Neanche il Coronavirus ferma i cartelli del narcotraffico

I cartelli del narcotraffico non rispettano la quarantena

Mentre le luci dei locali restano spente e le serrande dei negozi abbassate, c’è un’attività che non rispetta il coscienzioso isolamento che tutti noi siamo chiamati ad osservare. Il narcotraffico.
Che i narcotrafficanti non siano esattamente l’emblema del rispetto civico e di legge, è cosa chiara. Neanche la pandemia e la crisi economica annessa è riuscita a fermare il prolifico lavoro dei cartelli della droga. Anzi, in alcuni casi, ne ha determinato l’incremento.

Complice l’isolamento e gli effetti psicologici delle restrizioni, nel 2020 la domanda di droghe pesanti è aumentata. E se il sequestro di cocaina da parte del United States Customs and Border Protection è diminuito, non si può dire lo stesso di altre sostanze stupefacenti. Le quantità confiscate di eroina e fentanyl, un letale oppiode sintetico, sono rimaste stabili. Mentre la quantità di cristalli di metanfetamina è drasticamente aumentata.
La solitudine, effetto collaterale dell’isolamento, non è di certo una buona alleata per chi combatte con una tossicodipendenza. Per questo, i dati confermano che un’impennata di morti da overdose ha colpito molti stati americani.



“La creatività è l’intelligenza che si diverte”, diceva Einstein

Se così fosse, la creativa illegalità con cui le organizzazioni criminali hanno infranto le leggi del Covid deve aver portato loro molto divertimento.

Prime tra le organizzazioni criminali, i cartelli della droga messicani. Nei primi mesi della pandemia, non era raro vedere nomi di potenti gruppi di narcotraffico, uno fra tutti quello della famiglia di El Chapo,  stampati su scatole pieni di generi alimentari distribuite a civili messicani ridotti in povertà dall’emergenza sanitaria. Gli esperti di comunicazione potrebbero definirla una furba operazione di marketing che gioca con la disperazione della gente. E soprattutto, permette loro di acquistare il silenzio omertoso e la mano d’opera delle persone ridotte in povertà.

Oltre ad ergersi a benefattori, i narcotrafficanti messicani hanno inventato nuovi metodi per continuare la loro attività. Il traffico di sostanze stupefacenti negli altri paesi non si è intimorito nemmeno di fronte ai divieti globali.
Prima della pandemia, i cartelli si affidavano a contrabbandieri per passare il confine dal Messico agli Stati Uniti con un visto turistico. Con l’arrivo delle restrizioni per i visitatori stranieri, hanno iniziato a reclutare cittadini americani e possessori di Green Card, per i quali la libertà di circolazione è maggiore.
I trafficanti messicani, rallentati nell’esportazione verso l’America Centrale, hanno dovuto fare scorta di sostanze in America Latina.
In risposta alla diminuzione di traffico aereo e terrestre, cartelli come quello di Sinaloa hanno cominciato a sfruttare la vie marittime poco controllate. Come? Con l’utilizzo di sommergibili, ad esempio. Ma anche con barche agili e ottime per passare inosservate.
Si stima inoltre che, durante la pandemia, il cartello di Sinaloa abbia incrementato l’utilizzo di tunnel sotterranei del 40%.

I trafficanti si sono affidati anche alla tecnologia

Al passo con i tempi, hanno fatto uso di droni per esportare droga oltre i propri confini. Hanno inoltre occultato le transazioni ed il riciclaggio di denaro grazie a criptovalute e dark web.
Anche in tempi di crisi, alle organizzazioni criminali che lucrano sul narcotraffico l’inventiva e lo spirito imprenditoriale sembra proprio non mancare. E a farne le spese, ovviamente, sono gli indifesi che da questo sistema vengono assoggettati.

Carola Varano

 

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