Conformismo: ovvero dove finiamo noi ed inizia l’influenza sociale?

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L’utilità degli esperimenti svolti a partire dagli anni Cinquanta di Asch e Milgram per riflettere sul conformismo di oggi.

Quanto le nostre decisioni sono influenzate dagli altri? É forse anacronistico parlare di conformismo nell’epoca dei social media, in cui addirittura l’influencer è diventata una professione di successo.

Eppure, forse, è proprio oggi che una riflessione sul conformismo necessita di essere intrapresa.

Gli studi sul ruolo dell’influenza sociale sull’individuo hanno avuto il loro momento di massima concentrazione negli anni ’50. E se ci pensiamo, ciò non è un caso. Si era usciti da una guerra mondiale che aveva scioccato non solo per la sua violenza ma anche per il ruolo che aveva riguardato molti inaspettati spettatori ed attori di quel tragico periodo.



Il male si era andato a insidiare in zone che solo qualche anno prima sarebbe sembrato impossibile trovarlo. Il male aveva influenzato e inghiottito persone fino a poco tempo prima considerate “per bene”.

Era questo l’effetto di quella banalità del male che in modo così acuto e sapiente delinea Hannah Arendt nella sua omonima opera del 1963.

Gli studi di Asch:

Le ricerche forse più famose a riguardo sono quelle degli psicologi Asch e Milgram, entrambi autori di ricerche nell’ambito della psicologia sociale.

Asch, negli anni Cinquanta avviò un esperimento in cui un gruppo di persone (tutte d’accordo con lo sperimentatore, tranne una) dovevano rispondere a delle semplici domande riguardanti delle linee segnate su due distinti cartellini.

In uno dei cartellini era presente una linea. Sull’altro, erano segnate tre linee di diverse grandezze, delle quali, solo una aveva la stessa lunghezza della linea presente nel primo cartellino. Quale delle tre era uguale alla prima linea?

Ebbene, ad un certo punto dell’esperimento la maggior parte dei presenti (complici) iniziava a rispondere deliberatamente in maniera errata. L’unico inconsapevole del reale esperimento, nonostante non fosse intimamente d’accordo con il gruppo, tendeva – almeno una volta nel 75 % dei casi – a rispondere come il gruppo. Anche se consapevole che fosse la risposta sbagliata.

Inoltre, Asch si accorse che più gli altri componenti del gruppo erano considerati influenti o importanti, più si tendeva ad uniformarsi al gruppo.

L’esperimento di Milgram:

Lo stesso Milgram, alcuni anni dopo poté sperimentare questa conclusione, nel suo esperimento all’Università di Yale.

Lo psicologo sociale voleva sondare se fosse possibile eseguire il male solo perché ci viene dato l’ordine di farlo. Non dimentichiamo che negli stessi anni dell’esperimento di Milgram, si svolgeva a Gerusalemme il processo ad Eichmann dal quale scaturirà l’opera già citata della Arendt.

Era anzi proprio questo processo, nel quale l’imputato si difendeva affermando di aver solo eseguito degli ordini, che aveva spinto Milgram ad approfondire la questione. Poteva la percezione dell’autorità condurre gli uomini a fare del male?

Ancora una volta, nell’esperimento era solo una persona ad essere ignara del suo vero scopo. Questo soggetto doveva personificare un insegnante che doveva far giungere una scossa elettrica ad un allievo, ogniqualvolta avesse risposto in modo errato.

Uno sperimentatore vicino al soggetto nel ruolo dell’insegnante lo incitava a far partire la scossa. Nonostante le (finte) sofferenze che l’alunno mostrava ad ogni scossa, sotto la pressione dell’autorità, “l’insegnante” aumentava il voltaggio.

Il 65% dei soggetti sotto esperimento lo conclusero. Anche se non con poche esitazioni ed evidente disagio. Ma, ancora una volta, lo sperimentatore che dava gli ordini era considerato come l’autorità. Come colui che sapeva. Colui che aveva assicurato sulla giusta causa dell’esperimento. Anche se questa prevedeva la sofferenza altrui.

Il conformismo, oggi:

Forse ci sembrano esperimenti lontani da noi, oggi. Noi che continuamente siamo incitati da coloro che sanno cosa sia meglio per noi. Dal vestito da mettere, al politico da sostenere. Ci viene anche suggerito quali debbano essere le cose di cui gioire e quelle di cui indignarci. Quanto “rischio di conformismo” è presente in questo?

Opinionisti, influencer. Passiamo tempo a guardare volontariamente persone che per lavoro devono influenzarci. É la pubblicità, ragazzi! E noi siamo liberi di seguirla oppure no.

O forse abbiamo l’illusione che avere più pubblicità tra cui scegliere o più opinionisti da cui farsi un’opinione significhi essere liberi di scegliere.

È lo stesso Seneca ad incitarci, sostenendo che

il nostro primo dovere è di non seguire, come fanno gli animali, il gregge di coloro che ci precedono.

E quanto abbiamo bisogno, ancora oggi, di fare attenzione alle greggi.

Caterina Simoncello

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