Coronavirus e le mode odierne: il momento propizio per essere asociale

Secondo molti, adolescenti in particolare, l'attuale quarantena è l'occasione per non interagire; semplice ironia? O qualcosa di più interessante?

Immagine da: PxHere
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Cosa vuol dire essere asociali?
Se prendessimo in considerazione la definizione del dizionario, potremmo leggere: “insensibile alle esigenze e agli obblighi sociali; inadatto alla convivenza“; è una dicitura piuttosto forte, soprattutto quando si parla di “insensibilità”.
Al contempo, possiamo armarci della definizione psicologica, dal carattere più clinico: in tal caso, si parla di disturbo evitante di personalità (DEP); il soggetto in questione si sentirà a disagio e disorientato, con se stesso e con gli altri. Si manifesterà:

[…] un elevato grado di inibizione e ritiro sociale, legato al fatto che ritengono che la valutazione negativa dagli altri sia un dato di fatto. Preferiscono allora tenersi fuori dalle relazioni, ad eccezione di quelle abituali e rassicuranti (es. con i familiari più stretti), pur desiderando di avere delle relazioni sociali. Queste persone, infatti, sentono come gli altri il bisogno di una vita di relazione soddisfacente, che rimane, però, inespresso; questo comporta un estremo malessere che può essere sperimentato come senso di vuoto o come un doloroso senso di esclusione





Chiaramente, la suddetta definizione è solo una porzione di un’analisi che merita ben altri approfondimenti.
Al giorno d’oggi, il termine “asociale” rientra in una delle numerose sfumature sociali legate alla condizione per cui si decide arbitrariamente di evitare il prossimo; ciò non è sempre legato ad una reale esigenza di evasione dal sistema, quanto alla tendenza a mostrarsi volutamente schivi: una forma di inadeguatezza decisa a priori.
In tal modo, si genera molta confusione tra chi avverte un reale malessere e chi, detto in soldoni, si atteggia.

Prendiamo il caso della nostra quarantena attuale; scorrendo sulle bacheche social, mi è capitato più volte di leggere stati o commenti molto inerenti. Frasi come “siamo costretti alla reclusione, ma ci sono anche lati negativi” o veri e propri meme dedicati. È certo che in molti casi ci sia dell’ironia, comunque benvenuta in momenti del genere; dal un lato, però, assistiamo ad un fattore dilagante, che pretende lo stesso spessore assunto da hashtag come “mai una gioia”.
Un andamento curioso, forse anche un po’ eccessivo, superficiale oppure il culmine di un atteggiamento ormai comunitario e in voga.

Questa forma di disagio, verso il concetto di “vita”, “gli altri”, “le persone” e via dicendo, è soprattutto espressione giovanile: un monito che parte dall’adolescenza e trova il suo culmine perfino nella mezza età – per la quale attitudini simili, a partire dal semplice uso dell’emoticon, tracciano nuovi canali di apertura alle nuove generazioni.
Il fatto che ci siano ragazzi di tutte le età legate allo stereotipo di un mondo insulso, da tenere adeguatamente a distanza, inclusi i propri simili, è preoccupante; perlomeno non è utile, in quanto falso: non viene identificata alcuna strada atta alla comprensione della propria realtà; al contrario, sorgono nuove chances di etichettare e stereotipare ogni singolo concetto, comprese emergenze di questo calibro.

Insomma: è ormai frequente incontrare adolescenti che “odiano le persone”, ma, personalmente, non sento di tutti questi eremiti in giro; è ormai banale leggere di persone che “amano più gli animali che gli esseri umani”, ma non ripudiano certo la famiglia, né passano il tempo ad ignorare i concittadini.
Bisogna fare delle importanti distinzioni, pesare le parole e comprendere che il mondo segue una linea dalla scala cromatica assolutamente varia.  Le priorità di ogni individuo si incrociano e collidono con le possibilità e le volontà di qualcun altro e ciò si presenta come un algoritmo di ardua lettura; è semplicemente una questione biologica, antropologica, che al contempo non giustifica la noncuranza nel comprendere alcune dinamiche, evitando di esorcizzarle con sufficienza.

Una quarantena non è uno scherzo, né risulta sbagliato fare qualche battuta per alleggerire la tensione.
C’è da porsi, al massimo, qualche quesito più serio per tutti quei giovani che realmente accusano l’alienazione dal proprio tessuto sociale; c’è da capire come si possa arrivare a maturare una generazione così insicura e su quali livelli, effettivamente, si stia sbagliando.
La depressione, la solitudine, non sono dettami esclusivamente naturali, ma hanno un ceppo spesso ben diverso, indotto; inutile nasconderlo sotto i tappeti di casa.

Eugenio Bianco

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