Cosa votare al referendum sui parlamentari: i motivi del sì e quelli del no

La domanda sembra semplice: vuoi ridurre il numero di parlamentari? E ci verrebbe da rispondere sì, immediatamente, anche alla luce dell’etica che la nostra classe politica ha dimostrato in quest’ultimo periodo. Se i padri costituenti, però, avevano previsto circa 1000 parlamentari in un momento in cui l’Italia aveva un quarto della popolazione in meno, un motivo ci sarà stato. Siamo sicuri, infatti, che “pochi parlamentari” significhi automaticamente “buoni parlamentari”? Ultima Voce ha messo in fila per voi i motivi del sì e del no, cercando di aiutarvi a decidere cosa votare al referendum di settembre.




 

Tra poco più di un mese, gli italiani si troveranno di fronte al quarto referendum costituzionale della storia repubblicana. Il 20 e il 21 settembre, infatti, si svolgerà il referendum per il taglio dei parlamentari, dopo il rinvio forzato imposto dal Coronavirus. Gli elettori saranno dunque chiamati a decidere se confermare la riforma che punta a ridurre il numero di onorevoli: si passerebbe dall’attuale numero di 945 a 600. I deputati da 630 diventerebbero 400, mentre i senatori da 315 scenderebbero a 200. Verrebbero invece mantenuti i senatori a vita.



Non c’è quorum

Non si tratta del classico referendum abrogativo, come quello che si è svolto sul nucleare o sull’acqua pubblica. E’ invece una consultazione prevista quando si vuole modificare la Costituzione: si tratta di un meccanismo di protezione rafforzata. Per cambiare la Costituzione, infatti, servono due votazioni del Parlamento svolte a distanza di almeno tre mesi. Se, nella seconda votazione, Senato e Camera approvano la legge a maggioranza dei 2/3 dei componenti, il testo si considera definitivamente approvato. Se invece nella seconda si raggiunge solo la maggioranza assoluta, si può sottoporre la riforma a referendum popolare. Importante ricordare che per questo tipo di referendum non è previsto il raggiungimento di un quorum: vince chi ottiene anche un solo voto in più.

“Approvate il testo della legge costituzionale concernente ‘Modifiche agli articoli 56,57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei Parlamentari’, approvato dal Parlamento e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana n.250 del 12 ottobre 2019”?

I motivi del sì

1. Risparmio economico

Al primo posto, tra le motivazioni che porterebbero a votare sì, il risparmio economico per il bilancio dello Stato. Con 345 poltrone in meno, infatti, si stima che si riuscirebbero a tagliare 100 milioni di euro (lordi) di spese. Per tradurlo in pensioni minime, sarebbero 600 euro per 95 mila contribuenti.



2. Snellimento procedurale

Oltre al risparmio economico, poi, il Movimento 5 Stelle, promotore del referendum, porta avanti con questa proposta di riforma una battaglia più generica sull’eliminazione degli eccessi e dei malfunzionamenti delle istituzioni, spesso nido di lunghissimi iter burocratici. L’obiettivo di più ampio respiro sarebbe quello di “favorire un miglioramento del processo decisionale delle Camere per renderle più capaci di rispondere alle esigenze dei cittadini”.

3. Nessun pericolo per la democrazia

I sostenitori del sì ritengono che la piena rappresentatività non possa essere messa in pericolo, seppure con meno deputati e senatori. Da molti, però, questa tappa è vista come punto di partenza e non di arrivo: per non lasciare il lavoro a metà, sono in tanti a invocare una legge elettorale che permetta di avere una maggioranza parlamentare stabile, garantendo la governabilità dello Stato e sottraendolo dalle lunghi fasi di immobilismo istituzionale.

4. Il primo di tanti passi

A distinguere quindi un Parlamento funzionante da uno  in perenne fase di stallo sarebbe quindi la legge elettorale, mentre il taglio dei parlamentari colpirebbe solo la questione sprechi. Altri, poi, aggiungono osservazioni sul fatto che, spesso, ai lavori parlamentari partecipano un numero molto esiguo di onorevoli. Il problema della rappresentatività, quindi, sarebbe per molti legato alla questione delle liste bloccate: il Parlamento, grazie alla riforma di Calderoli e seguenti, sarebbe stato trasformato in un covo di nominati già da tempo.

I motivi del no

1. Un risparmio trascurabile

In molti sostengono che il taglio di un terzo dei parlamentari, però, non si tradurrebbe nel taglio di un terzo delle spese. Secondo quanto riporta Erica Ruggieri su Medium.com, attualmente ogni parlamentare costa circa 230–240.000 euro annui, al lordo delle tasse, per un totale di 222 milioni. Il risparmio complessivo che si otterrebbe a seguito della riforma ammonterebbe a 82 milioni per entrambe le Camere. In riferimento ai cinque anni di legislatura, il risparmio sarebbe di circa 410 milioni. Al netto delle imposte e dei contributi, il risparmio reale che si otterrebbe si attesterebbe sui 57 milioni l’anno e sui 285 milioni a legislatura. In termini percentuali, questo rappresenterebbe lo 0,007% della spesa pubblica italiana.

2. Il populismo di fondo

Come per i motivi a favore del sì, però, l’argomentazione non può essere meramente economica: ciò che sta a cuore a molti sostenitori del no è il problema della rappresentatività. Alcuni politici e cittadini hanno accusato la riforma di populismo e demagogia. L’Italia diventerebbe infatti il Paese UE con il più basso rapporto tra numero di seggi e di cittadini. “Pochi parlamentari”, poi, non significherebbe automaticamente “bravi parlamentari”: vedi, ad esempio, la vicenda dei 600 euro di questi giorni. C’è chi, ad esempio, non si dice contrario in modo assoluto alla riduzione. Alcuni preferirebbero però ridurre gli stipendi, rispetto al numero degli onorevoli. Altri, invece, puntano il dito contro il bicameralismo perfetto, che andrebbe superato per snellire la zavorra burocratica del nostro Paese.

3. L’esclusione delle minoranze

La riforma potrebbe avere delle conseguenze molto pesanti sulle minoranze e sul loro accesso in Parlamento: con la riduzione del numero dei Senatori, ad esempio, al Senato sarebbe necessario impegnarsi a conquistare il 15% dei voti. Molte liste, quindi, verrebbero escluse dall’arco parlamentare. Sempre per rimanere a Palazzo Madama, poi, le Commissioni sarebbero composte da 10 senatori e basterebbe una maggioranza di 4 membri per l’approvazione di una decisione.

4. L’abbassamento di tutte le soglie

Di fatto, la riforma si tradurrebbe in una riduzione su tanti fronti: quello del numero di voti necessari a modificare la Costituzione, quello del numero di voti da racimolare per incassare un voto di fiducia e, ancora, quello sul quorum in merito alle autorizzazioni a procedere. Si tratta di passaggi estremamente delicati per la vita della nostra democrazia che, spesso, già ora, oscilla anche solo per un paio di cambiacasacca di turno.

L’opinione dei partiti

Se le forze di destra, unite (nostalgicamente?) al Movimento 5 Stelle, sembrano essere compatte sul fronte del sì, a sinistra regna maggiore incertezza. Il Partito Democratico sembra orientato sul no, in barba alle alleanze di governo, anche se una posizione ufficiale non è ancora emersa. Brucia forse ancora lo schiaffo del 4 dicembre di quasi quattro anni fa, sulla riforma costituzionale sponsorizzata e largamente personalizzata da Renzi. E se Italia Viva ancora non si espone, Calenda di Azione e Bonino sembrano essere compatti sul no. Ma in un referendum di questo tipo, l’indicazione di partito può essere ancora più fuorviante e un filino in conflitto d’interesse. Certo è che le tentazioni per il cittadino possono essere molte: in veste di elettore, può forse sentirsi rassicurato da una larga rappresentanza, ma, nel ruolo di contribuente, potrebbe essere felice di risparmiare quei 100 milioni di euro l’anno, fosse anche lo 0,007% della spesa dello Stato.

Elisa Ghidini

 

 

 

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