Come la dipendenza da petrolio ci rende vulnerabili

Colpire un impianto produttivo per colpire il mondo intero

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A seguito degli attacchi ai danni degli impianti petroliferi in Arabia Saudita il mondo intero si è scoperto vulnerabile.

Gli attacchi in questione, portati a segno in questi giorni, ai danni degli impianti di estrazione di Abqaiq e Khurais, sono stati subito rivendicati dai combattenti Houthi. Un gruppo armato a maggioranza sciita attivo in Yemen, che può beneficiare del sostegno militare iraniano. Questo attacco e le sue conseguenze, in tutto il mondo, in termini politici ed economici, dimostrano ancora una volta il pericolo implicito nella massiccia dipendenza da petrolio. Un pericolo che si manifesta, principalmente, a livello geopolitico. Risulta infatti possibile destabilizzare intere regioni o, addirittura, l’economia globale, semplicemente portando a compimento un attacco missilistico contro alcuni impianti di produzione.

Da un giorno all’altro, infatti, l’Arabia Saudita si è ritrovata con una produzione di petrolio più che dimezzata. Mentre la produzione mondiale ha subito un calo improvviso del 5-6%, uno dei peggiori ammanchi mai registrati. Sono solo tre, infatti, i casi storici in cui si è registrato un simile collasso produttivo.

  • 1973-74: durante la guerra del Kippur combattuta dallo stato d’Israele contro l’Egitto e la Siria
  • 1978-79: a seguito della rivoluzione iraniana che, spodestando lo Scià, trasformò lo stato in una repubblica sciita
  • 1980-81: a causa della guerra tra l’Iran di Khomeini e l’Iraq di Saddam Hussein .

Se però nei tre casi riportati il crollo produttivo, con il conseguente aumento di prezzo, risultò una conseguenza naturale provocata dalle varie guerre in questione, ora le cose sono in parte diverse.

Il crollo produttivo infatti non si è manifestato come conseguenza naturale dei conflitti in Yemen. Conflitti in cui, in fin dei conti, i rischi corsi dai sauditi sono effettivamente minimi. In questo caso il crollo produttivo è stato scelto ed utilizzato come vera e propria “arma alternativa“, al fine di destabilizzare la regione e, in seguito, l’economia globale.




Rispetto agli anni 70-80, infatti, la dipendenza da petrolio è cresciuta spropositatamente in quasi tutte le nazioni del mondo, generando una vulnerabilità geopolitica inimmaginabile. A livello attuale è infatti possibile colpire solo qualche obiettivo, ovvero gli impianti di produzione, per danneggiare tutta la popolazione mondiale. Si potrebbe obiettare che, sempre rispetto a quegli anni, la produzione petrolifera non sia più concentrata esclusivamente in Medio Oriente. Al momento infatti i maggiori produttori sono la Russia e gli Stati Uniti. Questo fatto, però, non mette al riparo dai drastici aumenti di prezzo. Allo stesso tempo, è bene ricordare che in caso di crisi petrolifera ogni paese esportatore avrebbe tutti gli interessi per accumulare il greggio all’interno dei propri confini; con l’obiettivo di conservarlo in vista di crisi ben peggiori.

L’Italia e la dipendenza da petrolio

In Italia, così come nel resto d’Europa, la dipendenza da petrolio continua a rappresentare un gravissimo rischio d’instabilità. Nel nostro paese, in particolare, circa un terzo della domanda energetica è ancora soddisfatto tramite barili e barili di greggio. Una situazione che appare piuttosto cupa anche se ci sforziamo di guardare al futuro. Si prevede, infatti, tenendo conto le politiche attuali, che tra dieci anni la dipendenza da petrolio potrebbe attestarsi sul 30% del fabbisogno energetico nazionale. Solo 3 punti percentuali in meno rispetto alla situazione attuale.

Nonostante i vari appelli contro i cambiamenti climatici, inoltre, i consumi petroliferi italiani, così come le emissioni inquinanti, continuano ad aumentare ad un ritmo doppio rispetto alla media globale. Nell’ultimo anno si è registrato un consumo di 7,8 barili pro-capite. Ciò vuol dire che, solo nel nostro paese, ogni giorno, vengono bruciati circa 1.270.000 barili di greggio. Il 91% di questo petrolio, ovviamente, proviene dalle importazioni. Questo fattore ci espone quindi a rischi geopolitici potenzialmente catastrofici. 

Per comprenderlo è sufficiente osservare che nel nostro paese circa l’80% dei trasporti avvengono su strada. Qualsiasi rincaro petrolifero, quindi, si ripercuote fin da subito sul costo dei trasporti e delle merci. Una vera e propria crisi petrolifera improvvisa, dunque, potrebbe far lievitare il costo dei prodotti oltre qualsiasi limite immaginabile. Se poi le importazioni dovessero bloccarsi, per motivazioni militari, politiche o economiche, molto probabilmente, rischieremmo, come diciamo a Livorno, di “farci la bu’a“.

Le possibili soluzioni

Osservando la storia è difficile ignorare quello che potremmo definire come “il metodo americano“. Esso prevede di sguinzagliare le forze armate nei paesi considerati instabili, mettere in sicurezza gli impianti produttivi per poi lanciarsi in lunghissime campagne di pacificazione che, il più delle volte, risultano del tutto fallimentari. Debellando dai nostri pensieri questa opzione, quindi, resta l’alternativa più complessa, difficile e, a quanto pare, inaccettabile. L’alternativa che prevede di diminuire, il più possibile, la dipendenza da petrolio nel nostro paese tramite lo sviluppo e l’utilizzo delle energie rinnovabili. E tramite il miglioramento delle infrastrutture alternative, per i trasporti, come le ferrovie. Due soluzioni che avrebbero l’ovvia conseguenza di renderci sempre più immuni alle crisi petrolifere.




Due soluzioni, però, che nessuno sembra aver voglia di attuare realmente. Forse perché l’idea di cambiar qualcosa nel proprio paese appare sempre più complessa dell’idea di fare in modo che siano i militari a cambiar le cose nel paese di qualcun altro.

 

Andrea Pezzotta

 

 

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