Coronavirus: il “nemico” che ci ha uniti?

E’ vero che l’uomo ha sempre bisogno di un nemico da combattere? Il coronavirus è diventato il “nemico comune”che ci ha uniti?

La riflessione è scaturita da un pensiero: a che punto eravamo prima che scoppiasse tutto questo? Cosa stava accadendo in Italia prima che il Coronavirus diventasse il solo e unico pensiero?

Sul comodino in camera mia giace abbandonata da un mese una copia de “L’Espresso” del 16 febbraio 2020. La copertina della rivista raffigura lo spioncino di una porta intorno al quale è stata disegnata una stella di David. Sopra la stella troneggia una scritta in stampatello: “JUDE”.

L’immagine in questione non è un reperto storico, cioè non è un’immagine risalente alla seconda guerra mondiale, ma è la foto della porta di casa di Marcello Segre, medico e presidente di una ong piemontese, scattata a Torino il 9 febbraio di quest’anno.

La foto in questione fa da cornice ad un lungo articolo de l’Espresso che tratta nuovi e dilaganti fenomeni di antisemitismo, intolleranza e odio contro ex deportati e immigrati.

Una spirale di violenza che non sembra sopita. Anzi, negli ultimi tempi è sospinta dal vento nazionalista. Legittimata da leader politici che hanno messo in cima alla lista nera dei veri patrioti i migranti, che inneggiano alla tradizione

(di Giovanni Tizian, l?Espreso, 16 febbraio 2020)

Oltre a questo, nell’articolo si fa riferimento a molti altri episodi accaduti in Piemonte e in altre regioni d’Italia nello stesso periodo. Episodi di cui si è diffusamente parlato anche in televisione e sul web: una svastica disegnata sulla porta dell’abitazione di un’artigiana di quarantaquattro anni di Torino il 13 gennaio, la scritta “Juden hier” (qui abita un ebreo) a Mondovì, in provincia di Cuneo.

Nello stesso mese ad Arezzato, provincia di Brescia, è stato distrutto il bar di una cittadina italiana di origini marocchine. Sul pavimento è stata disegnata una svastica con la scritta “Troia Negra”. Il 12 febbraio in un liceo di Pomezia, in provincia di Roma è comparsa sull’asfalto, all’entrata di un liceo, la scritta “Calpesta l’ebreo”.

La situazione stava diventando così preoccupante da scomodare molti ex deportati, tra cui la senatrice Liliana Segre, 89 anni, sopravvissuta ad Auschwitz, costretta a girare sotto scorta per difendersi dalle numerose minacce ricevute.

Vedo nuove forme striscianti di fascismo, di fanatismo, di razzismo. Penso alle scritte sulle porte degli italiani di origine ebraica, ma anche all’ondata di odio nei confronti degli immigrati. Penso alle crisi e alle fragilità economiche che portano quasi sempre alla ricerca di un capro espiatorio sul quale indirizzare malcontento e avversione. Tutte queste cose ci sono già. Il passo verso persecuzioni più o meno strutturate, in queste condizioni, può essere breve”.

(colloquio con Vera Jarach, partigiana, di Natascia Ronchetti, L’Espresso 16 febbraio 2020)

Questa era la situazione dell’Italia nei primi due mesi di inizio 2020.

Nel frattempo si faceva strada il Coronavirus.

Le prime misure restrittive del Governo per limitarne la diffusione e per impedire il collasso del sistema sanitario sono iniziate intorno all’11 marzo.

Data in cui la stragrande maggioranza di noi è rimasta a casa.

Il Governo ha decretato lo stop alle attività. Niente più lavoro. Niente più socialità.

Il Covid ci ha catapultati in una realtà estranea, per cui è stato necessario un nuovo adattamento e per cui abbiamo dovuto reinventare il quotidiano.

Abbiamo messo da parte l’odio (anche quello nei confronti dei cittadini cinesi, accusati della diffusione del virus e in molti casi aggrediti) e ci siamo messi ad organizzare flashmob sui balconi di casa, ad accendere candele in onore delle vittime e ringraziare medici ed infermieri, divenuti i nuovi eroi di questa emergenza.

Ma cosa è capitato?

Il Covid ci ha fatto ritrovare umanità e buoni sentimenti, oppure abbiamo solo sostituito un nemico con un altro?

Perché abbiamo bisogno di un nemico?

La domanda mi è venuta in mente qualche giorno fa rileggendo un’intervista di Valentina Ecca a Paolo Iabichino, Chief Creative Officer del gruppo Ogilvy & Mather Italia, che è nel mondo della pubblicità dal 1990. In questa intervista Paolo Iabichino afferma:

l’uomo, per sua natura, ha bisogno di un nemico: le grandi narrazioni si giocano nella dialettica tra l’eroe e l’antieroe. E in questo momento la dialettica non è più contro il Governo, contro Salvini, contro la sinistra, contro la destra, contro i migranti: in questo momento siamo tutti contro il Coronavirus”.

(Intervista di Valentina Ecca a Paolo Iabichino, luz.it)

In parole povere, di un nemico non possiamo proprio fare a meno.

Anche l’uomo più mite e pacifico del mondo in qualche modo lotta contro qualcosa. Forse non contro “qualcuno” in particolare, magari aggredendolo o facendoci a pugni, ma la conflittualità esiste ugualmente in lui. Fa parte della sua natura.

In questi casi il nemico da combattere è rappresentato da altro, una forza della natura, per esempio, oppure una forza sociale, che in qualche modo ci minaccia e deve essere vinta: un governo che ci opprime, l’inquinamento, la fame nel Terzo mondo o, perché no, anche un virus temibile come il Covid.

Ma perché questo avviene? Perché fa parte della nostra natura?

Direi che la risposta è questa:

perché possiamo riconoscere noi stessi solo in presenza di un “Altro” con il quale confrontarci.

Avere un nemico è importante non solo per definire la nostra identità, ma anche per procurarci un ostacolo rispetto al quale misurare il nostro sistema di valori e mostrare, nell’affrontarlo, il valore nostro. Pertanto, quando il nemico non ci sia, occorre costruirlo”.

(U. Eco, Costruire il nemico e altri scritti occasionali,Bompiani,2011)

Ovviamente in condizioni di instabilità economica o sociale, di fronte a notizie ambigue, minacciose, complesse, possiamo sentirci spaventati per la minaccia che percepiamo e per il grado di incertezza che questa instabilità porta con sé: potrebbe capitare anche a me? Come posso difendermi?

Ed è in queste condizioni sociali instabili che si rafforza il più delle volte “la paura dello straniero”, l’intolleranza verso le minoranze e l’ostracismo verso chi viene percepito come “diverso”.

Come si costruisce “un nemico”?

In situazioni di instabilità economica e sociale la creazione di “un nemico” ad hoc è una buona tattica per sviare il popolo dai reali problemi sociali o scaricare gravose responsabilità di chi governa su un “capro espiatorio”. Forse non dovrei neanche citarvi la Germania hitleriana, ma penso che l’esempio calzi a pennello e torni alla memoria immediatamente.

Quello che a volte risulta spiazzante è come molti non riescano a vedere lo stesso meccanismo messo in atto ai giorni nostri nel caso dei migranti, divenuti “capro espiatorio” di instabilità economica, politica, mala sanità, cattiva istruzione e cattive istituzioni.

Per tenere i popoli a freno, di nemici bisogna sempre inventarne e dipingerli in modo che suscitino paura e ripugnanza”.

(U. Eco, Costruire il nemico e altri scritti occasionali,Bompiani,2011)

Di solito il processo di creazione e demonizzazione del nemico parte dal mettere in risalto le differenze.

Si parte da differenze oggettive che possono riguardare diversità di costumi, come ad esempio la pratica della circoncisione da parte degli Ebrei, oppure l’usanza di riposare al Sabato, anziché la Domenica. L’astenersi dalla carne di maiale per i Musulmani.

Divergenti pratiche di vivere comune diventano un pretesto per far apparire l’altro “un alieno” mentre la sua diversità oggettiva di costumi, viene ingigantita, sviata, amplificata attribuendo al “diverso” anche caratteristiche bieche e socialmente ripugnanti.

Come se le diversità oggettive legittimassero anche quelle inventate.

Ecco, allora, che il nemico creato “ad hoc” deve essere sempre brutto (poiché il Bello è quasi sempre associato al Bene, mentre il Brutto associato al Male), di solito non è “integro”, cioè manca di un arto, di un occhio, è più basso della media o di un colore diverso: il Negro, è il nemico per eccellenza, non solo perché ha un colore diverso, ma anche perché è Straniero. Di solito “puzza” ed è di classe inferiore.

Vengono costruiti come minacciosi coloro che qualcuno ha interesse a rappresentare come minacciosi anche se non ci minacciano direttamente, così che non tanto la loro minacciosità ne faccia risaltare la diversità, ma la loro diversità diventi segno di minacciosità”.

(U. Eco, Costruire il nemico e altri scritti occasionali,Bompiani,2011)

Quindi rimetto a voi la domanda: è questo che è capitato? Abbiamo sostituito un nemico con un altro di maggiore portata? Abbiamo smesso di prendercela gli uni con gli altri perché adesso abbiamo un’incombenza più grossa da affrontare e ci sentiamo più uniti?

Cosa capiterà finita questa emergenza?

Molti sul web scrivono che torneremo ad essere gli stronzi di sempre.

In cuor mio spero che tutta la solidarietà scaturita da questa crisi continui ad esistere anche quando sarà finita. Mi auguro che non sia solo una nuvola passeggera.

Vi lascio con una definizione su cui vale la pena riflettere e che spero ci apparterrà quando tutto questo sarà finito:

La memoria collettiva è quell’insieme di ricordi condivisi, trasmessi e ricostruiti da un gruppo sociale circa gli avvenimenti del proprio passato su cui tale gruppo fonda la propria storia e quindi la propria identità”.

Spero che riusciremo a farlo anche noi: creare una memoria collettiva di questa esperienza in cui ricorderemo a noi stessi e agli altri che abbiamo dato prova di coraggio, solidarietà e amore e che tutto questo riesca a trasformarsi in una nuova identità per il futuro.

Milena Capriuolo

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