Il coronavirus ha portato allo scoperto la nostra angoscia della fine

Chiusi in tante celle, osserviamo da una finestra o da un balcone il tempo fuori che passa e sembra lasciare il mondo vergine della mano dell’uomo. A fare a gara a chi punta più forte il dito contro i “furbetti delle uscite”, avvolti nel moralismo più angosciante, fingiamo, nel gioco conformista dei social, di non provare paura o angoscia verso il futuro, ci convinciamo e cerchiamo il conforto e quella stessa convinzione che non abbiamo per credere veramente che alla fine “andrà tutto bene”, per non dire, insomma, che morte e sorte fan paura.





Quello che però il Paese mostra, ma la cosa potrebbe estendersi al globo intero, è a ben vedere una popolazione impaurita, angosciata che vive un conflitto – che non è assolutamente sinonimo di guerra, ma, semmai, è un suo precursore – che non sa spezzettare il bolo prima di ingoiarlo e digerirlo. Il conflitto a cui stiamo assistendo oggi è entrato in un circolo vizioso di proiezione reciproca di responsabilità tra i governi e i cittadini.

Per cui, o da una parte siamo paranoici nei confronti del governo e delle sue leggi, mettendo in campo tutta l’inventiva complottista dei nostri tempi – e allora via con il carosello delle scie chimiche, dei cinesi spia, dell’arma biologica, del disastro sanitario pianificato per distruggerci tutti e così via – oppure, dall’altra parte, lasciamo pendere ogni responsabilità nelle mani dei governanti, dei soli esperti, facendoci guidare dal cocchiere con estrema arrendevolezza e acriticità di cui nemmeno il più placido cavallo sarebbe capace.

Accettazione del conflitto nelle istituzioni

Questa dicotomia rigida e senza ponti in vista sembra essere priva di una qualche uscita o entrata secondaria. A mio parere, invece, una via di mezzo potrebbe nascere dall’accettazione del conflitto, dall’impegno di volersi rinnovare e ibridare con l’Altro che temiamo, di lasciarsi contaminare consapevolmente dalla situazione che il coronavirus ha soverchiato. Una sorta di ibridazione che rimetta in moto la partecipazione attiva che, da tempo, abbiamo perso nel rapporto con le istituzioni. Perché, per dirla con lo psicosocioanalista Luigi Pagliarani, le istituzioni vengono usate per difendersi dalle angoscie suscitate dalle decisioni, ma può accadere che l’istituzione stessa rinneghi il proprio obiettivo e, così, diventa fondamentale impegnarsi per recuperare i motivi originari.

È quindi di estrema importanza prestare attenzione su come le organizzazioni sociali perpetuano i loro obiettivi. La chiave di volta è, secondo il mio punto di vista, la messa in discussione, la problematicizzazione dei mezzi utilizzati dalle istituzioni per perseguire i propri fini comuni. A questo proposito, è utile chiedersi, e mantenere il punto di domanda, se sia giusta la sorveglianza di massa attraverso applicazioni mobili per gestire ancora più razionalmente il contagio, cioè il fine accordato collettivamente alle istituzioni in questo periodo.

Esigenza di un conflitto per incontrare l’Altro

A proposito di fini, quel che poi sembra celarsi dietro l’attuale situazione, interiore, esteriore, individuale e collettiva, è collegato alla nostra capacità di elaborare il lutto, la tragedia e la fine ultima. Come ci ricorda sempre Pagliarani, esiste in noi l’esigenza di un conflitto per incontrare l’altro, che non sempre è una persona in carne e ossa – aggressione deriva proprio da ad-gredire, che vuol dire avvicinare – e partorire quello che altrimenti non sarebbe mai fuoriuscito, mai nato.

Vivere in una teleofobia, angoscia della fine

Il conflitto che stiamo vivendo in questi giorni tutti quanti è qualcosa, secondo me, legato all’angoscia della fine. A ciò che potremmo chiamare una teleofobia, dal greco tèlos, fine, scopo.

Abituati a non pensare mai la fine, o il fine ultimo, infarciti come siamo oggigiorno da serie tv, saghe e videogiochi che non finiscono perché esiste sempre un finale alternativo, un remake, o un piccolo ma potente sotterfugio che fa continuare la storia come nulla fosse, rendendo quasi scontata la non-fine. Abituati, dicevo, a tutto questo impasto di sentimenti senza il pensiero della fine, non siamo più capaci di vedere l’orizzonte a cui stiamo andando incontro, di accoglierlo dentro di noi attraverso quella che Nietzsche definiva la “porta carraia del tempo” per liberare di creatività l’attimo in cui sempre viviamo.

Come spiegato da Alessandro Baricco nel suo libro The Game, la rivoluzione digitale su cui stiamo surfando è il sintomo ultimo di una precedente rivoluzione della mente. Questa rivoluzione mentale ha primariamente a che fare con il ruolo delle élite, di colpo spazzate via perché il Web non contempla nessun sacerdote di carica, nessun intermediario, e secondariamente riguarda il nostro rapporto con la fine e con il fine.

Teleofobia culturale

Oggi, che tutto si è accordato al peso del digitale, viene spostato per ogni prodotto artistico e culturale il baricentro e le attenzioni dalla fine o dalla metà all’inizio. Così, assistiamo a un rimpicciolimento del minutaggio concesso per ogni canzone, all’anticipazione forzata e compulsiva del ritornello non più a metà della canzone, ma proprio quasi immediatamente dopo l’attacco (il sound che si andava sfumando nelle canzoni degli anni ’90 può esserne a buon titolo considerato il preambolo). O ancora, i film che si trasformano prima in saghe, e poi in serie-tv infinite che non sanno proprio finire; la stessa cosa può dirsi per alcuni videogiochi o alcuni libri best-sellers.

Tutto ciò è inevitabile si rifletta, seppure in forme nascoste, nelle modalità con cui cerchiamo di affrontare questo ennesimo conflitto che sembra venuto apposta per bisbigliarci all’orecchio la presenza scontrosa e umbratile della fine nei nostri giorni di vita. Ma noi questa fine annunciata non sappiamo come trattarla, e così nell’incertezza dell’azione e del pensiero viene cullata la paura della fine, della morte, e infine del vuoto. Senza troppi sforzi, è facile che questa paura si trasformi in un’angoscia della fine. Una teleofobia, appunto.

La morte, il nostro tabù: angoscia della fine
Ogni società, avvertiva Freud, è nata e fondata su una serie di totem e di tabù.

Uno dei tabù della nostra società occidentale, ricostruita dalle macerie novecentesche del Cristianesimo, potrebbe essere quello relativo alla morte, alla fine. E, difatti, siamo circondati di immagini e racconti e film e videogiochi che rimandano alla morte o alla sua idea. Ma, proprio come avviene per i tabù, non è presente nessuna fotografia o rappresentazione diretta della morte, solo vaghi, imperterriti e superstiziosi cenni ad essa. La “toccata” ai genitali, le corna, la Pasqua, i film d’azione, gli sparatutto, i thriller, i gialli investigativi sono tutti gesti scaramantici portati a compimento per nascondere la teleofobia, per dimenticare l’eterno conflitto interiore dell’umanità: la morte, il possibile che diventa impossibile.

I rischi collaterali di una mancata elaborazione del conflitto

Con i sacerdoti e gli intellettuali ridotti a reliquie usurate provenienti da un passato dimenticato, chiunque cerchi di gestire senza fuggire il conflitto con la caducità della vita viene allontanato dai luoghi di discussione, bollato come “professorone” e messo alla gogna da un pubblico che forse ha dimenticato di essere umano e ha ucciso il proprio Dio interiore. Così, in assenza di una elaborazione, il conflitto, anche questo, portato allo scoperto dal coronavirus, si trasforma in violenza, in angoscia che dà origine ad una guerra tra l’ateo e il credente, tra lo scienziato e il prete, e, per ultimo, tra il bravo diligente cittadino rispettoso della quarantena e il cattivo peccaminoso cittadino incosciente che si ribella alla clausura forzata ed esce.

Ma, così strutturata, senza la capacità di vedere il conflitto, di riconoscerlo, questa è una guerra dicotomica, binaria che non ammette in sé nessun vincitore, ma solo tanti sconfitti. Ad uscirne vittoriosi non saranno né i cittadini responsabili né quelli irresponsabili, perché entrambi soffriranno di cecità e sordità nei confronti dell’Altro che pure possiede le proprie ragioni in essere. Avverrà che entrambi si combatterono, sordi alle ferite dell’Altro sulle quali cadranno insieme.

Vie d’uscita alla teleofobia?

C’è una sola via d’uscita a questa teleofobia che si è fatta scenario di una distruzione dell’Io attraverso l’Altro. Questa non è l’apparente salvezza propugnata dall’agnosticismo, dall’ignavia che di fronte all’angoscia della fine ha smesso di interrogarsi, secondo la quale prima vengono le risposte e poi le domande, sempre che ci sia tempo. L’uscita potrebbe essere la creazione di ponti tra le parti, l’invenzione di un “terzo orecchio” insito nelle istituzioni e innaffiato dagli individui, come proponeva già Pagliarani quasi vent’anni fa, con cui prestare ascolto alle ragioni dell’altro e insieme, con la volontà dinamica di cambiare, impegnarsi affinché possa risolversi il conflitto con la nascita di un elemento terzo che non avrebbe avuto motivo d’essere se i due non si fossero incontrati a metà strada sul ponte edificato.

Lo stato d’emergenza da coronavirus ha reso palpabile in tutta la sua solidità questa latente teleofobia, un’angoscia della fine, che immerge l’Io nel liquido amniotico della vita, ma di cui una parte profonda di noi non vuole percepire gli odori. Perché, come scrisse Freud in una lettera a un amico, “l’inconscio è incapace di rappresentarsi la propria morte”.

Attraverso la teleofobia, l’attaccamento alla vita

E così, sulle orme dell’innamoramento nei confronti di una trasognata non-fine, il coronavirus ci ha sbattuto in viso tutta l’incertezza della vita e la certezza “immaginata” della morte, ma, al contempo, ci ha fatto rinsavire tutto l’attaccamento alla vita. Ha fatto uscire da ciascuno di noi, attraverso racconti e immagini, anche fosse solo per qualche attimo, l’archetipo dell’Ombra, la paura di morire noi stessi o che muoia un nostro caro, un nostro parente, la nostra civiltà, la nostra vita così come abbiamo imparato a conoscerla. Ha reso vitale il conflitto che, in tempo di serenità, di pace anche, se vogliamo, vagolava nelle profonde cantine dell’inconscio.

Conflitto generativo

Il conflitto è vitale proprio perché, come insegna Pagliarani, è necessario alla creatività perché quest’ultima abbia luogo. Quante invenzioni sono nate dalla guerra! Lo stesso computer su cui io ora sto scrivendo e la stessa tecnologia su cui voi mi state leggendo sono state inventate a partire da una situazione di conflitto non solo bellico. Un tale conflitto venuto allo scoperto con lo smascheramento di archetipi sepolti nell’inconscio collettivo può essere gestito, infine, solo attraverso l’ibridazione con l’Altro, di cui scrivevo prima, e lo sviluppo di una capacità di operare per il perseguimento di un obiettivo comune, tenendo a mente la generatività di questa relazione, rinnovandola se necessario.

Se qualcosa questa quarantena ci ha insegnato è che nessun uomo è una bolla nata e soffiata dal nulla, ma che, anzi, è necessaria la socialità per identificarsi e riconoscersi in sé.
Axel Sintoni

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *