Il conflitto tra India e Pakistan, due potenze nucleari storicamente rivali, ha rischiato di degenerare ulteriormente a causa di una massiccia ondata di disinformazione che si è diffusa principalmente attraverso i social media. Nei giorni di tensione, mentre missili e droni solcavano i cieli notturni, un’altra battaglia invisibile si svolgeva online, dove notizie false e manipolate venivano diffuse in modo virale, aggravando un già delicato equilibrio.
Disinformazione e propaganda nel conflitto tra India e Pakistan
L’innesco di questa escalation è stata l’operazione militare indiana denominata “Sindoor“, lanciata in risposta a un attacco di militanti in Kashmir, zona contesa che da anni è fonte di scontri tra le due nazioni. Immediatamente dopo, sui social sono apparse affermazioni non verificate di grandi vittorie dell’India: si parlava di aerei pakistani abbattuti, della cattura di un pilota nemico, persino della conquista di città chiave come Lahore e del porto di Karachi.
Non solo, si sono diffuse false notizie di un colpo di stato in Pakistan e dell’arresto del capo militare pakistano. Questi racconti venivano accompagnati da immagini di esplosioni e strutture in rovina, in realtà riciclate o create artificialmente, che hanno alimentato un clima di euforia e ostilità, ma che non corrispondevano affatto alla realtà.
Un cessate il fuoco, entrato in vigore il 10 maggio, ha momentaneamente evitato un’escalation incontrollata, ma la battaglia di parole e immagini false non si è fermata con la fine degli scontri armati. Attivisti, fact-checker e analisti hanno documentato un vero e proprio conflitto parallelo, in cui la disinformazione ha avuto un ruolo centrale nel tentativo di manipolare l’opinione pubblica e rafforzare i sentimenti nazionalisti da entrambe le parti.
In Pakistan, dove fino a poco prima era vietato l’accesso a piattaforme come X, la rimozione del divieto ha portato a un immediato aumento della diffusione di contenuti ingannevoli, anche se non con la stessa intensità riscontrata in India. Video di finte vittorie militari pakistane, immagini ritoccate e notizie completamente inventate sono state amplificate anche dai media tradizionali, da giornalisti influenti e persino da politici. Analogamente, sono circolate notizie infondate riguardo a un cyber-attacco pakistano che avrebbe paralizzato la rete elettrica indiana o di soldati indiani che avrebbero deposto le armi.
La guerra digitale che minaccia la verità
Un aspetto particolarmente inquietante di questa “guerra dell’informazione” è stato l’uso massiccio di contenuti manipolati, come video di videogiochi spacciati per riprese reali di combattimenti aerei, oppure immagini e video generati con l’intelligenza artificiale. Alcune di queste false testimonianze erano così convincenti da finire persino nei telegiornali più seguiti in India, contribuendo a una narrazione distorta degli eventi. Questo fenomeno, descritto da esperti come un esempio di “guerra ibrida”, riflette una tendenza globale in cui la disinformazione è utilizzata come strumento strategico per destabilizzare l’avversario.
Le piattaforme social hanno provato a contrastare questa ondata di fake news con l’eliminazione di contenuti e l’applicazione di avvisi di fact-checking, ma, secondo osservatori esterni, il loro intervento è stato insufficiente rispetto all’enorme volume di messaggi falsi. Su X, per esempio, solo una minoranza dei post più problematici è stata segnalata o limitata, nonostante alcuni abbiano raggiunto decine di milioni di visualizzazioni.
Non va sottovalutato poi il ruolo svolto da account legati a gruppi politici nazionalisti, in particolare in India, dove il partito al governo, il Bharatiya Janata Party (BJP) guidato da Narendra Modi, ha spesso sfruttato i social per diffondere la propria agenda. Alcuni esponenti politici hanno rilanciato materiali dubbi, mentre video deepfake hanno manipolato dichiarazioni di leader per influenzare l’opinione pubblica.
Tutto ciò ha sollevato pesanti critiche anche nei confronti dei media tradizionali indiani, accusati di aver abbandonato la loro funzione di informazione imparziale e di essersi trasformati in canali di propaganda durante il conflitto. Organizzazioni per i diritti umani hanno formalmente denunciato diverse emittenti televisive per gravi violazioni etiche nel modo in cui hanno coperto l’operazione militare.
Nonostante le rassicurazioni del governo indiano, che sostiene di aver preso misure per monitorare e reprimere la disinformazione, il quadro rimane preoccupante. Come ha spiegato un consigliere del ministero dell’informazione, la “nebbia della guerra” rende inevitabile che in situazioni di crisi il racconto degli eventi si carichi di esagerazioni e di toni accesi, alimentando così un clima di tensione difficile da disinnescare.
La recente escalation tra India e Pakistan ha dimostrato come il campo di battaglia si estenda ormai ben oltre i confini fisici, coinvolgendo la dimensione digitale in modo determinante. La diffusione incontrollata di notizie false non solo mina la verità ma può anche trasformarsi in un pericoloso detonatore di conflitti, soprattutto tra due potenze nucleari dove ogni passo falso potrebbe avere conseguenze catastrofiche. In un’epoca dominata dai social media, la sfida più urgente resta dunque quella di fermare la disinformazione prima che essa possa tradursi in ulteriore violenza reale.















