È davvero colpa del reddito di cittadinanza se mancano camerier*?

Da qualche settimana, a partire dalla dichiarazione rilasciate dal Presidente della Campania De Luca, diverse testate giornalistiche hanno raccolto le testimonianze di alcuni ristoratori che lamentano la mancanza di personale. Secondo De Luca questo sarebbe «uno dei risultati paradossali dell’introduzione del reddito di cittadinanza»; ma è davvero il reddito di cittadinanza la causa per cui si è manifestata questa mancanza?

Qualche dato su cui riflettere

Secondo i dati ISTAT, la disoccupazione giovanile è al 33,7%, mentre quella generale al 10% e le persone in cerca di lavoro rispetto ad un anno fa sono il 35,4%. Si tratta di percentuali molto alte se pensiamo che l’Unione Europea ha una media di disoccupazione giovanile del 17,1%.

Nel Settembre del 2020 Restworld, una startup torinese, ha condotto un’indagine sul lavoro nero nel settore della ristorazione; hanno partecipato 3.471 persone di età compresa tra i 20 e i 40 anni (79%). Dalla ricerca è emerso che il 91% ha avuto esperienze di lavoro in nero e soltanto il 9% dichiara di «non aver mai rinunciato alla tutela contrattuale». Per quanto riguarda la condizione lavorativa attuale, il  54% dichiara di avere irregolarità nel contratto, mentre il 46% afferma di essere in regola. Inoltre, il 68% dei datori e delle datrici di lavoro dichiarano di aver fatto ricorso all’impiego di manodopera irregolare.

Ebbene, considerando che le attività ricettive e ristorative costituiscono uno dei principali settori a livello di occupazione e produzione, questi dati impongono una profonda riflessione. Infatti, secondo la ricerca, si potrebbe stimare che oltre 500.000 lavoratori e lavoratrici non vedano riconosciuti i propri diritti e tutele. Questo perché, senza un reale contratto, i datori e le datrici di lavoro hanno la possibilità di scegliere liberamente quanto pagare i singoli dipendenti, senza rispettare le opportune ore giornaliere e senza pagare equamente gli straordinari che spesso e volentieri i dipendenti sono costretti a fare. Inoltre, tutto ciò crea un grave danno anche per le casse dello Stato, lo stesso che garantisce reddito, educazione e sanità a tutte le persone.

Quali sono le motivazioni?

Tra le ragioni per cui si ricorre così facilmente al lavoro nero se ne possono citare soprattutto due. Uno dei primi fattori riguarda la necessità di un inserimento rapido della risorsa, esigenza che non si adatta con il lungo iter burocratico richiesto da un’assunzione regolare. Ragion per cui sarebbe necessario introdurre nuove tipologie contrattuali specifiche per il settore, che tengano conto della flessibilità che lo caratterizza. Ma le ragioni di chi opta per il lavoro in nero non finiscono qui; infatti il 36% dichiara che l’assunzione richieda costi non sostenibili per l’impresa.

Eppure, è importante sottolineare anche un altro importante dato; il 63% degli imprenditori e delle imprenditrici, al contrario, dichiara di lavorare nel pieno rispetto della contrattualistica. Dunque, nonostante il 37% preferisca optare per l’illegalità, più della metà riesce a lavorare nel rispetto delle regole; perciò, pur essendoci diverse problematiche a livello legislativo e contrattuale, è evidente anche la forte contraddizione che caratterizza queste realtà.

Ma allora è “colpa” o “merito” del reddito di cittadinanza?

Dunque, a questo punto, è legittimo chiedersi se sia “colpa” o piuttosto “merito” del reddito di cittadinanza se tanti ragazzi e ragazze hanno finalmente la possibilità di sottrarsi ad un mondo ricco di ingiustizie e sfruttamento. Non possedere un contratto corrisponde a  non sapere quanto effettivamente si lavorerà; significa non avere la possibilità di essere pagati secondo un preciso regolamento; non possedere quei diritti che spettano, o spetterebbero, ad ogni lavoratore e lavoratrice.

Nonostante gli enormi limiti e le problematicità emerse negli anni, non è a causa del reddito di cittadinanza se molt* giovan* scelgono di non lavorare più nel mondo della ristorazione; piuttosto la responsabilità è da imputare alle logiche di sfruttamento che caratterizzano molte di queste realtà. Al contrario, il reddito di cittadinanza, attraverso tutte le modifiche e migliorie del caso, potrebbe essere un importante strumento di crescita.

Il reddito di cittadinanza, infatti, offre un essenziale aiuto a  molti giovani laureati; i tirocinanti, per esempio, che anche nel loro ambito lavorativo vengono spesso sfruttati, attraverso stage mai pagati o troppo poco. Questo strumento dà la possibilità a moltissim* giovani intraprendenti e volenterosi di lavorare, di dedicarsi, concentrarsi e realizzarsi in ciò per cui hanno studiato per anni e anni; concentrazione che altrimenti non possederebbero; che altrimenti dovrebbero dedicare ad un’altra occupazione -spesso nella ristorazione- non soddisfacente e in cui dilaga lo sfruttamento.

La concezione malata del mondo lavorativo

Troppo spesso la retorica intorno al mondo lavorativo è, infatti, contradditoria e malsana. Si parla continuamente di gavetta, di sacrificio; ma il lavoro non è tale se non è dignitoso.  E dignitoso significa avere l’opportunità di trovare un impiego che sia in linea con i propri interessi, le proprie capacità e i propri studi; significa accedere ad un’indipendenza economica che permetta ad ogni individuo di fare progetti e progressi; significa avere a disposizione del tempo libero da dedicare alle proprie passioni, amici o famiglia.

Dignitoso che è il contrario di precario, che etimologicamente significa qualcosa ottenuto “per mezzo della preghiera”, dunque non un diritto; al contrario, qualcosa che può esser tolto in qualsiasi momento. Eppure, il lavoro non dovrebbe essere associato alla preghiera; i dipendenti dovrebbero essere assunti perché il loro contributo è importante ed essenziale, perché le loro competenze vengono apprezzate attraverso riconoscimenti e una giusta retribuzione.

Il mito che giovani siano tutti sfaccendati e nullafacenti è, infatti, un’enorme bugia. La maggior parte dei ragazzi e delle ragazze ambisce semplicemente ad un lavoro che sia dignitoso; che li elevi per davvero, senza dover passare per la via dello sfruttamento; un’occupazione che sia equamente retribuita in base al carico di lavoro richiesto, e non in cui ogni richiesta della dirigenza deve esser sempre e comunque esaudita; la maggior parte dei ragazzi ambisce ad un lavoro che sia quello per cui hanno dedicato anni di studio, forze ed energie. Sono davvero così impensabili queste richieste?

Sofia Centioni 

 

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