista e non conforme

Le attiviste del design del gruppo Matrix degli anni Ottanta hanno iniziato la lotta contro e per Londra.

Le attiviste si sono scagliate contro il sistema di Le Corbusier della città del dopoguerra, strutturata per uomini (maschi) alti un metro e ottanta. Uomini statuari con spalle grandi, ingombranti e agili. Corpi in sé stessi abilisti, in città che si sapevano rendere ostili a chiunque altro. Il manifesto di Matrix Feminist Design Co-operative è stato lanciato nel 1981 e recita:

Le donne hanno una prospettiva diversa del loro ambiente dagli uomini che lo hanno creato. Poiché non esiste una “tradizione femminile” nella progettazione degli edifici, vogliamo esplorare le nuove possibilità che il recente cambiamento nella vita e nelle aspettative delle donne ha aperto.

Le attiviste hanno quindi pensato a una città per le donne, con passaggi ad alto livello e pochi cunicoli sotterranei, con spazi aperti. Un esempio del loro lavoro è il Centro femminile Jagonari nel quartiere Whitechapel. Adesso è la sede di un asilo nido che integra in sé i bisogni di ogni corpo conforme e non conforme e uno spirito asiatico, ma che volutamente non riconduce a stereotipi artistici e religiosi di nessun genere.

Uno stile che sa essere consapevole, ma non paternalista.

La città del futuro potrà quindi accogliere ogni diversità corporea e culturale. Essa potrà rendere chi è posto ai margini più visibile e conoscibile, contribuendo nella liberazione dai pregiudizi. Questo, però, potrà accadere solo quando abbandoneremo l’impostazione mascolinizzata degli oggetti e dei bisogni e apriremo le nostre strutture, le nostre case, i nostri mezzi di trasporto a integrare ogni diversità. In questo modo, ci libereremo infine del concetto stesso di diversità nella nostra vita di tutti i giorni.

Se la chiave è nell’energia, dovrà essere energia pulita

Un articolo del Guardian, mette in luce il fulcro dell’andamento della città. Essa è mossa dalla ricerca dell’energia, una conquista durata secoli che ha portato fino all’utilizzo del carbone. La città che si auspica per il futuro, però, dovrà abbandonare questo strumento energetico per dimostrarsi comprensiva della necessità di proteggere la biodiversità e l’ambiente in cui viviamo.

Un esempio interessante di architettura sostenibile è Cork House: una casa composta interamente di sughero. Una casa che è anche una provocazione, un manifesto contro l’inquinamento prodotto dagli edifici in cui conduciamo molta parte della nostra esistenza.




Le nostre case sono responsabili infatti del 40 per cento delle emissioni globali di gas serra. Per questo, Cork House è un esperimento che ribalta le prospettive. Non si tratta di costruire case che devono essere anche sostenibili. L’obiettivo primario dell’architettura del futuro, nonostante ci si dovrebbe sbilanciare sulla prospettiva del presente, è costruire meno e secondo un bisogno.

La necessità di una casa dovrebbe portare con sé il presupposto fondamentale di costruire qualcosa di ecosostenibile che possa fungere da casa. Dovremo quindi guardare allo straordinario apporto dell’energia come a un metodo di sussistenza che proviene da fonti sostenibili e che deve diventare alla portata di tutti.

L’occlusione del grattacielo

Le nostre città sono piene di un tipico edificio simbolo di un’epoca: il grattacielo. È una costruzione che ha ancora senso? Probabilmente no. Eppure ce ne sono sempre più. Pensare alle città in previsione di un mondo futuro significa però riconsiderare il nostro stile di vita. Le città di oggi sono costruite secondo l’idea del mahnattismo: “Il culto delle sovrapposizioni metropolitane”. Quindi nelle nostre città spazi diversi si sovrappongono e si incastrano per consentire di accedere nel minor tempo possibile a tutto ciò che può servire.

Così, ci si è dimenticati che a volte serve almeno l’ideale del vivere fuori dal caos cittadino e quindi anche di spazi aperti da lasciare vuoti. Sarebbe quindi auspicabile vedere una New York che prende ispirazione da Matera, in cui il cielo si vede e non è tutto a portata di mano e per questo c’è molta più misura umana.

I grattacieli continueranno a essere costruiti, continueranno a incendiarsi molto velocemente e a oscillare e traballare. Una parte di umanità probabilmente verrà stipata in piccole celle che sfiorano gli aerei in volo. È certo, però, che i grattacieli non sono più un sogno, l’impossibile volontà di toccare il cielo, bensì il pericolo, e anche un senso di asfissia.

La città del futuro dovrà predisporsi in un’ottica intersezionale di liberazione dell’essere umano dalle incombenze dell’esistenza che ci siamo fabbricati. L’architettura è espressione dell’umano, ma troppo spesso appare chiaro che sono i nostri prodotti a governarci.

Antonia Ferri

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