Secondo i dati analizzati dalla Corte dei Conti, nel corso del 2024 l’evasione fiscale accertata ha raggiunto quota 72,3 miliardi di euro. Tuttavia, la somma effettivamente incassata dall’erario si è fermata a soli 12,8 miliardi, corrispondenti appena al 17,7% dell’importo totale. Questo dato, che si conferma in linea con i trend già emersi negli anni precedenti, ribadisce una delle principali debolezze del sistema fiscale italiano: l’incapacità cronica di trasformare in entrate reali le somme teoricamente dovute.
Il problema si acuisce ulteriormente quando si esaminano i casi in cui l’attività di accertamento si traduce in un’iscrizione a ruolo, ossia nella formazione di una cartella esattoriale destinata alla riscossione coattiva. In queste circostanze, il tasso di effettiva riscossione crolla drasticamente, toccando appena il 3,1%. A fronte di 40,7 miliardi iscritti a ruolo nel 2024, le somme effettivamente recuperate si fermano ad appena 1,3 miliardi.
La Corte dei Conti: “Serve un cambio di passo”
Nel corposo documento di accompagnamento al Rendiconto generale dello Stato, la Corte dei Conti ricorda con toni misurati ma fermi la necessità di un profondo ripensamento delle strategie di contrasto all’evasione. Non si tratta, viene fatto intendere, di un problema circoscritto all’azione dell’Agenzia delle Entrate o dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione, ma piuttosto di una questione sistemica che coinvolge tutta l’architettura della fiscalità italiana.
La giungla delle cartelle esattoriali
Uno degli elementi più critici messi in rilievo dal rapporto riguarda il meccanismo delle iscrizioni a ruolo. Spesso, l’iscrizione a ruolo avviene dopo un lungo percorso contenzioso, durante il quale il contribuente può opporsi all’accertamento, chiedere rateizzazioni o presentare ricorsi. Anche una volta emessa la cartella, però, non è garantito che le somme vengano effettivamente pagate: la complessità delle procedure, unita alla lentezza delle notifiche e alla difficoltà di agire in tempi rapidi, rendono la riscossione un’operazione lenta e spesso infruttuosa.
A ciò si aggiunge il fenomeno dei cosiddetti “crediti inesigibili”, ossia quei crediti che risultano formalmente dovuti ma che, per ragioni economiche, giuridiche o patrimoniali, non possono essere recuperati. Molti dei debitori sono soggetti falliti, aziende cessate o cittadini nullatenenti. In altri casi, si tratta di importi contestati e ancora oggetto di controversie giudiziarie.
Il paradosso della lotta all’evasione: risultati formali, impatti reali limitati
Il dato sulla scarsa riscossione effettiva pone una questione di fondo: quanto è efficace, in termini concreti, la lotta all’evasione fiscale in Italia? Se da un lato le attività di accertamento portano alla luce miliardi di euro di imposte non versate, dall’altro l’effettiva capacità dello Stato di recuperare tali somme appare limitata. Il rischio è quello di un’azione che produce effetti prevalentemente statistici, senza tradursi in benefici tangibili per le finanze pubbliche.
Questa situazione incide anche sulla percezione di equità del sistema fiscale. Se i contribuenti onesti vedono che chi evade riesce a sottrarsi alle sanzioni concrete, il rispetto delle regole può vacillare. In questo contesto, il principio della “certezza del diritto” si indebolisce e l’intero patto fiscale tra cittadini e Stato rischia di incrinarsi.
Il Governo, consapevole delle debolezze dell’attuale sistema, ha più volte annunciato interventi di riforma volti a rendere più efficiente la macchina della riscossione. Tra le proposte circolate, vi è quella di semplificare le procedure di incasso, potenziare l’interoperabilità tra le banche dati della pubblica amministrazione e introdurre nuovi strumenti di incentivo al pagamento volontario.
Un’ipotesi discussa riguarda anche la revisione del ruolo stesso dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione, con l’obiettivo di attribuirle maggiori poteri operativi e rafforzarne la struttura tecnologica.
Il confronto europeo: un’anomalia tutta italiana
Il rapporto della Corte dei Conti non manca di segnalare il divario tra l’Italia e altri Paesi europei. In molti Stati dell’Unione, il tasso di riscossione dopo l’accertamento è significativamente più alto, spesso grazie a sistemi più snelli e digitalizzati. La burocrazia italiana, invece, continua a rappresentare un ostacolo non secondario all’efficacia delle politiche fiscali.
Inoltre, in altri contesti europei esistono meccanismi automatici di trattenuta alla fonte o di pignoramento semplificato, che consentono all’erario di recuperare rapidamente quanto dovuto. In Italia, questi strumenti sono ancora poco utilizzati, oppure richiedono procedure macchinose e tempi dilatati.
















