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Cosa voleva dire essere eroi ai tempi dell’antica Grecia?

Gli eroi dell’antica Grecia, sebbene fossero protagonisti di imprese collettive, mantenevano una dimensione profonda essenzialmente solitaria. C’era infatti una concezione individualistica dell’eroe. Ma quali erano le caratteristiche di questi mitici personaggi?

Essere eroi nell’antica Grecia voleva dire essere capaci di lasciare un’impronta decisiva sugli eventi, riuscendone ad alterare il corso. Questo era reso possibile, in parte, da eccellenti doti fisiche e intellettive, in parte, dalla protezione di una  divinità.

Gli eroi intervenivano sia nel bene che nel male. Il loro comportamento, raccontato nella poesia epica, poteva essere infatti spesso amorale. Le più nobili azioni potevano essere accompagnate dalle più grandi efferatezze.

Un’altra caratteristica degli eroi era quella di essere mortali. Questo li distingueva dagli dèi e valeva anche per gli eroi nati dall’unione di un genitore divino e di uno umano. Per questo vengono chiamati, in un passo dell’Iliade (21,22-30), “uomini semidei”.

Nei poemi omerici, le anime degli eroi dopo la morte erano destinate all’Ade, come quelle di tutti gli altri uomini. Nella restante epica arcaica, tuttavia, è attestata anche una possibilità di sopravvivenza nelle “isole dei beati”, collocate nei confini estremi del mondo.

Dopo la morte, agli eroi restavano solo due cose: la tomba e la gloria.

La tomba veniva onorata con rituali e libagioni che si facevano colare per terra, per cercare di raggiungere gli inferi. La gloria, invece, era resa immortale tramite i versi della poesia epica.

Tuttavia, questa gloria immortale non riusciva a confortare gli eroi nel loro rapporto conflittuale con la morte. Così disse Achille ad Odisseo nell’Iliade (11,488-491):

Non abbellirmi, illustre Odisseo, la morte! Vorrei da bracciante servire un altro uomo, un uomo senza podere che non ha molta roba, piuttosto che dominare i morti defunti.

Nei confronti della morte, gli eroi avevano anche un rapporto contraddittorio. Infatti, se da un lato la morte era nemica, dall’altro era proprio in essa che risiedeva il destino di gloria dell’eroe.



Achille è sicuramente uno degli eroi più emblematici dell’epica.

È un semidio, essendo figlio di un mortale, Peleo, e di una nereide, Teti. Achille è l’uomo dell’azione violenta, della reazione fisica e istintiva. Sono dedicati a lui i primi, celebri versi dell’Iliade: “Cantami o diva  l’ira funesta di Achille Pelide…”. L’ira è dovuta al fatto che Achille viene privato da Agamennone di Briseide, schiava che spettava a lui. Adirato, Achille abbandona la guerra, si ritira dalla lotta.

È l’eroe più forte dell’esercito greco e questa sua decisione avrà un ruolo fondamentale per i risvolti della guerra. Quando i Troiani riescono ad invadere il campo acheo, fino a riuscire a dar fuoco alle navi, Patroclo chiede ad Achille di poter vestire le sue armi per intervenire nel combattimento. Patroclo è l’amico più caro di Achille, la persona a cui tiene di più in assoluto. Achille gli consente di usare la sua armatura, a patto che non insegua i Troiani fino alla rocca. Ma l’amico non mantiene la promessa e viene ucciso da Ettore, che priva  il cadavere dell’armatura di Achille.

A questo punto, Achille decide di tornare in guerra per vendicare la morte di Patroclo. Siamo nel canto XVIII (vv.113-121) quando Achille si rivolge alla madre Teti:

Ma lasciamo correre ormai, nonostante il dolore,

dominando il cuore nel petto, come è necessario;

adesso andrò a prendere chi m’ha ucciso l’amico più caro,

Ettore; anch’io accetterò la mia sorte, quando

voglia compierla Zeus e gli altri dèi immortali.

Nemmeno la forza di Eracle evitò la sua sorte,

lui che era il più caro a Zeus Cronide sovrano;

ma il destino lo vinse e l’odio accanito di Era.

Così anche io, se mi tocca simile sorte,

giacerò morto; voglio cogliere intanto la gloria più fulgida.

Achille richiama l’esempio di Eracle nel segno dell’accettazione della sorte inevitabile di morte, alla quale non c’è scampo perché colpisce non solo gli uomini comuni, ma anche gli eroi più forti. A questi ultimi, tuttavia, resta una ricompensa: la gloria immortale.

Eracle rappresenta un caso unico: l’eroe, dopo la morte, viene divinizzato ed entra a far parte del consesso degli dèi dell’Olimpo.

Pindaro, nel V sec. a.C., definì Eracle “Eroe dio”. Eracle vive la sua vita da eroe mortale, ma post mortem viene elevato a divinità. È significativo che sia l’unico eroe greco per cui non c’è una tomba. Probabilmente il culto riservato agli eroi non si adattava ad Eracle, che aveva continuato a vivere dopo la morte e viveva ormai in mezzo agli dèi.

Gli eroi dell’antica Grecia restano paradigmi fondamentali, giunti fino ai nostri tempi. Le loro gesta e i loro comportamenti appaiono molto distanti dalla nostra sensibilità quotidiana. Eppure, continuano a risuonare in noi, e ci pongono a confronto con un mondo diverso, denso di valori, con i quali il confronto è sempre opportunità di arricchimento.

Giulia Tommasi

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