Una scia di sangue attraversa la Colombia: la denuncia di Amnesty International

Una scia di sangue attraversa la Colombia. A denunciarlo è Amnesty International, in un report dal titolo “Why do they want to kill us?”. La ONG punta il dito contro il governo colombiano, incapace di proteggere gli ambientalisti e gli attivisti difensori dei diritti umani.

I numeri di Global Witness e INDEPAZ

I dati raccolti da Global Witness sono allarmanti ed evidenziano un significativo e costante aumento delle violenze, minacce e attacchi nei confronti dei difensori del pianeta. Due terzi degli omicidi ai danni di attivisti, nel 2019, si concentra in America Latina, anche se le Filippine sono il secondo paese al mondo. Ma è la Colombia a detenere il primato per il “paese più pericoloso al mondo per i difensori dei diritti umani”. Infatti, secondo il registro della ONG colombiana INDEPAZ, sarebbero 223 i leader sociali e i difensori dei diritti umani uccisi nel paese dall’inizio dell’anno a oggi.

Le cause della strage in Colombia

Il report di Amnesty International analizza 4 comunità a rischio perché in zone strategiche del paese o aree ricche di risorse naturali: il Proceso de las Comunidades Negras (PCN) a Buenaventura, nel Valle del Cauca; il Comité de Integración Social del Catatumbo (CISCA) nel nord di Santander; i popoli indigeni Sikuani e Cubeo del Asentamiento Indígena de El Porvenir a Meta; e la Asociación de Desarrollo Integral Sostenible de La Perla Amazónica (ADISPA) a Putumayo.

I risultati delle indagini mostrano che a sporcarsi le mani sono le grandi aziende del settore dell’agroindustria e, naturalmente, le industrie estrattive, che spadroneggiano in un paese ricco come è la Colombia. La situazione si aggrava ulteriormente quando a scontrarsi con i difensori delle terre e dei diritti umani sono i signori della droga.



L’origine di questa impennata violenta e foriera di morte è da ricercarsi anche nella pace firmata nel 2016 tra il governo colombiano e le FARC (Fuerza Armadas Revolucionarias). Le dinamiche a cui l’accordo ha dato il via hanno contribuito al deteriorarsi della delicata situazione del paese. Nonostante gli sforzi del presidente Duque per smentire questa teoria, è innegabile che la riforma del territorio e la riconversione delle colture illegali in coltivazioni legali abbiano dato il via a una nuova forma di guerriglia, quella tra gruppi armati indipendenti che si scontrano per il controllo delle attività illegali una volta gestite dalle FARC.

“Da anni, la Colombia è uno dei paesi più pericolosi per le persone che difendono i diritti umani…Ma dalla firma dell’Accordo di pace nel 2016, le cose sono peggiorate”, sostiene Erika Guevara-Rosas, direttrice di Amnesty International Americas.

L’inefficienza del governo in Colombia

Quello che però preoccupa maggiormente è l’incapacità delle istituzioni di far fronte a questa crescente ondata di violenza. Paradossalmente, la Colombia è il paese che prevede i più alti standard nei protocolli e nelle misure di sicurezza per gli attivisti in tutto il Sud America. Tuttavia, come spiega Erika Guevara-Rosas, “gli attivisti continueranno a morire fino a che il governo non si occuperà in modo efficiente dei problemi strutturali”. L’inefficacia del sistema colombiano si deve al rifiuto, da parte delle autorità, “di adottare misure preventive per arginare la violenza collettiva contro gli attivisti”.

I già precari equilibri si sono ulteriormente incrinati a causa dello stato di allarme decretato a causa del virus COVID-19. Come raccontano le testimonianze raccolte dalla ONG londinese, le autorità hanno ridotto le misure a tutela degli attivisti, aumentando sensibilmente il rischio a cui sono esposti.

I martiri colombiani

A pagare il prezzo di questa situazione conflittuale sono gli ambientalisti, i difensori dei diritti umani, i leader sociali e indigeni, sempre in prima linea nella difesa di chi non ha voce. Gli avamposti nella lotta al cambio climatico e i portavoce delle aspirazioni delle minoranze indigene sono costantemente colpiti da minacce e attacchi. In molti casi si vedono costretti ad abbandonare la loro terra e la loro comunità. Vivono in un’eterna agonia, e sempre più spesso diventano vittime dei sicari.

Jorge Luis Betancourt Ortega, leader sociale ucciso da tre colpi di fucile nella sua casa di Montelìbano. Mireya Hernandez Guevara,  colpita dalle pallottole di due sicari in moto mentre, con il marito, camminava verso casa. Gloria Ocampo, attivista raggiunta da una raffica di proiettili sulla soglia di casa…. La lista è ancora lunga.

La strage colombiana ha il volto fiero e sorridente di chi combatte coi giusti, lo sguardo severo e profondo di chi sa che difficilmente sarà ascoltato, la determinazione e il valore di chi non si lascia intimidire dalle minacce e va avanti, fino alla fine, fino a trasformarsi in un martire.

 

Camilla Aldini

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *