Colloquio di lavoro: cosa dice (e cosa non dice) chi viene assunto

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Quante volte ci è capitato di rimuginare su un colloquio di lavoro andato male? “Cosa potrei aver sbagliato?”, “Ero vestito male?”, “Ho detto qualcosa che non dovevo?”. Ecco: forse la risposta va cercata in questa ultima domanda. O almeno questo è quello che suggerisce Mark Murphy, fondatore di Leadership IQ, ricercatore e scrittore di best seller sulla selezione del personale.

Mark Murphy
Mark Murphy. Fonte: generationy.net.

Attenzione a ciò che dici

La ricerca del team di Murphy ha cercato dunque di capire se ci fossero differenze nelle parole utilizzate durante i colloqui tra le persone che ottenevano il lavoro e quelle che venivano scartate. Come metodo di indagine è stata dunque utilizzata l’analisi testuale, che è stata applicata a ben oltre 20.000 risposte. Infatti, è stato chiesto a più di 1.400 lavoratori di rispondere a 15 domande a risposta aperta come se volessero ottenere quel posto di lavoro. Le risposte sono state poi controllate per assicurarsi che fossero pertinenti e di lunghezza sufficiente. Infine, un gruppo di professionisti delle risorse umane valutava queste risposte per capire chi sarebbe stato probabilmente un buon lavoratore (e quindi assunto), chi no e chi si collocava nel mezzo tra questi due estremi. Scopriamo assieme i risultati di questa analisi.



Il candidato convincente

Scopriamo come si comporta un candidato di successo.

Selezione del personale

Assumi una posizione proattiva

Un candidato convincente, in media, usa il pronome “io” il 21% in più del candidato scartato. Questo pronome trasmette padronanza della situazione e sincerità. Quindi, dire “io ho fatto questo” o “io ho ottenuto questo risultato” comunica al selezionatore che ciò che dici è realmente avvenuto e che eri veramente padrone di quella situazione. Ha una funzione simile il pronome “noi”, che in più indica anche la predisposizione del lavoratore a riconoscere i meriti altrui e a lavorare bene in gruppo. Infatti, viene usato il 65% di volte in più rispetto ai candidati non entusiasmanti.

Parla del tuo successo

Durante un colloquio di lavoro, un candidato con esperienza tenderà a usare più spesso (quasi il 40% di volte in più) tempi come il passato prossimo  per descrivere in che modo ha risolto un certo problema, fornendo anche i dettagli di quanto accaduto (“ho visto un problema e ho chiamato il cliente”). Conseguentemente, le risposte di questi candidati saranno più lunghe. Infine, i loro discorsi saranno caratterizzati da positività (“sono stato felice di aver aiutato il cliente”).



Il candidato che non vuoi essere

Evita di assumere questi comportamenti, se vuoi essere preso in considerazione.

Colloquio di lavoro
Questo atteggiamento non ti aiuterà a trovare lavoro.

Parla per te, non per gli altri!

Un candidato poco brillante tenderà a usare il pronome “tu” o “loro” rispettivamente circa il 400% e il 90% di volte in più rispetto a un buon candidato. Attenzione, però, perché a questo punto è bene fare una precisazione linguistica. In inglese, infatti, le frasi indefinite (“in Italia si mangia bene”, “su Ultima Voce si scrivono solo articoli di qualità”) si esprimono con you o they. Perché questa noiosa precisazione? Perché ancora una volta, usando you il candidato si esprime non prendendo una posizione, cioè sa in teoria cosa andrebbe fatto, ma non è detto che l’abbia mai fatto o che lo faccia se si trovi in condizione di doverlo fare. Per esempio, alla domanda “come ti comporteresti con questo cliente?” un pessimo lavoratore risponderebbe “si dovrebbe fare questo” (you should do this) o “loro dovrebbero fare questo” (e perché non tu?).

L’esperienza si capisce dai tempi verbali

Durante un colloquio di lavoro le persone senza esperienza non potranno che descrivere al presente (usato più del 100% di volte in più) o al futuro (71%) certe situazioni, usando, inoltre, pochi dettagli (“quando accade questo, è meglio chiamare il cliente” o “quando ci sarà un problema, chiamerò il cliente”). Inoltre, questi candidati usano molti avverbi (il 40% in più), quali “molto”, “davvero”, “velocemente”. Di conseguenza, le loro risposte saranno più brevi. Infine, tali risposte sono pervase da una certa negatività, che si concretizza nell’uso di molte negazioni, emozioni negative e assolutismi (“non penso che questa situazione possa mai cambiare, sono pessimista in proposito”). Infatti, in questo modo si comunica l’impressione di essere poco flessibili, pessimisti e di vedere il mondo in bianco e nero.



Il colloquio di lavoro è più complesso di così

Se ti rivedi nel pessimo candidato, non disperare! Infatti, questo non significa che tu sia anche un pessimo lavoratore. Come si evince da questi dati, in realtà, l’analisi compiuta dal team di Leadership IQ indica quali caratteristiche i recruiter pensano che un buon lavoratore possa avere. In realtà, ci sono tantissime persone valide anche tra i candidati poco interessanti. Per questo, lo stesso Murphy sottolinea che, dunque, a fare la differenza è l’atteggiamento del candidato. Nel suo libro Hiring For Attitude mostra come quasi il 90% dei colloqui che non vanno a buon fine sono causati da un pessimo atteggiamento del candidato e non dalle sue capacità! Insomma, raffinate le vostre strategie di autopresentazione (senza esagerare, mi raccomando). Infine, ricordiamo che la selezione del personale è un processo molto complesso che chiama in causa diverse variabili. Voi che ne pensate? In chi vi rivedete? Fatecelo sapere con un commento.

Davide Camarda

 

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