Critica: stimolo o inibizione per la creatività?

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Quale effetto innesca la critica sulla creatività? Uno studio cerca di rispondere tramite un’indagine sui rapporti di potere.

Partiamo dalla parola critica e da come essa viene interpretata oggi: in generale con questa espressione si intende un giudizio negativo o comunque sfavorevole circa una questione. Più in generale, però, critica indica una valutazione; tanto che possiamo sentir parlare sia di “critica negativa” che di “critica positiva”. La stessa etimologia rimanda al greco kritiké (téchne) (arte) del giudicare.

La ricerca:

È di uno studioso dell’Università di Toronto, Yeun Joon Kim, l’idea di indagare sull’effetto delle critiche nell’ambiente di lavoro. Kim ha un’esperienza alle spalle: ha lavorato presso un’azienda importante e conosce l’effetto che le critiche hanno avuto su di lui. E di come esse possano ostacolare la creatività.

Ha così deciso di dedicare uno studio all’argomento. Per questo esperimento, si è avvalso della collaborazione di Junha Kim ed insieme hanno cercato di dare una risposta al quesito circa il rapporto critica e creatività, lavoro pubblicato poi sulla rivista Academy of Management Journal.

Gli esperimenti – uno sul campo ed uno in laboratorio – hanno posto l’accento non tanto sulla critica in sé, ma sulla fonte della critica. In poche parole: l’importante è da chi proviene.



Dalla critica alla creatività:

Lo studio ha stabilito in generale che se le critiche provengono da colleghi o superiori nel posto di lavoro, il processo di creatività rischia un arresto. Se non proprio una ritirata.

Se invece la critica proviene da un dipendente nei confronti di un superiore, la creatività di quest’ultimo riceve una sollecitazione non indifferente.

Ora sarebbe da chiedersi in che modo tali critiche vengano effettuate. Le parole, l’atteggiamento, la tonalità stessa della voce da parte di un responsabile verso i propri lavoratori lo immaginiamo diverso rispetto ad una scena in cui sia il dipendente a criticare l’operato di chi lo supervisiona.

É infatti lo stesso Kim a sottolineare come in quest’ultimo caso sia il supervisionatore che, dotato di un “potere” circa la gerarchia in questione si sente meno toccato da eventuali feedback negativi. Al contrario, il dipendente, redarguito su una qualsivoglia questione lavorativa, sentirebbe minacciata la propria carriera futura.

In altre parole, la creatività può essere stimolata se la critica si muove “dal basso verso l’alto”, nel caso opposto verrà inibita.

La conclusione:

La conclusione che ci giunge da Toronto è netta: chi si trova in posizioni di potere deve porre attenzione al come trasmettere le critiche ai propri dipendenti. Parole d’ordine: discrezione e sensibilità.

Ora la domanda potrebbe essere: doveva arrivarci da Toronto un consiglio simile? Non è piuttosto intuitiva la questione?

Forse non del tutto, se pensiamo che spesso non solo il mondo lavorativo ma anche quello della scuola cerca di utilizzare la critica come sprone della creatività. Non ponendo forse abbastanza attenzione a come essa possa invece inibirla, fino a soffocarla, soprattutto nelle menti più giovani.

Questo non significa affatto non criticare, ma riportare la critica al proprio significato originario: un’arte del giudicare. E – possiamo quindi aggiungere noi – un’arte della comunicazione del giudizio. Essere quindi in primis consapevoli del ruolo che si ricopre all’interno dell’ambiente nel quale la critica si svolge e saper calibrare il come della comunicazione, oltre che il cosa.

Questo non solo, per avere – come Kim afferma – prestazioni creative maggiori nella propria azienda, ma soprattutto per una consapevolezza del valore della persona nella sua globalità.

La società dei like:

In fondo la nostra società sta diventando una continua espressione di critica tramite like o dislike. Ma davvero questo significa criticare? No, il nostro pensiero non può essere espresso tramite l’indicazione di un pollice. Critica deve essere dialogo e confronto. In poche parole, un incontro dal quale uscire arricchiti in due.

Quanto i social ci portano a fare questo?

Rimane poi un ultimo punto da sondare e a cui lo stesso Kim fa riferimento: la percezione della critica. Lui ci suggerisce di esserne meno preoccupati. Di non vivere quindi nella paura di un feedback negativo.

La questione non è quindi solo imparare a criticare, ma anche comprendere come assorbire ed affrontare una critica nel miglior modo possibile.

Anche questa un’arte che tutti dovremmo imparare.

Caterina Simoncello

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