Cosa resta degli anni Dieci del 2000 sui mercati finanziari?

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Ancora un po’ e sarà presto tempo degli anni ’20 del 2000. Ma della decade che va ormai verso la conclusione, cosa resterà?

E per cosa sarà ricordata? Di certo i cambiamenti, le crisi, i risvolti, le rivoluzioni non sono di certo mancati. La politica e la sua crisi mondiale hanno contraddistinto l’ultimo ventennio, per fare un esempio ma, appunto, le novità sono molte ed occorrerebbe molto tempo per elencarli tutti. Da un punto di vista finanziario, però, quel che subito spicca è l’abbondanza monetaria che ha caratterizzato i mercati fino ad oggi: la moneta si è ripresa spazio e palcoscenico ed è diventata l’ossigeno di un mondo che sta cercando di reinventarsi, tra le prospettive di un futuro quantomai incerto.

A riprova di ciò, il terzo trimestre dell’anno in corso, quello conclusivo, ha registrato ancora una volta trend positivi in continuità con la prima metà dell’anno. E le previsioni per fine anno sono sostanzialmente buone. La crescita dei mercati azionari è stata costante, dal momento che l’ultimo trimestre si è chiuso con una performance positiva nella maggior parte dei paesi sviluppati (l’EuroStoxx del 2,5%, per esempio). Specificamente i bond con scadenze più lunghe hanno sovraperformato le obbligazioni a breve termine, come solitamente accade quando le curve dei tassi si stanno invertendo (o sono già invertite). Anche in questo trimestre, la correlazione tra bond e azioni rimane negativa, e così crediamo resterà ancora per qualche tempo.

Difatti, nel periodo compreso tra luglio e settembre, tutte le principali asset class hanno girato in positivo. Quali margini, dunque, per il futuro? Urge una premessa: se questa decade è stata all’insegna della liquidità, cioè è stato possibile anche grazie a Mario Draghi, che proprio in questo mese chiuderà il suo operato col Consiglio Direttivo della BCE. Draghi è stato protagonista di una azione ad ampio raggio e intelligente, proteggendo, così come ha fatto, l’indipendenza dei mercati e contribuendo in maniera decisiva all’innovazione degli strumenti oggi a disposizione degli istituti bancari. Ma gli anni Venti da gennaio prevederanno un nuovo programma di stimoli monetari e di prestiti al sistema bancario, come aveva già annunciato lo stesso Draghi, coi tassi che resteranno negativi. Inoltre, per oltre un decennio, l’inflazione non ha dato più sue tracce.

Grafico elaborato da Moneyfarm.com

La situazione attuale del sistema economico, contraddistinta da tassi bassi, da una abbondante liquidità, da una inflazione pressoché inesistente ed una crescita moderata, è una nuova normalità? Non si può rispondere a questa domanda, ma è altrettanto certo che la politica monetaria ha l’arduo compito di doversi innovare e di dover ridefinire il suo fine, con tutti gli strumenti in grado di garantire incisività. Mario Draghi ha pure fatto intendere che alcuni dibattiti, come quello dell’Helicopter Money, politica monetaria ipotizzata, ma mai attuata, come estremo tentativo di rilancio dell’economia, che prevederebbe il trasferimento dei contanti direttamente ai cittadini, è già sui tavoli più importanti della BCE.

Negli USA fino ad un anno fa si ipotizzava un rialzo dei tassi, mentre oggi si parla della riapertura del programma di quantitative easing. Lo spunto alla riapertura del dibattito è stato generato da attriti nel mercato monetario fin dalla fine di settembre, dato che si è registrato un improvviso aumento del costo di finanziamento sul mercato definito dei “pronti contro termine”, ovverosia un canale che consente, a controparti prevalentemente finanziarie, di prendere in prestito del denaro, per un tempo molto breve, corrispondente spesso ad un solo giorno, per garantire il funzionamento del sistema finanziario. Sono prestiti, questi, garantiti via obbligazioni governative e costituiscono un canale relativamente sicuro di finanziamento e di impiego della liquidità in eccesso, con un tasso che di norma varia in base ai valori stabiliti dalla Fed ma schizzato alle stelle al punto che gli enti regolanti determinate transizioni, i cosiddetti clearing house, hanno riportato un salto tra il 2% e il 9%, probabilmente per un eccessivo drenaggio di liquidità causato dal Tax Day per le società americane. La Fed ha calmato tutti, provvedendo alla creazione di una linea di credito per compensare le carenze sul mercato ma la mente degli operatori è corsa alla grande crisi finanziaria del 2008, che vide il mercato interbancario congelarsi e i costi di finanziamento impennare.

Ma l’economia, in tutto il mondo, è in rallentamento e la situazione negli USA è quantomai emblematica: ogni volta che emergono fattori che mettono in dubbio l’economia americana, per i più la migliore del mondo, succede questo. Incrementa la volatilità, per dire, ma il tutto è imputabile al raffreddamento globale del commercio: nel 2019, probabilmente, la crescita dei flussi commerciali avrà il tasso più basso dalla grande crisi del 2009. Lo scenario, in previsione, lascia intravedere qualche segnale di ripresa, nonostante alcuni fattori di rischio da considerare: Brexit, tensioni commerciali attualmente vigenti tra Cina e USA, problemi in Medioriente tra Arabia e Iran. Assorbendo questi scenari negativi, il mercato potrebbe entrare in una fase di consolidamento.

 

 

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