I conservatori britannici stanno perdendo la fiducia sulla Brexit

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Uscire dall’Unione Europea era per i conservatori britannici l’apoteosi di un sogno, una vetta quasi irraggiungibile che pulsava da anni nei loro cuori. A distanza di anni però, le cose sono cambiate e gli stessi conservatori adesso stanno perdendo la loro fiducia sulla Brexit

Un tempo adulatori del vivace tradizionalismo, quasi isolazionista e radicale. Adesso sopraffatti dalle conseguenze dello stesso. Sono i conservatori britannici, rimasti a conteggiare le perdite che la Brexit ha causato – e sta continuando a causare – al loro intoccabile paese.

Nonostante il paese sia stato colpito dalla grave perdita della sua regina Elisabetta II, che malgrado l’età sembrava essere la guardiana infinita di un Regno Unito che ha tentato in tutti i modi di aggiustare i conti con il suo passato da imponente potenza coloniale, i suoi abitanti adesso devono anche fronteggiare le conseguenze derivate dalla Brexit, la famosissima fuga dei britannici dall’Unione Europea. Una fuga attesa, ma improvvisa.

Il sondaggio che prova la perdita di fiducia sulla Brexit

A provare ciò, è un recente sondaggio effettuato dall’agenzia britannica “Opinium” – una delle agenzie più influenti in materia di sondaggi e opinioni politiche – in cui si chiede di esprimere la propria fiducia sulla Brexit, in modo tale da capire se questa abbia creato più problemi di quanti ne abbia risolti. Il sondaggio era rivolto inizialmente agli elettori conservatori, successivamente si è allargato ad una fetta più ampia di abitanti del paese. Secondo il 33% dei conservatori che hanno espresso la propria opinione, la Brexit ha causato più problemi che altro

Anche il 57% della fascia più ampia di elettori, sottoposta in seguito al sondaggio, afferma che la Brexit stia causando problemi più che ogni altra cosa. E’ una netta caduta della fiducia rispetto ai primi tempi, che sicuramente nessuno si aspettava, specialmente i conservatori stessi.

La Brexit è una storia che nasce da molto lontano

Il Regno Unito non è mai riuscito a nutrire enormi simpatie verso l’Unione Europea. Già sul finire della seconda guerra mondiale – nel mezzo delle macerie ancora da spostare e nella devastazione ancora da elaborare – quando si iniziava a prospettare l’utopico progetto di unione tra le maggiori potenze europee, i britannici nutrivano forti perplessità. Da sempre gelosi del loro grande potenziale, non riuscivano a conciliare le loro ambizioni con quelle europee, soprattutto negli anni 80, con l’ascesa della “lady di ferro”  Margaret Thatcher.

La prima ministra ha bacchettato il progetto europeo in modo inflessibile e vigoroso. Le stesse modalità che hanno caratterizzato il suo intransigente liberismo: l’idea di dar vita ad una unione politica e monetaria delle nazioni europee, era decisamente lontana dalle sue aspirazioni politiche. Non a caso molti la definiscono come “madre della Brexit”

Il referendum del 2016 e l’addio ufficiale all’unione

Insomma, quelle ambizioni fortemente conservatrici, amalgamate nell’idea di una nazione sovrana, indipendente e senza vincoli comunitari avevano cominciato a pervadere le menti dei cittadini e politici britannici. Gran parte della scena pubblica era stata ormai conquistata. E allora iniziava ad affiorare l’idea di un referendum, in cui si chiedeva la parola direttamente ai cittadini.

Nel 2016, arriva la tanto attesa svolta. Il 23 giugno il popolo britannico è stato chiamato al voto per decidere se rimanere all’interno dell’Unione Europea o se abbandonarla definitivamente. I Tory non aspettavano altro, era il loro momento. Vinse con poco più della metà dei voti il “leave” – abbandono – e così i britannici lasciavano definitivamente il progetto europeo, con il 51% di preferenze positive.

Libertà, garanzie, stato sovrano. Era questo quello che si sperava e che si cercava a lungo di modellare per arrivare ad una perfezione che alla fine sarebbe stata solo apparente. Da quel momento infatti , tutte le aspirazioni della nazione sarebbero piombate in una vorticosa discesa, senza possibilità di riemergere.

La politica britannica vive anni di crisi

Dopo la disastrosa esperienza con la pandemia, il governo britannico ha subìto nei successivi anni continui cambi di rotta, seppur rimanendo in ambito conservatrice.  Prima lo scandalo che ha travolto Boris Johnson, quando nel bel mezzo della pandemia era stato scoperto a partecipare ad una festa privata nell’elegante giardino di Downing Street. Poi le dimissioni, seguite dal brevissimo esordio della premier conservatrice Liz Truss, travolta nel giro di pochissimi giorni dalla morte della regina, poi da uno scandalo economico. Il suo è stato uno dei governi più corti nella storia del paese: a nemmeno due mesi dal mandato – dopo le misure ultraliberiste – i britannici hanno dovuto fronteggiare un traumatico crollo economico. Infine, l’approdo di Rishi Sunak, primo leader in assoluto ad avere origini indiane.

Alla crisi politica, si aggiungono quella sociale ed economica. L’inflazione sta rodendo i risparmi dei britannici e sta colpendo soprattutto i prodotti alimentari,  travolgendo l’intero settore con un tasso sconcertante, il 13%. Alcune merci che sarebbero dovute arrivare nel paese invece, sono state completamente bloccate ai confini, cogliendo molti britannici di sorpresa. Alla vista degli scaffali dei supermercati completamente vuoti, i cittadini hanno rievocato i ricordi traumatici della pandemia.

Alla luce di ciò, la fiducia sulla Brexit è drasticamente calata. Un sogno così tanto perseguito da anni si sta trasformando nella fonte principale dei problemi del Regno Unito.

Antonio Pellegrino

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