La corsa al computer quantico continua

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Dalla Delft University of Technology, un ateneo pubblico olandese, arriva notizia di uno studio pubblicato su Science che documenta un significativo passo avanti nella corsa al computer quantico (o quantistico). Nello stesso numero di Science è stato pubblicato uno studio complementare proveniente dalla stessa università (su come trasferire informazioni sullo spin di una particella a un fotone), ma quella al computer quantico è una vera corsa e se gli europei si difendono bene, le grandi compagnie americane (Google e IBM in testa) stanno investendo cifre enormi. Una corsa ma ovviamente anche uno sforzo collettivo, così come funziona la scienza, si cerca di arrivare primi ma si condivide tutto, in modo che idee e informazioni circolino.
Chiariamo però una cosa: la strada è ancora molto lunga e irta di difficoltà, siamo ancora all’alba, anzi prima dell’alba, dell’era dell’informatica quantistica. Avevamo scritto di computer quantistici già in precedenza, dunque non ripeterò quanto già scritto sul perché i computer quantistici siano la pietra filosofale dell’informatica.


Aggiungerò solo che, come un esperto del settore ha detto, mentre è impossibile entrare nei dettagli del loro funzionamento con un non addetto ai lavori, si può ridurre il nocciolo del discorso a: mentre la base dell’informatica tradizionale è il bit quella dell’informatica quantistica è il qbit, il qbit proprio come il bit tradizionale può assumere due stati, in questo caso equivalenti a una caratteristica di una particella, però il qbit secondo le regole della meccanica quantistica in realtà si può trovare anche in una sovrapposizione dei due stati. Quello che gli scienziati pensano è che sfruttare questa caratteristica dischiuderà nuove incredibili prospettive per l’informatica, una specie di multitasking estremo che ora possiamo solo sognare.
Che cosa hanno annunciato i ricercatori olandesi
Il team diretto dal Professor Lieven Vandersypen ha realizzato un chip in silicio (quindi dello stesso materiale dei chip tradizionali) e ha dimostrato che lo spin di un singolo elettrone e un fotone possono essere accoppiati in un chip di silicio.
E a questo punto se non siete dentro l’argomento direte: e quindi?


Andiamo con ordine, usando campi elettrici siamo in grado catturare elettroni nel chip di silicio, un modo utile per immagazzinare informazioni in forma di qbit, però c’è un problema, anzi IL problema di questi primi limitati computer quantici, non riusciamo a far crescere il sistema perché i qbit riescono a stare in contatto solo con quelli contigui. In altre tecnologie quantistiche i ricercatori hanno utilizzato i fotoni per comunicazioni su lunga distanza, da anni si cercava di fare lo stesso con sistemi basati sul silicio, solo recentemente ci sono stati degli sviluppi, ora dalla Delft University arriva questo piccolo ma significativo passo in avanti.

Fonte immagine: www.tudelft.nl

Roberto Todini

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