L’ambiguità del Governo italiano sulla cittadinanza a Patrick Zaki

Draghi sulla cittadinanza a Patrick Zaki: iniziativa parlamentare, il Governo non se ne sta occupando.

In una domanda fuori sacco – cioè non prevista – di Luca Sappino, durante la conferenza stampa di ieri, il Presidente del Consiglio si è sottratto dall’affrontare la questione della cittadinanza a Patrick Zaki. Draghi si è prima negato, con qualche borbottio. Poi ha liquidato il giornalista con due parole, sostenendo che si trattasse di una iniziativa parlamentare in cui il Governo non è coinvolto. Un po’ come dire che la guerra è una iniziativa che riguarda i soldati, in cui lo Stato maggiore non è coinvolto.

La mozione parlamentare

L’ordine del giorno – approvato lo scorso 14 aprile dal Senato con 208 voti favorevoli, 33 astenuti e nessun contrario – impegna il Governo ad attivarsi per attribuire la cittadinanza a Patrick Zaki. Il Governo si impegna anche a seguire il procedimento giudiziario attraverso il proprio ambasciatore al Cairo, a vigilare sulle violazioni dei diritti umani attraverso l’Unione Europea, a usare gli strumenti previsti dalla Convenzione ONU contro la tortura.

Il rappresentante dell’Esecutivo in aula aveva dato parere favorevole all’ordine del giorno, motivo per cui la ritrosia di Draghi manifestata ieri appare ambigua. Ad astenersi era stato soltanto il gruppo di Fratelli d’Italia, che attraverso l’onorevole Alberto Balboni dichiarava lo strumento da preferirsi essere quello della diplomazia. Lo stesso senatore Balboni ha salutato la reticenza di Draghi, di nuovo sostenendo che dare la cittadinanza a Patrick Zaki irrigiderebbe il Governo del Cairo e metterebbe il detenuto ancor più in difficoltà.



Le reazioni alle parole di Draghi e il “dittatore” turco

Senatori di tutti i gruppi parlamentari sostenitori dell’iniziativa, si sono detti in vario modo contrariati dalle dichiarazioni del Presidente del Consiglio. La sorpresa viene soprattutto dopo che Mario Draghi aveva definito il presidente turco Erdogan un dittatore, accendendo le speranze di molti liberali. Bisogna leggere le parole del premier nell’ottica geopolitica del tentativo dell’Italia di riappropriasi del controllo della Libia, da cui era stata scalzata per effetto dell’attivismo turco. Stesso discorso vale per il Sahel e per il Corno d’Africa, nonché per il Mediterraneo orientale: qui le perforazioni dell’Eni nel giacimento Calypso furono ostacolate tre anni fa. Da allora il tentativo di Ankara di controllare le acque cipriote, ha portato tensioni con l’Unione Europea.

Detenuto in attesa di giudizio

Le condizioni di Zaki, detenuto dal 7 febbraio 2020 in attesa di giudizio e persino senza un vero e proprio rinvio a giudizio, sono molto provate. La fidanzata, che ha potuto recentemente visitarlo, lo ha trovato psicologicamente allo stremo. Dopo il suo arresto Zaki fu torturato, come è frequente in Egitto. Da allora la sua detenzione viene rinnovata in automatico ogni 45 giorni. Nell’ultima udienza la corte non ha ammesso la rappresentanza diplomatica e ha rigettato la richiesta di ricusazione. Su di Zaki pendeva un mandato di cattura emesso nel 2019 di cui egli neanche era a conoscenza; l’accusa sembrerebbe essere costituita da alcuni post su Facebook che l’imputato nega di aver scritto. Di certo un po’ poco per 14 mesi di reclusione senza processo.

La vicenda di questo giovane egiziano copto, studente iscritto a un master all’Università di Bologna, ha mobilitato l’opinione pubblica italiana. Una petizione per promuoverne la cittadinanza ha totalizzato duecentomila firme. Nel frattempo ha ottenuto la cittadinanza onoraria dai comuni di Bologna Napoli e Milano. Il dissenso pubblico viene dal fatto che l’industria bellica e cantieristica italiana rimane un attore commerciale di primaria importanza per l’Egitto, attraverso le aziende pubbliche Leonardo e Fincantieri. Così tutti i Governi succedutisi sembrano aver fatto molto poco per ottenere la liberazione di Zaki, come anche serie indagini sull’omcidio di Giulio Regeni.

Il dittatore egiziano

Ancora più scandalo ha destato l’iniziativa francese di qualche mese fa di conferire la massima onoreficenza al dittatore egiziano. L’Eliseo ricevette Al Sisi con tanto di tappeti rossi, in una cerimonia in cui furono vietate le riprese della stampa. Corrado Augias, seguito poi da altri, restituì la sua Legione d’Onore in segno di protesta. In compenso il presidente francese Macron si è sempre dichiarato, come quasi tutti i suoi predecessori da Robespspierre in poi, paladino dei diritti umani. Neanche è passato inosservato il fatto che, poco prima della visita all’Eliseo, la magistratura del Cairo avesse rilasciato tre detenuti politici della stessa organizzazione di Zaki.

Se quindi certi epiteti vengono riservati al presidente turco, non ne rimangono di adeguati per un regime che a dicembre contava tra i sessantamila e i centomila prigionieri politici, 13 prigioni cotruite in 7 anni e 50 uccisioni capitali eseguite nel solo mese di ottobre 2020. Il generale Al Sisi salì al potere nel 2013 destituendo il Governo, eletto democraticamente, di Morsi. Gli Stati occidentali avallarono il colpo di Stato. La giunta militare ha sempre giustificato la mano dura con il pretesto del terrorismo religioso. Per ironia, tale obiettivo ha richiesto di mettere in campo un vero e proprio regime di terrore laico.

La differenza con la Turchia, dove certamente sussistono gravi problemi di tutela dei diritti individuali, è evidente. Oltre a essere Erdogan uscito vincitore dalle elezioni, municipalità come Istanbul (quindici milioni di abitanti) e Ankara (5 milioni) sono governate dall’opposizione. Uno scenario di certo impossibile nell’attuale Egitto.

Lorenzo Palaia

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *