Alla convention repubblicana ha preso parola l’America di Trump

Uno spettro si aggira per l’America. Almeno a sentire gli oratori della convention repubblicana che si è conclusa nella notte italiana.

A differenza di quanto era stato promesso da Trump, infatti, non si può dire che le parole pronunciate durante le quattro sere abbiano descritto una realtà positiva per la società statunitense.

Quelle di Novembre, i due partiti concordano su questo, sono elezioni importantissime.

Per i democratici in stallo ci sarebbe la democrazia, messa a rischio dall’atteggiamento autoritario e poco rispettoso delle istituzioni di Trump, per i repubblicani il pericolo riguarderebbe lo stile di vita americano che rischia di subire la deriva socialista per mano degli avversari politici.




Biden, la Cina e i media sono i tre grandi nemici emersi dalla convention repubblicana. L’ex vice di Obama è, nella visione trumpiana, un estremista dalla parte dei marxisti e degli anarchici che hanno portato il caos nelle città americane e, allo stesso tempo, un membro dell’élite globalista. Insieme ai media, presi direttamente di mira attraverso la testimonianza di Nicholas Sandmann, il leader democratico vorrebbe abolire la libertà di espressione e di opinione. Prendendo ad esempio la Cina, poi, avrebbe intenzione di impedire la libertà di culto.

“È come se le prossime elezioni si configurassero come chiesa, lavoro e scuola contro rivolte, confusione e vandalismo” ha affermato Donald Trump Jr durante la prima sera riprendendo il tono della fidanzata Kimberly Guilfoyle che, poco prima di lui, aveva pronunciato quello che si è rivelato essere il discorso più urlato di tutta la convention repubblicana. Un concetto destinato a tornare nella quasi totalità degli interventi.

I repubblicani hanno scelto di mantenere il focus della convention sui risultati ottenuti nei quasi quattro anni di amministrazione Trump evitando di presentare una piattaforma programmatica.

Larry Kudlow, direttore del “national economic council”, ha parlato dei grandi progressi in ambito economico ottenuti negli anni a guida Trump cui solo la pandemia, di cui comunque ha parlato al passato, ha potuto mettere un freno. L’argomento usato più spesso, da lui come dagli altri relatori, è quello secondo cui sotto l’attuale presidenza la disoccupazione ha toccato minimi storici.

Anche Mike Pompeo, rompendo la prassi che vorrebbe che i segretari di Stato non partecipassero alle campagne elettorali, ha preso parola in collegamento da Gerusalemme per parlare dei successi di Trump in politica estera, dalla sconfitta dell’Isis alla pace in medio oriente.

Sulla scia di quanto detto da Pompeo è stato anche mandato in onda un video per celebrare la liberazione di cittadini americani tenuti in ostaggio in diversi paesi stranieri.

Trump ha scelto di utilizzare per fini elettorali anche alcuni video che lo ritraggono nella sua veste istituzionale.

I cittadini lo hanno così potuto vedere mentre concede la grazia ad un ex detenuto afroamericano convertitosi in carcere o durante la cerimonia di riconoscimento della cittadinanza di cinque persone provenienti da altrettanti parti del mondo.

In assenza di un programma, l’obiettivo della convention repubblicana è stato quello di mandare una serie di messaggi, anche contrastanti tra loro, riguardanti la gestione della pandemia, il rapporto di Trump con le minoranze e con le donne e la difesa dei valori americani.

Per quanto riguarda la questione sanitaria, la tesi dei repubblicani è che, a differenza dei media, dei democratici e dell’ Organizzazione mondiale della sanità, Trump si sia subito accorto della gravità del Covid, chiamato durante le quattro serate repubblicane “the chinese virus”, e abbia dato una risposta pronta chiudendo le frontiere agli arrivi dalla Cina e salvando milioni di vite.

Un’infermiera è stata chiamata, all’inizio della prima sera, a testimoniare l’efficacia della reazione dell’amministrazione Trump all’emergenza Covid. Per rafforzare il messaggio è stato mostrato un video del presidente in carica mentre conversa alla Casa Bianca con una serie di lavoratori che non hanno mai interrotto le proprie attività durante la pandemia. La prima ad essere interrogata da Trump è stata, non così sorprendentemente, la dipendente di un ufficio postale.

Che Trump sia un razzista, poi, sarebbe una menzogna imperdonabile. Del resto, come ha detto lui stesso nel discorso pronunciato nel pomeriggio di Lunedì 24, avrebbe fatto più lui per la comunità afroamericana di chiunque altro da Lincoln in poi.

“Mi sento offeso da chi dice che sono stato amico di un razzista per trentacinque anni” ha affermato Hershel Walker, ex giocatore afroamericano di football e amico personale di Donald Trump.

Diversi membri di gruppi minoritari della società statunitense hanno parlato nel corso delle quattro sere. Janette Nunez, prima sostituta governatrice latina della Florida, ha parlato della storia dei suoi genitori, immigrati in America dalla Cuba oppressa dal regime comunista di Castro. Come in altri casi, tra i quali anche quello della first lady Melania Trump, il racconto della sua esperienza è stato usato come espediente per demonizzare l’ideologia socialista ed insinuare che l’America di Biden somiglierebbe agli stati totalitari che ad essa si ispirano.

A testimoniare contro la tesi del razzismo di Trump, poi, si sono levate anche le voci di personaggi come Daniel Cameron, primo procuratore generale di colore in kentucky, Vernon Jones, democratico della Georgia che ha sempre votato insieme ai repubblicani e aveva già sostenuto Bush nel 2000, Tim Scott, unico afroamericano eletto per i repubblicani, e Clarence Henderson, attivista per i diritti civili negli anni ’60.

Tutti hanno argomentato una tesi comune riassumibile in una frase pronunciata da Jones secondo cui “i democratici non vogliono che gli afroamericani lascino le proprie piantagioni mentali”. Ciò che viene contestato alla retorica democratica è l’idea per cui il colore della pelle debba determinare il pensiero politico di un individuo. La loro presenza ha voluto dimostrare che, contrariamente a quanto affermato da Biden, si può essere neri e scegliere di votare per Trump.

Il presidente, però, non si è dimenticato dell’America che gli ha permesso di arrivare alla Casa Bianca nel 2016. L’America bianca e ultraconservatrice cui, infatti, riserva molto spazio.

I coniugi McCloskey, divenuti famosi per le foto che li ritraevano mentre brandivano un fucile di fronte alla propria casa di St. Loius contro i manifestanti del movimento “Black lives matter”, hanno registrato un messaggio a favore del diritto di detenere armi. “Ciò che è successo a noi può succedere a chiunque”, è stato il loro ammonimento. Una “folla di anarchici e marxisti” può venire a marciare in tutti i “tranquilli quartieri” d’America, a meno che “Trump non torni alla casa bianca per garantire l’ordine”.

Anche Patrick Lynch, esponente del sindacato di polizia di New York, ha preso parola alla Convention repubblicana. Sullo sfondo del suo attacco ai democratici che, secondo lui, vogliono abolire la polizia, Lynch aveva la bandiera “Thin blue line”, simbolo di chi sostiene la necessità di chiudere un occhio sui soprusi degli agenti in virtù del fatto che solo il loro lavoro sarebbe la “linea sottile” che separa la società dal caos.

La tesi secondo cui Biden non sarebbe in grado di proteggere i cittadini è stata anche il fulcro del discorso del Vicepresidente Pence che, alla fine della terza serata. ha affermato che in palio alle elezioni ci sono la legge e l’ordine.

Altre presenze hanno contributo ad estremizzare la posizione della candidatura di Trump.

Cissie Grahm Lynch ha pronunciato il suo discorso in difesa della fede messa in pericolo dai democratici che hanno addirittura suggerito che “i maschi potessero competere negli sport da femmina e usare gli stessi spogliatoi”. Trump, dice lei, ha rimesso la religione al primo posto.

Con “fede” durante la convention repubblicana si è sempre voluto intendere la religione cristiana e, in particolare, una sua forma estremista. Non a caso, a dare il proprio supporto al Presidente c’era anche Abby Johnson, attivista anti abortista, che ha definito Trump come il presidente più “pro-life” che ci possa essere. Un’opinione condivisa da Sister Deindre Byrne, diventata suora dopo aver servito nell’esercito come medico militare.

Richard Grenell, esponente di estrema destra e promotore dell’Obamagate, l’uomo a cui Trump ha affidato l’intelligence nazionale ha preso la parola per pronunciare un intervento marcatamente antiglobalista.

“Biden è il distruttore dei lavori americani e, se gli verrà data la possibilità, sarà il distruttore della grandezza americana”.

Questa frase riassume alla perfezione il contenuto, spesso poco aderente al vero, del lunghissimo discorso che Trump ha letto di fronte alla Casa Bianca.

Usando ancora una volta impropriamente un simbolo istituzionale per la sua campagna elettorale, il Presidente uscente ha ripercorso tutti i temi toccati nel corso delle quattro sere. 

Il motivo per cui gli americani dovrebbero concedergli “four more years”, per Trump, è semplice: i democratici sono estremisti, dalla parte delle folle violente ed anarchiche. Una volta al potere svenderanno i posti di lavoro dei cittadini americani alla Cina e trasformeranno l’America in un paese socialista ed insicuro. 

Loro, i repubblicani, invece, hanno a cuore “la difesa del sogno americano” e si prendono un unico grande impegno di fronte ai cittadini statunitensi: “Make America great again. Again”.

Silvia Andreozzi

 

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