Crimini di una milizia governativa libica: tra torture e accordi internazionali

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Amnesty International, in un comunicato diffuso in questi giorni, ha denunciato gravi abusi dei diritti umani perpetrati da una milizia alle dipendenze del primo ministro ad interim, riconosciuto dall’ONU. Lo stesso corpo militare è stato protagonista di alcuni scontri un mese fa, in una caotica cornice politica dove, per la seconda volta negli ultimi anni, ci sono due “governi paralleli”.

La creazione del corpo militare e la Libia di nuovo con “due governi” allo stesso tempo

Prima di parlare delle pesantissime accuse di crimini di una milizia governativa libica, mosse dall’organizzazione di difesa dei diritti umani, cerchiamo di inquadrarle nel caotico scenario libico…

Il gruppo armato, denominato ufficialmente Autorità per il sostegno alla stabilità (abbreviata in ASS), era stato formato nel 2021 con le funzioni di un apparato per la sicurezza di sedi e autorità governative. All’epoca c’era l’ex primo ministro Fayez al-Sarraj, e la creazione della forza di sicurezza era stata avviata poco prima che lasciasse il potere al Forum libico di dialogo politico. La conclusione dei dibattiti coincide con la nomina, ad interim, dell’ex ministro della Difesa Abdelhamid Dabaiba, riconosciuta dall’ONU ma non dal parlamento di Tobruk. Il nuovo Governo di Unità nazionale (GUN) non è riconosciuto dalla Camera dei rappresentanti, eletta nel 2014 quando solo il 18% dei circa tre milioni e mezzo degli aventi diritto si è recata alle urne. Quelle che si sarebbero dovute tenere alla fine dello scorso anno sono saltate per una serie di dispute e problemi, tra i quali l’assenza di liste di candidati ufficiali e di una campagna elettorale, oltre ad altre più gravi violazioni dei diritti umani. Il parlamento ritiene il suo mandato scaduto: il primo ministro per il quale la camera ha invece accordato la fiducia è Fathi Bashaga, ex ministro dell’interno. Il governo “legittimo” di Tripoli vorrebbe concludere il suo mandato a Giugno, quando dovrebbero essere indette nuove elezioni. Invece il Governo di Stabilità Nazionale (GSN) chiede un referendum costituzionale.

La situazione potrebbe generare un nuovo scontro di due opposte fazioni: precedentemente a contrapporsi al governo di al-Sarraj, formato con il sostegno delle dalle Nazioni Unite nel 2015, era il generale Haftar, che adesso appoggia Bashaga. Come riportato dall’agenzia di stampa “Nova” il mese scorso si sono registrati degli scontri a Tripoli tra l’ASS (la milizia citata nel comunicato di Amnesty e alle dirette dipendenze del primo ministro) e la Brigata Al Nawasi (corpo armato legale del ministero dell’Interno che ora appoggerebbe Bashaga, mentre in precedenza lo aveva osteggiato) con almeno due vittime (otto secondo altre fonti). Nel lancio dell’agenzia di stampa si spiega che lo scontro non sarebbe riconducibile a rivalità tra i due governi “paralleli” ma solo al controllo del territorio. L’ASS invece ha dichiarato che si sarebbe trattato di una banale contesa gonfiata dalla stampa.

I motivi dietro gli scontri non sono chiari, mentre lo sono le denunce di Amnesty International su come l’ASS gestisce il destino di vite umane, una gestione scellerata supportata anche dal budget destinato al corpo militare, 32 milioni di euro stanziati dal governo di Tripoli fino a oggi.

Le orrende violazioni denunciate da Amnesty International e le richieste a Libia e UE

Le violazioni cui si riferisce quest’ultimo appello sono state riscontrate nel corso di una visita nel centro di detenzione di al-Mayah, a pochi chilometri da Tripoli, lo scorso Febbraio, nonostante il corpo militare non ne garantisca l’accesso e si rifiuti di fornire dati sul numero di detenuti:

centinaia di migranti sono stati portati nel centro di detenzione, gestito dall’Ass: un luogo sovraffollato e dalla scarsa ventilazione, nel quale i detenuti ricevevano poco cibo e ancora meno acqua ed erano costretti a bere quella degli scarichi dei gabinetti. Pestaggi, lavori forzati, prostituzione forzata, stupri e altre forme di violenza sessuale erano all’ordine del giorno.

Oltre a questo Amnesty cita la denuncia di un’altra associazione, l’Organizzazione internazionale delle migrazioni, secondo cui durante un intercettamento marittimo avvenuto nello stesso mese sarebbero rimasti feriti dei migranti e uno purtroppo è deceduto.

Amnesty International fa notare che al vertice della milizia c’è il comandante “Gheniwa” (soprannome di Abdel Ghani al-Kikli), potente militare dai tempi della morte di Ghaddafi, promosso e “premiato” nonostante il suo coinvolgimento in torture, sparizioni forzate e detenzioni illegittime.

La ONG chiede dunque, al governo libico, la destituzione del comandante “Gheniwa” e del suo ex-vice Lotfi al-Harari <<da ogni posizione nella quale potrebbero commettere ulteriori violazioni dei diritti umani, interferire in eventuali indagini o garantirsi l’impunità>>. Questo perché, per il diritto penale internazionale, i comandanti dovrebbero essere perseguiti per azioni criminose commesse dai loro sottoposti se ne fossero stati a conoscenza (o avrebbero dovuto esserne a conoscenza) e non avessero adottato le misure per impedirle o per assicurare gli esecutori materiali alla giustizia: in pratica nel primo caso avallerebbero, anche se solo tacitamente, le loro azioni, mentre nel secondo le “coprirebbero” dalle indagini… Ovviamente si dovrebbero considerare anche ipotetiche responsabilità dirette e personali nella realizzazione di un crimine. Al momento nessuna risposta è stata fornita dal governo in merito.

Inoltre la ONG internazionale rinnova la richiesta, alla comunità europea, di sospendere tutte le forme di cooperazione per il controllo delle frontiere in accordo con la Libia, tra cui c’è anche il cosiddetto “memorandum d’intesa” tra Italia e Libia. Dovrebbero essere riprese solo se il paese nordafricano riuscisse a garantire concrete indagini per i crimini commessi e la fine di ogni forma di detenzione arbitraria.

Il memorandum Italia-Libia

Sono passati cinque anni dal “memorandum d’intesa” sottoscritto tra Italia e Libia che ha permesso di intercettare più di 80 mila esseri umani in mare, a carico dei contribuenti e con modalità di tracciamento dei finanziamenti opache: la giornalista Nancy Porsia è stata tra i primi, nel 2017, a spiegare come i soldi potrebbero finire per alimentare la mafia libica e il traffico di umani. La spesa italiana complessiva per il controllo del flusso migratorio nelle acque condivise con la Libia ammonta a circa 800 milioni di euro (di cui 200 spesi direttamente in Libia, gli altri per le missioni in mare). Un accordo che molti pensano sia illegale, oltre che immorale, per diversi motivi. Tra questi c’è il respingimento verso un paese non sicuro, che non riconosce la Convenzione di Ginevra sui rifugiati, oltre alla questione secondo cui sarebbe stato siglato dal governo in violazione dell’art. 80 della Costituzione: dato che è di fatto un accordo politico (e ammettendo che non ci siano oneri finanziari aggiuntivi a bilancio) è stato sottratto al controllo parlamentare, che lo avrebbe dovuto ratificare.

Se l’accordo non verrà annullato entro Novembre di quest’anno sarà rinnovato automaticamente. Cosa farà il governo Italiano? Cosa dovremmo fare noi? Cosa dovremmo fare per quei migranti che hanno il sacrosanto e legale diritto d’asilo, o anche solo per chi cerca una vita più dignitosa, che si vedono respingere in una prigione “medioevale” o che sono “scomparsi”? Tutto questo dopo viaggi in cui avvengono cose che difficilmente possiamo anche solo lontanamente immaginare, ed è solo l’inizio di un calvario…

Paolo Maria Addabbo

 

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