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Contro il potere: vite di giornalisti che hanno cambiato la Storia

George Saldes, William Howard Russell, Nellie Bly e Januarius MacGahlan.
Quattro giornalisti che, contro ogni forma di potere, sono riusciti a cambiare il mondo

George Seldes, “muckraker” contro il potere

Un popolo che vuole essere libero, deve armarsi di una stampa libera.

George Seldes, nato nel New Jersey nel 1890, è stato uno dei primi muckraker della Storia.
To muckrake” significa “esporre e denunciare pubblicamente la cattiva condotta di figure prominenti“.
Seldes passò la vita promuovendo una stampa libera e criticando il controllo dei media, confrontandosi con la censura.

Al termine della Prima Guerra Mondiale, Seldes e alcuni colleghi intervistarono una delle figure prominenti della guerra: Paul von Hindenburg, comandante dell’esercito tedesco.
Con questa intervista, Seldes si pose per la prima volta contro il potere delle autorità politico-militari.

L’articolo, infatti, venne rese pubblico solo nel 1929, nel libro di Seldes “You can’t print that (“Non puoi stamparlo”).
Nel libro, Hindenburg afferma che la guerra sarebbe potuta finire in una situazione di equilibrio, con il risparmio di molte vite.

Ma l’equilibrio fu rotto dalle truppe americane. La battaglia delle Argonne fu lenta e difficile. Ma è stata strategica…. Il giorno in cui il comando americano inviò nuove divisioni nella battaglia e io non avevo più nemmeno una divisione in avaria per colmare le lacune. Non restava altro da fare che chiedere condizioni

Secondo Seldes, quelle parole che le autorità decisero di censurare, avrebbero potuto avere un ruolo importante nella Storia degli anni successivi.



Se l’intervista a Hindenburg fosse stata approvata dagli (stupidi) censori di Pershing all’epoca, avrebbe avuto un titolo in tutti i Paesi abbastanza civili da avere dei giornali.
E senza dubbio avrebbe fatto impressione su milioni di persone e sarebbe diventata una pagina importante della Storia. Credo che avrebbe distrutto gli assi portanti su cui Hitler è salito al potere, avrebbe impedito la Seconda Guerra Mondiale, la più grande e peggiore guerra di tutta la storia, e avrebbe cambiato il futuro di tutta l’umanità

Nel 1920 riuscì a intervistare Lenin, ma anche in questo caso l’intervista venne censurata e lui dovette lasciare gli Stati Uniti.
Arrivò in Italia, dove inizio a indagare sul caso Matteotti. Ma fu di nuovo costretto ad abbandonare di Paese.
Infine, si stabilì in Messico dove scrisse diversi articoli sul modo in cui gli Stati Uniti sfruttavano le risorse minerarie messicane. In molti casi, i suoi lavori non furono pubblicati.

Negli ultimi anni di una carriera segnata dalla censura e dall’esilio, Seldes denunciò apertamente la mancanza di una stampa libera contro il potere.

Il fallimento di una stampa libera nella maggior parte dei Paesi è solitamente imputato ai lettori….Il popolo merita di meglio nella maggior parte dei governi e della stampa. I lettori, in milioni di casi, non hanno modo di scoprire se i loro giornali sono giusti o no, onesti o distorti, veritieri o coloriti….

 

Ci sono meno di una dozzina di giornali indipendenti in tutto il Paese, e anche questo piccolo numero dipende dagli inserzionisti e da altre cose, e tutte queste altre cose che ruotano intorno al denaro e al profitto rendono impossibile una vera indipendenza.

Nessun giornale che sostiene una classe sociale è indipendente

Seldes morì nel 1995. Nel suo necrologio, venne ricordato come “l’uomo la cui luce ha aperto la strada a nuove generazioni di giornalisti desiderosi di cercare la verità, ovunque essa possa condurre”.

William Howard Russell, il primo reporter di guerra

William Howard Russell, nato a Dublino nel 1820, è spesso ricordato come “il primo reporter di guerra dei tempi moderni“.

Viene ricordato soprattutto per i suoi report sulla Guerra di Crimea, realizzati nel 1854, che attirarono su di lui l’attenzione dell’establishment.
Nei suoi lavori, infatti, Russell non si poneva limiti nel criticare l’organizzazione del complesso militare e chiedere conto alle autorità.
In particolare, rimase scioccato dalle condizioni di vita dei soldati a Sebastopoli.

Mancano i più comuni accessori di un ospedale. Non c’è la minima attenzione alla decenza o alla pulizia della biancheria; il fetore è spaventoso; l’aria fetida riesce a malapena a contaminare l’atmosfera, se non attraverso le fessure dei muri e dei tetti. E per quanto posso osservare, questi uomini muoiono senza che venga fatto il minimo sforzo per salvarli

Gli articoli di Russell suscitarono grande scalpore in Gran Bretagna, tanto che la celebre infermiera Florence Nightingale dichiarò di essere entrata a far parte dell’apparato infermieristico proprio in seguito alle rivelazioni del giornalista.

Dall’altro lato, però, il lavoro di Russell disturbava le truppe. Tanto che il comandante Lord Raglan ordinò ai suoi ufficiali di rifiutarsi di parlargli.
Un segretario di guerra arrivò persino a minacciarlo, scrivendo: “spero che l’esercito linci quel reporter del Times“.

Dopo la Guerra di Crimea, Russell fece da reporter durante la Guerra Civile americana, denunciando “l’istituzione della schiavitù” dei Confederati.
Ma si dovette scontrare con la linea politica reazionaria della redazione, che appoggiava lo schieramento del Sud.

La redazione entrò in rotta di collisione con lo stesso Presidente Lincoln, che Russell descrisse come “nero come un tuono a causa del supporto del Times ai Confederati“.
Proprio per questo motivo, nel 1861, il giornalista si rivolse al direttore del giornale, John T Delane, chiedendogli di prendere una posizione più neutrale e di proteggere l’incolumità dei suoi reporter.



Il Times è considerato da tutte le parti come una stampa di secessione o come un agente che sta facendo tutto il possibile per rompere l’Unione. Non voglio chiedervi di sacrificare a me la politica del Times, ma vorrei che, se possibile, non sacrificaste me (e non pochi figli e moglie…) ai leader del Times.

Russell fu molto critico anche verso la politica britannica, in particolare nel merito della ribellione indiana del 1857.

Quello che osservo è che dopo che un inglese è stato qualche anno in India, a meno che non sia un uomo riflessivo e istruito, dimentica completamente i principi della sua vita, le regole della sua religione e i sentimenti della sua civiltà

Queste dichiarazioni colpirono molto gli inglesi. Tanto che, secondo il Times, furono proprio gli articoli di Russell a far sì che le esecuzioni indiscriminate di prigionieri indiani cessassero.

La Regina Vittoria definì i reportage di Russell “troppo espliciti e inappropriati”.
Ma, successivamente, fu proprio il figlio della Regina, il Principe di Galles, a viaggiare in Crimea e in India in compagnia del giornalista.
Russell si ritirò dai campi militari nel 1882, ricevendo il titolo di Cavaliere per il suo lavoro.

Morì nel 1907.
L’epitaffio sul suo memoriale nella Saint Paul’s Cathedral recita: “Il primo e il più grande reporter di guerra“.

Nellie Bly, donna e giornalista contro il potere

Nellie Bly (nome di battesimo, Elisabeth Cochran) nacque nel 1864 a New York e fu una pioniera del giornalismo investigativo.
Durante la sua carriera, dedicata ai diritti delle donne e dei lavoratori, dovette scontrarsi spesso contro il potere di una società patriarcale, che non accettava di ascoltare le parole di una giornalista donna.

Nel 1880, Cochran lesse per caso un articolo del Pittsburgh Dispatch dal titolo “What girls are good for” (A cosa servono le ragazze).
L’autore sosteneva che le donne dovessero occuparsi della casa e dei lavori domestici, e che una donna in carriera fosse una “mostruosità“.
Il giornale ricevette molte lettere di protesta.
Una fra queste, firmata “Piccola Orfana“, colpì molto il direttore George Madden il quale, certo che l’autore della lettera fosse un uomo, pubblicò un annuncio di lavoro per l’ignoto scrittore.
Ma all’annuncio rispose Cochran, che accettò l’offerta.
A quel punto il direttore, considerando la carriera di giornalista sconveniente per una donna, la assunse con lo pseudonimo “Nellie Bly”, ispirato da una canzone di Stephen Foster.

Bly si interessò soprattutto di temi sociali, come sfruttamento del lavoro minorile, mancanza di sicurezza suoi luoghi di lavoro, storie di lavoratrici sfruttate e abusate, in particolare nelle fabbriche.
I suoi lavori attirarono l’attenzione di industriali e finanziatori, che fecero pressioni perché Bly venisse censurata e perché si occupasse di temi più “femminili”, come il giardinaggio e la moda.

Ma lei continuò il suo lavoro, convincendo il direttore a mandarla in Messico come corrispondente estera. Dopo alcune inchieste sulla povertà e la corruzione del Paese, il Presidente Porfirio Dìaz decise di espellere Bly.
Si trasferì quindi a New York, dove Joseph Pulitzer la assunse nel “New York World“.
Qui, Bly propose la sua celebre inchiesta sulle condizioni di vita nel manicomio di Blackwell’s Island. Per realizzarla. la giornalista si finse pazza e si fece ricoverare.

Sembra una trappola umana per topi. È facile entrare ma, una volta lì è impossibile uscire. Il cibo è rancido, i bagni freddi, l’igiene scarsa; inoltre, molte donne rinchiuse qui dentro sono in realtà emigrate, povere o internate dai familiari contro la loro volontà

L’inchiesta produsse molto scalpore, tanto che lo Stato di New York decise di attuare una riforma degli istituti di salute mentale e migliorare le condizioni di vita dei pazienti.
Grazie alle sue inchieste, e agli effetti che queste avevano avuto sulla società, il New York Journal la nominò “migliore reporter d’America“.

Durante la Prima Guerra mondiale, Bly fu una delle pochissime reporter di guerra donne.
Morì nel 1992 lasciando un epitaffio che recita: “Non ho mai scritto una parola che non provenisse dal mio cuore. E mai lo farò”

Januarius MacGahlan e i crimini di guerra turchi

Januarius MacGahlan, nato a New York nel 1844, è stato un reporter di guerra.
I suoi reportage dei crimini di guerra compiuti dal popolo turco in Bulgaria ebbero un grande effetto su ciò che avvenne in seguito, tanto che MacGahlan è ricordato come “l’uomo che ridisegnò la mappa dei Balcani“.

Viaggiò per tutto il mondo, da San Pietroburgo a Londra, da Cuba al Caucaso, dalla Spagna ai mari dell’Artico. Raggiunse persino una spedizione di zaristi in Turkmenistan, dove rischiò la vita attraverso mille miglia di steppe inseguito dai cosacchi.

Ma il suo lavoro più celebre è il reportage sui crimini di guerra turchi in Bulgaria, realizzato per il britannico “Daily News”.
In precedenza,  diversi giornali si erano posti contro il potere delle autorità britanniche, raccogliendo testimonianze sulla “repressione sanguinaria” dei turchi.
Ma il Primo Ministro inglese Benjamin Disraeli aveva negato ogni parola.
Si era scagliato contro i giornali definendoli “irresponsabili“, e considerando i loro articoli dei “chiacchiericci da caffè“.

Ma, con l’aumentare della pressione da parte del governo, il Daily News decise di dimostrare l’esistenza del massacro.
Per quel lavoro, che consisteva nel violare i confini sfuggendo ai turchi, scelsero il giovane MacGahlan.

Nel 1876, partì alla volta del villaggio bulgaro di Batak, 150 km a sud di Sofia.
Le cronache di quel luogo sconvolsero il mondo intero.

All’improvviso tirammo le redini (…) perché proprio davanti a noi, quasi sotto gli zoccoli dei nostri cavalli, una vista ci fece rabbrividire. Era un cumulo di teschi, frammisti a ossa di tutte le parti del corpo umano, scheletri quasi interi e in putrefazione, vestiti, capelli umani e carne putrida giacevano lì in un ammasso nauseante. (…) Osservammo che erano tutti piccoli…

 

Ecco la scuola. A giudicare dalle mura che in parte sono ancora in piedi, era una grande e bella costruzione capace di accogliere 200 o 300 bambini. Sotto le pietre e i rifiuti che coprono il pavimento per un’altezza di diversi centimetri, ci sono le ossa e le ceneri di 200 donne e bambini, bruciati vivi tra queste quattro mura.

 

Entrammo nella chiesa.  L’odore divenne così cattivo che era quasi impossibile andare avanti. Prendemmo una manciata di tabacco e lo tenemmo contro i nostri nasi…

Ma le parole che più di tutte sconvolsero l’opinione pubblica britannica, furono quelle che descrivevano il piccolo cimitero dietro la chiesa.

C’erano testoline ricciolute in quella massa in putrefazione, schiacciate da pietre pesanti.
Piedini non più lunghi del dito di una mano, sui quali la carne era stata seccata dal caldo ardente prima che avesse il tempo di decomporsi.
Manine tese come a chiedere aiuto; neonati che erano morti sorpresi dall’intenso luccichio delle sciabole e degli occhi rossi degli uomini dallo sguardo feroce che le brandivano…

Fu proprio da queste denunce che ebbe origine la Guerra dei Balcani, la quale portò alla formazione di quattro nuovi Stati: Bulgaria, Serbia, Montenegro e Bulgaria.

MacGahlan morì due anni dopo, nel 1878, colpito dal tifo che aveva contratto dopo aver seguito la guerra turco-russa con un piede ingessato.
Il suo reportage è considerato “il più grande pezzo di giornalismo di tutti i tempi“.

La parola come arma contro il potere

George Saldes, William Russell, Nellie Bly e Januarius MacGahlan hanno saputo cambiare il corso della Storia attraverso il loro lavoro giornalistico.
Hanno subito censura, minacce ed esili, mettendo a rischio la loro stessa vita.
Si sono dovuti confrontare con diverse forme di potere che, ancora oggi, tentano di mantenere il controllo della realtà manipolando l’informazione.

Le loro storie sono un monito per la società, perché questa conosca il vero valore di un’informazione libera e indipendente.

Giulia Calvani

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Giulia Calvani

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