Come il digitale sta cambiando il modo di protestare ed esprimere consenso

Internet è entrato quasi a pieno regime a far parte delle cosiddette agenzie di socializzazione, in cui gli individui imparano appunto a socializzare e relazionarsi con l’altro. Oltre a Internet, nel tavolo delle agenzie sociali, sono presenti la scuola, la famiglia, lo Stato, la chiesa. È attraverso queste strutture che l’individuo acquisisce la propria mentalità, come sostiene Mead, e il proprio Super-io per dirlo con Freud.





Oltre a permettere l’acquisizione di un io sociale, queste agenzie svolgono anche la funzione di controllo sociale. È evidente quanto sia pesante il controllo sociale del digitale. Basti pensare a quanto le persone oggi curano la propria immagine social, dal momento che molta della loro reputazione passa da lì. Oppure, basti pensare a quanto sia stato influente il ruolo di Internet e dei social nelle ultime proteste dei Black Lives Matter, del Metoo o, in casa nostra, delle Sardine.

Il digitale è stato poi accompagnato da una trasformazione dell’idea e del ruolo dello Stato. Nel mondo post anni Novanta, la presenza dello Stato si è andata a invisibilizzare. Ed oggi, con i premier che twittano i decreti, i leader dell’opposizione che litigano su Facebook e fanno propaganda con le dirette Instagram, alcune parti dell’apparato statale si sono ridotte a virtualità. È qui, nell’ambiente digitale, che si gioca la nuova scommessa, la nuova politica.

Potenzialità e controlli

Le nuove forme di comunicazione e partecipazione sociale sono le portatrici di un grado di partecipazione democratica, almeno potenziale, che non ha uguali nella storia dell’uomo. Come segnalato da Ragnedda[1], interattività, velocità del feedback, multidirezionalità sono tutti aspetti che lavorano alla base della nuova democrazia. Nel frattempo, anche l’economia, oltre alla politica, si è virtualizzata, digitalizzata, e questo ha spostato ancora di più il baricentro del controllo sociale verso l’ambiente del Web.

Oltre il senso del luogo

Meyrowitz[2], quasi 30 anni fa, aveva già profetizzato che i media elettronici avrebbero influenzato a tal punto il comportamento sociale, grazie alla configurazione di nuovi ambienti e nuove interazioni sociali, che si sarebbe andato a perdere “il senso del luogo”. Annullando interamente i confini tra sfera pubblica e sfera privata, questi nuovi ambienti elettronici, secondo Meyrowitz, si sono pian piano configurati come veri e propri ambienti culturali. Meyrowitz quando scriveva, nel ’93, faceva riferimento alle televisioni soprattutto, in quanto Internet non era ancora così ampiamente diffuso nel globo. Se quindi la sua tesi poteva sembrare azzardata a suo tempo, oggi non può più essere ignorata. A maggior ragione, visto che oggi non sono tanto la piazza o le sedi dei partiti ad essere il centro nevralgico dell’attività politica, bensì la rete e la sua socialità immediata[3].

Com’è nato il movimento Black Lives Matter?

È uscito in qualche modo dal magma dei social quando è stato diffuso e visualizzato milioni di volte il video orripilante di George Floyd steso a terra. Molti di quelli che ora protestano e si indignano non erano lì quando Floyd gemeva, forse la maggioranza non è neanche mai stata in America. Eppure, il solo aver visto attraverso lo schermo dello smartphone quelle immagini proveniente dall’altra parte del mondo ha significato per molti essere lì, condividerne i presupposti, le ragioni e soprattutto l’ambiente. Come se le distanze si fossero accorciate perché confluite tutte all’interno del mondo digitale. Avevamo già visto una cosa simile dopo gli attentati parigini del 2015, quando su Facebook erano partiti hashtag come #jesuischarlie e persino Zuckerberg si era mosso in tempo per rendere possibile cambiare la propria immagine profilo usando come filtro la bandiera francese.

Faida cyberspaziale

Come Manuel Castells[4] sottolinea in Galassia Internet:

dato che Internet sta diventando un mezzo essenziale di comunicazione e organizzazioni in tutti i campi di attività, è ovvio che i movimenti sociali e la politica usano, e useranno sempre più, anche Internet come strumento privilegiato per arginare, informare, reclutare, organizzare, dominare e opporsi.

Il cyberspazio diventa un territorio conteso.

Proprio le opposizioni più forti sono giunte, negli ultimi anni, dal mondo dell’Internet. In Italia, pensiamo al Popolo Viola, al Grillismo, ai 5stelle, alle fake news leghiste, e, per ultime, alle Sardine, le vere neonate digitali. Tutti questi movimenti appunto, come un tweet lanciato in Rete, hanno fatto un gran clamore subito per poi esaurire la propria forza e il proprio collante social(e).

Dallo Stato-Nazione al Digitale Diffuso

Se la battaglia si consuma nelle aule del Web, anche i processi del controllo sociale si spostano lì. Così nasce la necessità odierna di controllare ciò che, soprattutto di economico, viaggia all’interno del mondo digitale: dati, informazioni, denaro, beni immateriali eccetera. Questo compito viene sempre più spesso demandato dai governi nazionali a compagnie private, in modo tale di alleggerire le spese statali del Welfare. Alcuni esempi possono essere le vicende Zuckerberg-Ocasio, la lotta alle fake news ad opera di Twitter e non dei governi nazionali. Come segnalato da Ragnedda[5]:

la stragrande maggioranza dei governi occidentali mette a capo della gestione economica un personaggio tecnico, asettico. Quello che un tempo era l’espressione politica di un governo, ora è una questione tecnica che accomuna qualsiasi governo di qualsiasi schieramento.

Democratizzazione tecnologica di fondo

Qui, c’è un altro tassello sociale che si muove. Il mondo digitale uniformizza gli individui, agendo come fautore del controllo sociale. Il nostro quotidiano è incardinato sulla tecnologia: ogni atto acquista significato e quasi diventa possibile soprattutto in relazione alla tecnologia. I semafori sulle strade, gli ingressi e le uscite automatiche dei supermercati, lo spostarsi nel traffico da un posto a un altro, le chat con il partner e gli amici, la lettura quotidiana delle notizie, la partita di calcio, lo shopping e così via.

Il rischio di una democratizzazione tecnologica di fondo è quello di favorire la disgregazione sociale, di impedire il “sentire-insieme”, attraverso cui stabilire e mantenere un qualsiasi ordine sociale. Poichè non ci può essere ordine sociale senza una educazione umanistica allo sviluppo tecnologico, in mancanza di questa, sarà irreparabile la crisi dell’unità del sapere. In quanto si andranno a creare parossisticamente tutti piccoli quartieri virtuali, ognuno dotato di proprie realtà, senza alcuna mediazione di idee e di pensiero critico. Questo, si badi, avviene già in certi ambienti virtuali, come le camere dell’eco.

Tecnologia = lancia di battaglia ideologica

Il potere omogeneizzante di Internet rende come acefali, non solo gli atti della politica, ma anche i movimenti di proteste. Oggi ci troviamo di fronte a tutta una serie di movimenti che appena nati già si sciolgono. Credo che il Black Lives Matter non sarà  l’eccezione. Certo, fanno un gran baccano per un determinato periodo, gli viene dato spazio e risalto. Ma poi non riescono a costituirsi come soggetti, finendo nel limbo della memoria: non completamente dimenticati, non completamente ricordati.

Il punto comune fra questi movimenti è sicuramente l’uso che fanno della tecnologia come una lancia nella battaglia ideologica. C’è chi addirittura sostiene che è proprio attraverso questi movimenti, questa continua immissione nel corpo sociale di nuovi simboli e valori, che le élite di oggi, molto più flessibili di quelle di ieri, mantengono il potere. Questo re-design continuo di valori e simboli agisce come fosse un melting-pot di tatuaggi sulla pelle del sistema sociale, la quale, a furia di dipingersi e ridipingersi, diventa come un mosaico incomprensibile, una mappa illeggibile e confusionaria.

Dalle gabbie d’acciaio alle gabbie algoritmiche

Tutto il contrario avveniva nell’era moderna, quando Weber ha teorizzato la gabbia d’acciaio statale che, pur nella sua oppressione, propinava un solo modello rigido e burocratico da seguire. Per Sennet[6], “la gabbia d’acciaio era tanto una prigione quanto una casa”, dove le persone si sentivano quantomeno protette, al prezzo, certo non equo, della perdita di movimento. Ma da una casa-prigione si può sempre uscire. Più difficile diventa invece la fuga se tutto è trasformato in “prigione”, virtualizzato e informatizzato, incapsulato in una serie di bit, dal momento che sul web non può esistere più di tanto l’anonimato. Potrei quasi spingermi a dire che la gabbia d’acciaio di Weber si sta ora trasformando in una gabbia digitale dove gli uomini corrono solo nelle sembianze di piccoli bit d’algoritmo.

L’informatizzazione burocratica, didattica e statale che molti governi stanno ora perseguendo potremmo accomunarla al weberiano mantello del capitalismo e dell’accumulo di ricchezza, che dapprima veniva usato come mezzo per scaldare, conquistare la salvezza, poi diventa fine a sé stesso, come un ornamento all’uomo che è ormai rinchiuso nella famosa “gabbia d’acciaio”.

Dal mantello all’ornamento

Allo stesso modo, l’informatizzazione della società potrebbe venire dapprima perseguita come mezzo (mantello), incoraggiata dalla cosiddetta razionalità sostanziale, dove l’individuo è pienamente cosciente dell’intero processo che compie con i dispositivi tecnologici – chi negli anni ’80-90 usava un computer, doveva interfacciarsi con il codice quasi puro – poi questo mantello viene a perdere valore, si svuota di complessità e diventa fine a sé stesso.

Conclusioni

La razionalità rispetto alla sostanza sfuma e sfocia in una razionalità solo funzionale rispetto allo scopo: l’individuo, l’utente sul Web compie oggi una determinata azione con un determinato intento, interessandosi quasi esclusivamente della superficie del suo atto per ignorarne la sostanza stessa. In questo modo, non è possibile coltivare nessun legame riflessivo, commensale, direbbe Bion, con sé e con l’Altro, che anzi assume sempre più i contorni di un corpo e sempre meno quelli di soggetto.

Così, mentre interi plotoni di radicali si schierano senza dubbi con ogni nuovo movimento di protesta, che più che nascere viene passivamente partorito, potremmo credere di guardare il fondo del lago e stare osservando soltanto la sua superficie . Infine, la realtà è irriducibile e più complessa di quanto l’uso sfrenato di categorie – bianco, nero, omo, etero, donna, uomo – parrebbe sostenere.

Axel Sintoni

[1] M. Ragnedda, La società post-panottica, Aracne, Roma, 2008, p. 76

[2] J. Meyrowitz, Oltre il senso del luogo, Baskerville, Bologna, 1993

[3] Nel senso qui inteso di non-mediato: i social proseguono la secolarizzazione delle autorità iniziata al tempo della rivoluzione industriale.

[4] M. Castells, Galassia Internet, Feltrinelli, Milano, 2002, p. 134

[5] M. Ragnedda, La società post-panottica, Aracne, Roma, 2008, p. 77

[6] R. Sennet, La cultura del nuovo capitalismo, il Mulino, Bologna, 2006, p. 133

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