Coazioni a Ripetere Ovvero del Sabotaggio Funzionale

La storia è una galleria di quadri dove ci sono pochi originali e molte copie. Alexis de Tocqueville, L'Ancien Régime et la Révolution, 1865

Lerson Pannawit, Escape from the Black Hole, Collage
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Coazioni a Ripetere Ovvero del Sabotaggio Funzionale

 

Spesso sottovalutiamo – almeno nella stessa misura in cui temiamo – la forza del sabotaggio. Se il tentativo di sabotaggio proviene dall’esterno siamo subito pronti, sia ad armarci per contrastarlo e sia a dichiararci vittime per nascondercisi dietro. Tutto fa brodo.

Ma quando siamo noi a sabotarci?

E qui le cose cambiano! In questo caso ogni scusa è buona; facciamo di tutto per  tenerci stretto l’auto-sabotaggio sino alle estreme conseguenze, cioè sino al ristabilirsi di un equilibrio minacciato. Anzi, spesso il” sabotarci” aiuta a portare a nostro vantaggio la crisi. Non sappiamo quanto siamo bravi a rendere delle improvvise opportunità sospettose minacce, gli inviti al cambiamento, nei più fantasiosi dei casi,  tentazioni da allontanare.

Quando qualcosa ci mette in discussione, ci invita ad un’oltranza , bisogna correre ai ripari. Si è disposti a tutto, anche a ribaltare paradossalmente le nostre convinzioni per poi riafferrarle al volo dai piedi.

Quante rivoluzioni hanno fatto l’immenso giro della rottura col passato (senza neanche conoscerlo poi)  per poi rivelarsi delle monolitiche e ben più radicate riproposizioni dell’identico? Quanti figli alzano il muro di una rivolta del focolare pur di non assomigliare ai loro padri per poi restituire tutto al mittente con gli stessi identici comportamenti? Quanti rivoluzionari modaioli del passato col dolcevita esistenzialista ora difendono con le unghie e con i denti il provinciale decadere della borghesia? Una classe geneticamente mediocre e che oggi domina con rabbiosa pena? E’ davvero impietoso vederla rosicchiare senza alcuna decenza le ossa dei magri resti della carogna lasciata a marcire dai fasti degli anni d’oro del clientelismo.

Non importa se al di là della “crisi esistenziale” (collettiva o personale poco conta), della messa in discussione delle nostre combattute – e solo in apparenza negate – certezze, può rivelarsi qualcosa di unico e irripetibile, il timore dell’ ignoto – del fallimento – è più forte. Molto più semplice la coazione a ripetere. Forse i nostri padri non hanno fatto la rivoluzione, e nel giro di un trentennio hanno divorato il futuro, ma meglio alleare la nostra generazione alla loro; ammettiamolo… chi ce lo fa fare? In fondo conviene. E per le generazioni a venire? Si vedrà.

I Robespierre si buttano, di arricchiti arrabbiati e complottisti della domenica ne abbiamo le scatole piene.  Sono i Gandhi e Martin Luther King a essere più unici che rari; forse per questo fanno una brutta fine… in fondo il martire ci rassicura: non rompe più le palle e lo possiamo ammirare con disimpegno dalla siderale distanza di una rassicurante mediocrità.

Il sabotaggio è utile, conviene. Forse ci limita ma ci fa anche la cortesia di “delimitare”, di tenere all’esterno di noi quello che “sotto sotto” può emanciparci davvero, ma al quale – per convenienza – abbiamo attribuito ormai  tutti le fattezze della minaccia: una minaccia ai nostri equilibri, una minaccia alle nostre convinzioni,  una minaccia allo stato delle cose. Poi non importa se restiamo insoddisfatti, se un senso di disagio ci percorre sino a cronicizzarsi … col tempo ci faremo l’abitudine! Pian pianino si incarnerà sino a confondersi col nostro essere, non ci faremo più caso – sarà lui a far caso a noi -, avrà la maestria di macerarci con impercettibile lentezza. Forse non ci ammazza il tempo, ma la rassegnazione.

C’è poco da fare contro questa dinamica. E’ un po’ come avere a che fare con un Buco Nero… hai voglia di osteggiarlo: non c’è argomentazione, formazione o lettura, esperienza o sensazione che non verrà prima masticata, reinterpretata, rigirata a dovere per poi esser “ingoiata” nel rassicurato orizzonte degli eventi del ritorno agli schemi.

Il sabotaggio di noi stessi non è altro che la colonizzazione della nostra immaginazione, igienizzata e decolorata a dovere per poi convertirla alla scomoda utilità della rassegnazione.  La lenta rinuncia allo stupore e all’entusiasmo.

Poi il contemporaneo è in grado di offrirci compendiosi palliativi, ottimi accessori per mascherare tutto: passioni, hobbies, interessi, tutti optional gradevoli, ma che col tempo acquistano sospettosamente un valore essenziale, fondante, solo perché in noi – sempre più spesso – sentiamo  l’assenza di qualcosa. Proviamo la nostalgia, tanto primigenia quanto inappagata, per un sapore che stiamo perdendo, sì… ne abbiamo sentore, sappiamo che c’è, vorremmo riappropriarcene perché che ci appartiene: è una sete, una memoria profonda, il richiamo a qualcosa di essenziale.

Ma tutto questo è al di là del limite, dobbiamo allontanarci per andare alla sua ricerca, ma mica sappiamo se ci conviene? Facciamo così… se proprio ci tiene viene lui!, ma se deve entrare nel nostro orticello è avvertito… lo deve fare alle nostre condizioni.

fonte immagine:  Lerson Pannawit, Escape from the Black Hole  www.doctorojiplatico.com

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