La condivisione sui social ha distorto il nostro senso di condividere?

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Qualche giorno fa, il web-magazine della Treccani, ilTascabile, ha pubblicato una riflessione sul senso psicologico, strettamente connesso al marketing, del tasto “Mi piace” su Facebook e in generale sui social media. L’autore, Simone Cosimi, è convinto che «il pulsante like non è altro che un nuovo – ormai non nuovo – modo di raccogliere e marchiare l’opinione del consumatore». Per Cosimi, tutta l’infrastruttura di Facebook e l’impalcatura del marketing a suo sostegno si reggono sul desiderio di piacevolezza, che – come ricorda Lacan – è fonte inesaudibile per definizione. In questo contesto, la ricerca di piacere, nel senso di piacere agli altri, non può ammettere il suo inverso. Il desiderio di non piacere e l’assenza di piacevolezza, per ricercare anche una propria fisionomia psichica (spiacere è il mio piacere, cantava Guccini), non sono contemplati nel complesso mondo digitale, in bilico così fra il bisogno di approvazione e il desiderio di normalità. Basti pensare, per averne la prova, all’inesistenza o alla scarsa diffusione del tasto “Non mi piace” nel vasto mondo dei social media. Su Facebook, per esempio, l’unico modo per comunicare esplicitamente la nostra spiacevolezza è nascondere o segnalare il post, sicché la home contenga soltanto elementi positivi e piacevoli nell’ignoranza dei dissensi.

Ma su Facebook non esiste soltanto la segnalazione o il tasto like. Anzi, il “Mi piace” è solo il primo tassello di una catena di reactions virtuali. Il like rappresenta la prima reazione, quella affettiva-sensoriale (mipiace/nonmipiace) davanti ad uno stimolo visivo, che può essere una foto così come un post scritto. Successivamente, se lo stimolo digitale cattura a lungo l’attenzione, viene elaborato cognitivamente un commento sulla base di un pensiero razionale, sentimentale ed interattivo, con lo scopo cioè di innescare un dialogo con l’autore del post o con gli altri utenti. Infine, a seguito di un’appraisal cognitiva, l’utente può scegliere di condividere sui suoi canali personali il post in questione.





La condivisione sembra rappresentare quindi il suggello prescrittivo finale, la ciliegina sulla torta della catena di montaggio delle interazioni online. È anche, per inciso, il tasto che implica maggior dispendio energetico, sia in termini cognitivi sia nella quantità di clic e tocchi sullo schermo. Perciò, anche l’interazione digitale meno usata.

Dal pulsante “Condividi” al verbo “condividere”

Negli ultimi decenni, abbiamo osservato il proliferarsi di una pletora di definizioni per descrivere l’uomo contemporaneo. Dall’uomo a una dimensione di Marcuse, all’uomo flessibile di Sennett, fino al più recente uomo di sabbia della Ternynck, l’uomo moderno appare come il risultato di un anamorfismo ottico, per la cui lettura una delle chiavi di decriptazione dovrebbe ora toccare necessariamente il mondo di Internet e la relazione tra questo e noi. Come già espresso, nel Web non esiste soltanto il like, sebbene questo sia il pane quotidiano del dio SocialMedia. Ma esiste anche l’opzione di condividere con il suo pulsante “Condividi”.

Il verbo condividere è, etimologicamente, multi-composito. Con-di-videre: dividere con altri, spartire con altri. A sua volta, il verbo dividere deriva dal verbo latino videre, vedere col senso originario di sapere, giudicare, cercare e trovare, in quanto l’analisi, la divisione del complesso è lo spunto e la fonte per successivi pensieri. Il significato etimologico può essere quindi ricondotto artificialmente, non più soltanto al semplice dividere con gli altri, bensì al vedere, pensare, apprendere, cercare e trovare qualcosa assieme e attraverso gli altri.

La condivisione dei social media e il bisogno di unità

Così come scritto nel Tao Te Ching «ciò che sarà segue ciò che è stato», la condivisione realizzata nei social media è, in realtà, in linea con molti precetti religiosi e umanitari ribaditi nel corso dei secoli che comunicano e slatentizzano il desiderio dell’uomo di avere, non tanto per possedere in sé, ma per donare e fare dono agli altri.

Il bisogno di donare è poi ben visibile, nel segno positivo nell’amore romantico e nel genitore che giunge sino a sacrificare in nome e nel bene del figlio. E, nel segno negativo, il bisogno di unità con gli altri traspare in alcune sette religiose, fanatiche come il Ku Klux Klan, negli episodi di linciaggio razziale o misogino, nelle adorazioni collettive di un idolo, negli accessi della razzializzazione, nel consenso populista, nella facile perfusione del complottismo e nel tentativo di costruire per ogni cosa palazzi dietrologici. E, infine, come segnala lo psicanalista tedesco Erich Fromm, l’importanza del sentimento dell’unità è emblematico nei cambi di casacca, interiori ed esteriori. Difatti, l’inizio di una guerra può rendere un fervente pacifista, che per anni fino ad allora ha nutrito il suo io anti-guerrigliero, un sostenitore dell’azione armata e della guerra.

Basti pensare al Manifesto degli intellettuali fasciti firmato nel ventennio mussoliniano da scienziati e letterati che gettarono alle ortiche il proprio senso critico per abbracciare compiutamente e fondersi con l’enorme Noi, contrapposto sempre anche ad un Loro.  Per non sentirsi completamente isolati, cerchiamo una specie di nuova unità con gli altri.

Apro una piccola parentesi.

(È perciò forse con questa prospettiva che si dovrebbero leggere i vasti fenomeni del complottismo, delle fake-news, della contro-reazione razzista in un mondo già profondamente multietnico, abbandonando una volta per tutte lo schermo opaco e illusorio dell’altezzosità, dell’insipienza borghese di coloro che si sfregiano del proprio ecumenico sapere e si arrogano perciò il diritto di insultare e porre in ridicolo il complottista, razzista di turno. Se da una parte dovrebbe prevalere una sincera spinta al senso critico, dall’altra parte del selciato dovrebbe prevalere un ritorno all’umiltà per ritrovare una vera comprensione umana).

Chiusa parentesi.

Il bisogno innato dell’uomo a vivere in contatto con gli altri ha radici già nel rapporto quasi-simbiotico tra la madre e il bambino. Come sostiene tra gli altri Lacan, la mente si va formando in relazione al confine, prima corpo-sensoriale poi cognitivo ed emozionale, con il tocco e lo sguardo-specchio della madre. Per Mead, questo tipo di ruolo non è più soltanto prerogativa della madre, ma esteso a tutto l’ambiente. Ambiente che può essere sia fisico sia relazione sia infine virtuale, digitale. E difatti proprio in quest’ultimo tipo di ambiente si va ad affermare sempre più un nuovo spirito di condivisione, fondato su dinamiche relazionali e scambi interattivi quasi anonimi quanto fugaci.

Abbiamo visto, proprio nel periodo di quarantena, come la solidarietà per il coronavirus debba oramai passare soprattutto per i social media. Aste di beneficienza, raccolte fondi per aiutare medici e infermieri impegnati nella lotta al covid sono state svolte efficientemente in canali solo online, sui social-media e su siti dedicati al crowd-funding. Questo non può non spingere verso un interrogativo che chiami in causa la prevalenza del digitale nel mondo delle relazioni, dei progetti collettivi e personali fino ai quotidiani scambi tra persone.

Distorsioni da condivisione digitale

Come intuibile, il senso di condivisione non è nato con il pulsante “Condividi”. Ma si rifà ad una tassonomia valoriale e religiosa che ha in Occidente il suo miglior rappresentante: il Cristianesimo. Ora, la domanda diventa: se e come la condivisione digitale distorce il senso di condivisione cristiano e predicato da molte altre religioni? Gesù spezza il pane per condividerlo con tutti gli apostoli. Ma il pane è però un oggetto con una propria realtà fisica, materiale: non può riprodursi all’infinito come un link o un Meme su Facebbok e Instagram.

Il mondo virtuale non è più solo potenziale, ma diventa quasi più reale e sfaccettato del mondo reale. Internet si è appropriato di termini presi in prestito da altri ambienti e questi oggi sono diventati quasi più significativi nel mondo digitale rispetto ai mondi di origine. E questo ha conseguenze, se non temibili, quantomeno ambigue e meritevoli di pre-occupazione. Perché se per il cittadino oggi esprimere consenso vuol dire soprattutto schiacciare un “Mi piace” o un “Follow”, la controparte non-digitale e altrettanto reale potrebbe uscirne deficitaria.

Nell’ambiente digitale, prevale non il senso di condivisione, ma la condivisione per trovare un senso qualunque.

Implica quindi un’incapacità del cittadino ad esprimere il proprio favore senza utilizzare frasi tanto semplici ed immediata comprensione quanto superficiali e ambigue. Frasi che si rifanno al virtuale come: “Ti seguo”, “Sono con te”, “Sono un suo fan”, “Mi piaci”, “Condivido il tuo pensiero”, senza avvertire quasi più la spinta epistemologica ad approfondire il proprio e l’altrui pensiero. Inoltre, durante tutta la quarantena siamo stati bombardati, e lo siamo tuttora, da annunci pubblicitari televisivi e sui social che ci invitano a donare qualche euro per gli ospedali e condividere, come se altrimenti non avesse senso, il nostro gesto sui social così da informare i nostri amici e contatti.

Fra le nuove generazioni, assume sempre più significato il proverbio: “occhio non vede, cuore non duole”. Tanto che si potrebbe pensare di renderlo: “occhio non vede, niente accade”. Così, una bella passeggiata in montagna assume il ruolo di “fatto accaduto” solo quando, e se, viene pubblicato sui social e condiviso con altri. Nelle stesse relazioni sentimentali oramai sembra, che più che l’anello o la presentazione ufficiale ai genitori, a rendere ufficiale il rapporto sia la condivisione della coppia sui social. Sotto diversi punti di vista, l’esperienza non-condivisa è un’esperienza, direbbe Lacan, con significato, ma senza significante e perciò divisa senza essere con-divisa, mutilata e perciò amputata.

«Più paura dell’esclusione che della morte»

Per quanto non escludo possa essere una positiva manifestazione di solidarietà, questo invito persistente a condividere sui social ogni appello, ogni post, ogni discorso, ogni notizia, ogni fatto e fatterello che ci riguardi a prescindere da quanto possa essere interessante e significativo per noi e per gli altri è il frutto di un paradigma sociale improntato più sull’avere consenso che sull’essere consenzienti, più sull’ego-ismo sfrontato di vantarsi dell’appariscente bontà che sull’impegnarsi attivamente e quotidianamente nella realizzazione della bontà, che smette di essere buona quando diventa un lucernario di consensi, fama e rispetto.

Il codice morale e sociale caratterizzato dall’egoismo del possesso, come quello attualmente diffuso, ha ormai conquistato il dominio nella nostra società e finito per nascondere il vero bisogno represso di fondersi unitamente con gli altri. Se è vero infatti che la condivisione resta un bisogno innato dell’uomo, questa può essere manipolata e burocratizzata da sistemi autoritari e particolarmente accentratori. In quanto, come scrive Fromm:

«il desiderio di compiere l’esperienza dell’unione con altri si manifesta anche nelle più basse forme di comportamento, per esempio negli atti di sadismo e distruzione, non meno che nelle forme supreme, come la solidarietà fondata su un ideale o su una convinzione. E rappresenta anche il movente principale del bisogno di adattarsi: gli esseri umani hanno più paura di essere messi al bando che non, a volte, della morte stessa».

Conclusioni

Se questo era vero nel Novecento, con media piuttosto rudimentali al confronto degli attuali nuovi media, con il tracollo della modernità e l’indebolimento progressivo delle sue istituzioni sociali, i social media assumono a fortiori una nuova centralità sociale e identitaria per i cittadini. Infatti, secondo il sociologo Massimo Ragnedda, la modernità riflessiva, come la chiama Beck, è segnata «dall’emergere della società post-panottica, molto più fluida e dinamica, dove avviene il superamento della dicotomia controllo-libertà e la nascita di nuovi dispositivi che tendono ad uniformare il comportamento senza coercizione».

Per queste ragioni, risulta di fondamentale importanza capire il tipo di unione che una società, in particolare la nostra, può promuovere a partire dalle sue interazioni socioeconomiche e dai suoi significanti collettivi. Per ritrovare infine un nuovo senso di comunità e condivisione gli uni con gli altri, dal momento che, come sostiene Bion, i pensieri nascono ancor prima dell’apparato per pensarli, non si può non pensare di partire da una concezione della natura umana completamente diversa, quasi simmetrica a quella attuale, perché non fondata sulla semplificazione, sulla bit-zzazione e algoritmi-zzazione dell’Umano, ma costruita a partire da tre tipi di relazione – quella con sé stessi, quella con il mondo, e quella con il mondo degli altri – allo scopo di com-prendere, con-dividere il senso in armonia.

Axel Sintoni

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