Una luce ultravioletta contro il contagio influenzale

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L’influenza è una periodica “ordinaria emergenza” (si lo so che emergenza ordinaria è una contraddizione in termini, ma la licenza rende l’idea) che rappresenta una delle maggiori preoccupazioni della sanità pubblica nei paesi avanzati, da un lato perché non ne hanno altre (di tipo infettivo), dall’altro perché hanno ampie fette di popolazione anziana e dunque vulnerabile (insieme ai bambini e agli immunodepressi per condizioni patologiche varie).
I programmi di vaccinazione sono una gamba del tentativo di ridurre il carattere epidemico del contagio influenzale (con diverse sfumature, in realtà parte del mondo medico ritiene di impiegare la vaccinazione antinfluenzale solo come mezzo per proteggere i soggetti a rischio, mentre in alcuni paesi si consiglia la vaccinazione di massa per contenere l’epidemia) l’altra è evitare che il virus circoli, da cui la raccomandazione agli infetti di stare a casa e non andare a fare gli untori sul posto di lavoro. In questa seconda gamba della lotta al contagio influenzale si inserisce la notizia proveniente dal Medical Center della Columbia University di un modo per sterilizzare gli ambienti grazie a un particolare tipo di luce ultravioletta. La ricerca è stata pubblicata su Scientific reports ieri, ed è intitolata Far-UVC light: A new tool to control the spread of airborne-mediated microbial diseases, perché ovviamente non essendo un vaccino ma una misura di sterilizzazione non è influenza specifico, ma può essere utile per combattere la diffusione dei virus aerotrasportati in generale (come è ad esempio anche la tubercolosi).



Se state pensando: ma è una vita che usano gli ultravioletti per sterilizzare la frutta, dov’è la novità? La novità è nel fatto che se non si usa questo sistema per sterilizzare gli ambienti dove sono presenti persone un motivo c’è, l’esposizione agli ultravioletti provoca tumori della pelle e cataratte.
Il team diretto da David J. Brenner, che è professore di biofisica delle radiazioni presso il Medical Center della Columbia University, ha però scoperto che ultravioletti lontani della lunghezza d’onda di 207–222 nm (nanometri) sono ugualmente efficaci nel disattivare i virus aerotrasportati ma non sono dannosi per i mammiferi come le luci UV tradizionali.
Perché sono dannosi per le cellule dei virus e non per la nostra pelle o i nostri occhi? Perché la pelle è protetta dallo strato superficiale di cellule morte e l’occhio dal velo di lacrime, bastano perché gli ultravioletti lontani hanno una bassissima capacità di penetrazione, ma le cellule di virus e batteri aerotrasportati sono molto più piccole di quelle umane, quindi gli UV lontani penetrano abbastanza da danneggiarne il DNA in maniera distruttiva.
Lo studio ha utilizzato proprio un virus influenzale, l’H1N1, è stato diffuso sotto forma di aerosol in una stanza ed è stato esposto a bassi dosaggi di una luce ultravioletta a 222 nm. La luce ha inattivato il virus influenzale con la stessa efficacia mostrata dalle normali lampade UV commerciali.

Roberto Todini

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