Cosa succederebbe se in Italia si applicasse la Fisiocrazia?

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In un recente dibattito televisivo si sono confrontati due illustri economisti, aventi come temi l’attuale crisi economica e, più in generale, gli effetti del globalismo. il primo economista sosteneva la validità del sistema economico basato su scelte multiple, da orientare politicamente secondo le diversità nazionali e regionali; l’altro, invece, sosteneva la validità di scelte più circostanziate e settoriali, rispettose delle vocazioni tradizionali dei territori. Su questa differenza di posizioni, il dibattitto è stato poi declinato sul riferimento alla teoria fisiocratica, ai sui contenuti e alla sua attualità, soprattutto se considerata alla luce della situazione italiana.
La teoria fisiocratica – è da ricordare in premessa ad una qualsiasi valutazione si voglia fare – risale alla metà del XVIII sec., e fu concepita in opposizione al mercantilismo e alla crisi che esso determinò in Francia. Principale teorico fu l’economista François Quesnay (1664-1774), collaboratore della Encyclopédie nonché autore di un Tableau économique. Quesnay sostenne che la vera base dell’economia non è l’industria, la cui funzione è solo quella di trasformare i prodotti per il commercio, il quale a sua volta li diffonde, bensì l’agricoltura, la quale è realmente l’attività di produzione dei beni. All’agricoltura, e ai suoi operatori, egli assegnava la funzione di propulsore del vero ciclo economico, e quindi della ricchezza. Questa era rappresentata, oltre che dai beni materiali, anche da un ‘surplus’, tale da consentire un reinvestimento in agricoltura favorendo la ricerca sui metodi di messa in produzione dei terreni, di costruzione delle macchine necessarie, del perfezionamento organizzativo. In altri termini, Quesnay, e con lui i teorici che lo seguirono, sosteneva un’idea di libero mercato, suggestionando molto la teoria economica di Adam Smith e i dei teorici dell’Utopismo tardo-settecentesco. Tuttavia, Quesnay sosteneva anche che un buon sistema economico dovrebbe essere gestito da un governo forte, rappresentazione dell’essenza naturale dell’uomo e della sua vocazione verso un ‘dispotismo illuminato’.
Volendo quindi riattualizzare la teoria fisiocratica – così come ha tentato di fare uno dei due economisti impegnati nel confronto televisivo -, volendo, cioè, ripensarla nei termini propri della nostra condizione democratica e partecipativa, la teoria potrebbe essere acquisita entro certi limiti e come fattore di suggestione per una diversa politica economica a fronte delle differenze regionali.
Sarebbe, in primo luogo, certamente da respingere la componente politica della teoria, laddove prevede forme incompatibili di governo con l’assetto democratico. Sarebbe invece da riconsiderare nel tratto in cui valorizza l’agricoltura quale fattore trainante dell’intero ciclo economico: dalla produzione alla trasformazione, da questa al commercio e alla diffusione. Si tratterebbe, in altri termini, di un agricoltura ‘fisiocratica’ che potrebbe essere incentivata solo in quelle regioni particolarmente dotate di risorse naturali, tali, quindi, da favorire un loro coordinamento nella prospettiva di un turismo localizzato ed eco-sostenibile.
Terminato con un sostanziale nulla di fatto, il dibattito ha consegnato agli spettatori e ai commentatori ampi argomenti di discussione, ed è auspicabile che gli stessi possano essere ripresi ed ampliati in ambiti più appropriati, rivolti alla decisionalità politica.

 

Fatima Mutarelli

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