Coronavirus e aborto: diritti negati?

A oltre quarant'anni dalla legiferazione in materia di aborto, in Italia, decidere di terminare una gravidanza rimane difficile. 

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Il 22 maggio 1978 veniva approvata la Legge 194, intitolata Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza, che sanciva, in Italia, la fine dell’aborto come reato penale e lo rendeva legale a tutti gli effetti. Si trattava del primo passo per la tutela dei diritti delle donne.

A oltre quarant’anni dalla legiferazione in materia di aborto, in Italia, decidere di interrompere una gravidanza rimane difficile.

Analisi della situazione nazionale: un Paese obiettore

Nel discorso pubblico italiano, l’aborto viene ancora affrontato come una piaga sociale. Le donne che decidono di abortire vengono, ancora troppo spesso, etichettate come donne egoiste che non vogliono avere figli.

Oltre all’aspetto sociale, la media nazionale di medici obiettori raggiunge quasi la soglia del 70% (dati aggiornati al 2017). Nonostante il dato sia molto alto, il Ministero della Salute riporta che non che non si evidenziano particolari criticità nello svolgimento della pratica dell’Interruzione Volontaria di Gravidanza (IVG).

La comunità internazionale

L’alto tasso di obiezione di coscienza in Italia, ha fatto sì che il Paese ricevesse una particolare attenzione dal resto dell’Europa.

La prima ammonizione è arrivata l’11 Aprile 2016. Il Consiglio d’Europa aveva accolto il ricorso della CGIL riguardo alle difficoltà che le donne incontrano ad accedere all’IVG. Oltre al dato dell’obiezione, veniva anche evidenziato come i tempi di attesa fossero troppo lunghi.

Nel 2019 la situazione non è cambiata di molto. Il Consiglio D’Europa ha nuovamente esortato l’Italia a migliorare le condizioni per l’accesso all’aborto.  Come si legge nella relazione dell’IPPFEN (International Planned Parenthood Federation European Network), oltre alle accuse sopracitate, viene anche riportato lo squilibrio tra donne che necessitano l’IVG e il numero di personale non obiettore disponibile. Fattori che rappresentano una violazione dei diritti civili delle donne.

Metodi di aborto in Italia

Il metodo di aborto più diffuso in Italia è l’aborto chirurgico. In particolare il metodo Karman, che prevede l’aspirazione del contenuto dell’utero, rappresenta il 52,5% degli interventi effettuati nel 2016. In contrapposizione, l’aborto farmacologico con l’utilizzo della pillola RU-486, rappresenta solamente il 15,7% del totale degli interventi effettuati nel 2016. Il dato è in netto contrasto con gli altri Paesi europei.

L’aborto farmacologico è considerato meno invasivo, ma in Italia è scoraggiato in varie maniere. Per prima cosa, la pillola abortiva può essere assunta solo in ospedale e in nessun altro tipo di struttura sanitaria. Inoltre, in alcune regioni è previsto un periodo di ricovero ordinario (dai tre ai quattro giorni) successivo alla sua assunzione. Infine, la pillola RU-486 deve essere assunta entro la settima settimana di gravidanza. Negli altri Paesi il limite è la nona settimana, in quanto L’Organizzazione Mondiale della Sanità non ha riscontrato controindicazioni entro tale limite.

Il rapporto tra Coronavirus e aborto

Questo discorso è di fondamentale importanza in questo periodo. Infatti, il Coronavirus sta portando in superficie i problemi riguardanti l’accesso all’aborto in Italia.

La pandemia ha imposto una riorganizzazione dei ricoveri e una limitazione agli accessi in ospedale al fine di ridurre il rischio di contagio. In Italia, il lungo periodo di ricovero e la possibilità di usufruire del servizio solo negli ospedali ha obbligato molte strutture travolte dalla pandemia a ridurre o addirittura interrompere le IVG farmacologiche. Altri Paesi stanno optando per una IVG farmacologica “a domicilio”:  una sola visita ambulatoriale e il resto della procedura a casa. Il Regno Unito ha addirittura optato per una procedura da svolgere interamente in forma telematica (solamente nel periodo della pandemia).

Questo connubio di Coronavirus e aborto ha favorito l’azione di associazioni come ProVita Onlus che ha lanciato una petizione online per bloccare le procedure di IVG come procedure sanitarie non essenziali.

La resistenza

Nel 2015, AMICA (Associazione Medici Italiani Contraccezione e Aborto) ha inviato una lettera aperta al Ministero della Salute. Nel documento si chiede l’accessibilità all’IVG con il metodo farmacologico in regime di Day Hospital. Ma non solo. Viene anche domandata l’estensione della reperibilità della pillola RU-486 ai poliambulatori e ai consultori. Il 28 settembre 2017, Giornata mondiale per la depenalizzazione dell’aborto, l’Associazione Luca Coscioni ha rilanciato tale richiesta.

L’associazione Obiezione Respinta è una piattaforma autogestita nata allo scopo di denunciare l’obiezione di coscienza. Ha creato un canale Telegram al fine di sviluppare un network di solidarietà per divulgare informazioni aggiornate e chiare riguardo a Coronavirus e aborto.




Pro Choice, il movimento italiano per il diritto all’aborto, da metà marzo si muove per l’attivazione dell’IVG telematico. Ha richiesto alla SIGO (Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia) di emanare raccomandazioni ufficiali per l’assistenza all’IVG durante la pandemia da Coronavirus, seguendo l’esempio di altri Paesi europei.

La lotta delle associazioni è un impegno che non può procedere solamente sul binario della richiesta di agevolazione della legge 194. Al fine di riconoscere il valore delle donne e del loro diritto di scelta bisogna tassativamente accompagnare le richieste di snellimento delle procedure di aborto a un drastico cambiamento culturale.

Noemi Rebecca Capelli

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