Coronavirus: sulle spiagge greche i profughi non restano a casa

Image Credit Francesco Perna
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Di Insaf Dimassi


Sono recenti le parole del nostro amato Presidente della Repubblica, che senza eccessivi fronzoli ha dichiarato che “stiamo vivendo una delle pagine più buie della storia del nostro Paese”. Ed è vero. Del nostro Paese come quella del resto del mondo occidentale.

Dopo più di 70’anni di pace, ci ritroviamo a fronteggiare un’emergenza contro un nemico comune che non ha né volto né colore, però ha un nome che oggi occupa i titoli delle pagine dei giornali nazionali e internazionali: COVID-19. Ed è assurdo come dall’alto della nostra posizione privilegiata, per noi comuni cittadini la guerra non si traduca nell’impugnare le armi o morire sotto una bomba, quanto più nel restare chiusi a casa, al sicuro, tra le nostre mura domestiche. Perché casa nostra è l’unico luogo sicuro. Però soffriamo, come è anche giusto che sia: rivoluzionare la nostra routine, il nostro stile di vita, non sentirci più liberi ci fa soffrire enormemente.

Ed è forse nel dramma di questa tragedia, nelle corse dei fuori sede verso le stazioni per prendere quel treno che li riporterà a casa, mettendo a rischio la nostra vita e quella degli altri, con un atteggiamento irresponsabile dettato dalla disperazione nel vivere la paura da soli, che capiremo la paura di chi ogni giorno è costretto a scappare, non verso la propria casa, ma lontano dalla stessa, perché per loro non è un porto sicuro.

Quindi oggi quest’emergenza sanitaria mantiene, ancora una volta, i riflettori puntati su di noi, che siamo nati dalla parte privilegiata del mondo, oscurando ancora di più chi questo cammino di sopravvivenza l’ha iniziato tempo fa. Per questo forse è nostro dovere oggi parlarne. Mi riferisco alla situazione drammatica dei profughi bloccati sulle spiagge greche, che vivono in condizioni orribili, dimenticati dalle autorità quando va bene, ma molto spesso oggetto di atti di violenza vergognosi da parte di squadre di estrema destra (Alba Dorata), che a Chios incendiano magazzini usati da diverse associazioni umanitarie impegnati nell’aiutare queste persone, che non hanno il minimo ritegno nell’effettuare pestaggi e violenze varie.

Siamo inGrecia, più precisamente sulle tre isole oggi non più meta di vacanze, ma campi profughi dove le persone lottano per la loro sopravvivenza: contiamo 55.000 profughi a Lesbo, 6.000 persone a Chios e 5.000 persone a Samos. Attualmente chi vive nei campi si ritrova a fronteggiare condizioni di vita disumane, in condizioni igieniche che non riserveremmo nemmeno al bestiame, accampati in tendoni instabili, sovraffollati, incapaci di resistere ai cambiamenti di temperatura. A terra non abbiamo pavimenti, prati o strade, ma terra, sassi, fango e rifiuti con cui le persone devono convivere. Senza abiti puliti, e le calzature sono un lusso, per cui per proteggersi come si può, I piedi vengono avvolti in sacchetti di plastica.

“Attualmente le persone che vivono nei campi sono totalmente abbandonate dalle Onlus (tranne da quelle Greche), perché operatori dal resto del mondo e noi dall’Italia non possiamo partire: non esistono le condizioni igieniche per tenerli e tenersi al sicuro, ne tanto meno guanti/mascherine e distanza minima. E mentre I campi sono pienissimi, alle porte con la Turchia si stimano 135.000 rifugiati, perlopiù Siriani, che vogliono attraversare il confine, soprattutto la zona nord che punta a Salonicco” mi racconta Francesco Perna, vigile del fuoco da sempre in prima linea per aiutare chi vive questo genere di drammi umanitari, tramite la Onlus Stay Human Odv.

Noi, affrontiamo l’epidemia di COVID-19 così, sul nostro letto, leggendo, studiando, mangiando e facendoci compagnia tramite qualche videochiamata, mentre su quelle isole non resta solo che sperare e aspettare, perché se anche solo una persona si infettasse, diventerebbero tutti positivi nell’arco di una settimana al massimo. Ma la cosa più drammatica è che a Lesbo possiamo contare quasi 200 bambini (Medici senza Frontiere ne conta 280) con malattie croniche e gravi, e nonostante tutto,  il Governo Greco non intende spostarli.

Quello che ci si chiede è: perché? Perché in questa situazione drammatica la nostra empatia e umanità non aumentano, ma al contrario si diventa più cinici e ciechi di fronte alle sofferenze altrui? Eppure le soluzioni ci sono, e non si parla di spostare TUTTI, quanto più è un DOVERE MORALE tutelare le categorie più deboli e fragili: bambini e anziani. È loro dovere prendere almeno tutti I minori non accompagnati e portarli sul continente in un campo esclusivo per loro, le cifre si aggirano intorno alle 2.500 persone, quindi si tratterebbe di fare davvero il minimo. Sarebbe auspicabile un campo a Salonicco o ad Atene, o ancora più a sud dove il clima è più mite. Ci sono 22.000 isole in Grecia, una di queste può e deve avere un campo dedicato, organizzato, con le corrette misure igieniche, mediche, con il supporto psicologico inalienabile di cui queste persone devono usufruire, un progetto che per la Comunità Europea avrebbe costi molto più che abbordabili. Questo non solo permetterebbe di evitare la diffusione del COVID-19, di cui I bambini sono i maggiori veicoli diffusori, ma permetterebbe soprattutto di terminare gli abusi sessuali che ormai sono all’ordine del giorno. In più, mi spiega sempre Francesco, è necessario anche un campo da 500 persone, quindi 200 container, per gli over 70.

Lo so che la paura spesso ci spinge a salvaguardare in primis noi stessi, ma difronte al pericolo siamo tutti vittime alla stessa maniera. Oggi come non mai, le nostre differenze dovrebbero annullarsi, e il nostro spirito di solidarietà essere più forte che mai. Il grido di intervento nei confronti della nostra seconda casa, l’Europa, non può e non deve più aspettare. Noi #restiamoacasa, ma voi intervenite garantendo la dignità umana a chi una casa non ce l’ha più.

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