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Cronaca nera e morbosità: come capire quando il giornalismo è spazzatura

Cronaca nera e morbosità: c’è il video con l’ultimo abbraccio della vittima alla mamma, c’è l’intervista ai nonni straziati dal dolore, c’è pure la diretta dal luogo del ritrovamento del cadavere. Parlare di cronaca nera non è un lavoro per tutti e anche in questi giorni, dopo il terribile omicidio di Catania, ne stiamo avendo la conferma. Come si coniuga però il diritto di cronaca con la necessità di rimanere sobri e asciutti non dilungandosi in dettagli inutili che alimentano solamente la morbosità delle persone?




Lo ammetto: io della cronaca nera sono una fan piuttosto accanita. Conosco quasi tutti i dettagli truculenti di molti degli omicidi italiani del passato e del presente: li ho seguiti, ne ho letto, ne ho scritto e ora, di tanto in tanto, li ripasso ascoltandone gli approfondimenti che ne tracciano i podcast o seguendo qualche speciale sui canali tematici. Scagli dunque la prima pietra chi è senza peccato e chi non ha mai scandagliato Google digitando “Cogne”, “Avetrana”, “Erba”. Chi struttura i palinsesti lo sa bene: qui fuori, insieme a me, ci sono altri squinternati appassionati del filone cruento e morboso dell’intrattenimento macabro e, di conseguenza, chi governa le trasmissioni cerca di guadagnarci qualcosa.

Sempre più spesso, però, guardando quanto viene trasmesso in tv o leggendo gli articoli farciti di particolari, ho la sensazione appiccicosa che, forse, la linea tra informazione e intrattenimento sia sempre più fumosa. La cronaca nera, infatti, ha delle regole precise: lo stabiliscono i codici deontologici degli Ordini dei giornalisti, le leggi e persino, anche se en passant, la Costituzione. È stata la Cassazione a stabilire che le notizie si possano dare quando corrispondono al vero, quando sono di interesse pubblico e, non da ultimo, quando nell’esposizione dei fatti si rispetta la cosiddetta “continenza”. Bisogna dunque avere un certo senso della misura nella scelta delle parole, nello stile di narrazione e nei contenuti.

Cronaca nera e morbosità: il doomscrolling

In queste giornate, però, di questo senso della misura sembra non esservi traccia. È di qualche ora fa la notizia atroce della morte di Elena Del Pozzo, la bambina di Catania uccisa dalla madre, Martina Patti, che ne aveva inscenato un rapimento poco credibile. Subito, gli addetti ai lavori si sono fiondati sul caso ed è così che ora ci ritroviamo con le homepage piene di servizi, video e interviste che riguardano un caso drammatico. Qual è, però, il fine di questi contenuti? Anche a uno sguardo poco attento, emerge chiaramente la mercificazione del dolore, che sfrutta la morbosità del voler sapere e il sollievo del potersi dichiarare immediatamente migliori delle persone coinvolte. Dopo due anni di notizie di pandemia e una manciata di mesi trascorsi a parlare di bombe, questa immediata sterzata della programmazione sembra nutrire l’animo più affamato di noi appassionati del doomscrolling.

Lo chiamano così, infatti, quel perverso tic che ci sprona a ricercare continuamente notizie negative. Ed è una miniera d’oro per la stampa online e offline, che fanno di un dramma un serbatoio che si autoalimenta attraverso interviste esclusive ai concittadini, fotogrammi di familiari distrutti dal dolore e irrinunciabili video dai luoghi del delitto. Come capire se però quello che stiamo guardando è informazione o spazzatura che ne genera altra? Cinque, a mio avviso, sono gli elementi essenziali che ci possono tranquillamente far cambiare canale, uscire dal sito o gettare via il giornale su cui ci stiamo informando.

1. La diretta dal luogo del delitto

Partiamo dall’architrave che regge il binomio tra cronaca nera e morbosità. I servizi di cronaca nera di serie B necessitano innanzitutto del collegamento fisico con il luogo del rinvenimento del cadavere. Meglio se alle spalle del giornalista si vede l’andirivieni delle forze dell’ordine, con le valigette e le tute bianche dei RIS. Ci fa sembrare di essere veramente lì, sul posto, ad assistere alle operazioni delicatissime della raccolta delle prove. È un po’ l’effetto CSI: siamo vicini per comunanza di spirito e intenti all’investigatore e spartiamo anche noi un po’ del fascino che emana. Problema: la vita non è un film. Che differenza c’è nel raccontare che il corpo della vittima è stato ritrovato in un appartamento, in strada o in un campo e dirlo dallo studio? È tutto ovviamente meno coinvolgente e non ci rende testimoni della scena. Non siamo in poltronissima, cala il pathos e, ovviamente, l’audience.

2.L’intervista alle persone più vicine alla vittima

Immaginate di subire una grave perdita, in maniera violenta, inaspettata o quantomeno improvvisa. Pensate se, a pochi minuti dalla notizia, la vostra reazione venisse inquadrata impietosamente dalle televisioni di tutto il Paese e finisse nelle cucine di tutti gli italiani. Le telecamere sono lì, non ci potete fare nulla e colgono quel che riescono, cercando di svendere qualche fotogramma della vostra sofferenza al tg della sera. Sareste davvero contenti di vedere il vostro volto e la vostra reazione sullo schermo? E di sapere di essere giudicati perché “troppo teatrali” o “troppo freddi”, “troppo drammatici” o “troppo distaccati”? Ma c’è di più: chi di noi avrebbe qualcosa di lucido da dire dopo l’omicidio di un figlio, di un amico o di un vicino di casa? Quante frasi piene di emotività, di rabbia e di dolore uscirebbero dalle nostre bocche pochi minuti dopo aver appreso di questa terribile perdita? Quanti sfoghi irrazionali, legati a episodi magari secondari e marginali, ora visti sotto una nuova luce, verrebbero a galla? Siamo davvero sicuri di voler dare in pasto alle telecamere questi pensieri e queste dinamiche, nel loro piccolo, comuni a tante famiglie? No, forse, dovrebbe essere previsto un codice: esattamente come non si riprendono le persone in manette, secondo i codici deontologici del giornalismo, così non si dovrebbero intervistare né amici né parenti. Nemmeno se sono loro a voler parlare.

3. I contributi in esclusiva

Gira da qualche ora un video terribile, presente nelle homepage di molti giornali, in cui si vede la piccola Elena Dal Pozzo abbracciare la mamma che va a prenderla all’asilo. È un contenuto atroce e spiazzante che, però, qualcuno ha scientemente diffuso e dato in pasto ai giornali. Noi siamo lì, sul bordo del burrone: non vorremmo guardare ma spiamo lo stesso, ci fa paura ma non ce la facciamo a non guardare giù. “Cui prodest?”, si chiedevano gli antichi romani: a chi e a cosa serve un video di questo tipo? A farci capire che siamo diversi (pat pat sulla spalla), bravi noi che andiamo a prendere i nostri figli all’asilo e non li ammazziamo? O a farci fare i conti con un’inquietudine nuova? Se anche quella madre accusata di avere ucciso la figlia, qualche minuto prima veniva ripresa in uno stato di apparente e affettuosa normalità, quanti altri potenziali assassini si nascondono là fuori? Oppure, al di là della psicologia spiccia, più semplicemente, è un macabro riempitivo, che va ad aggiungere informazioni superflue a una storia drammatica, su cui però, ora dopo ora, gli aggiornamenti rischiano di essere sempre gli stessi. Ci stufiamo facilmente, anche quando si parla di coltellate su una bambina di cinque anni. E abbiamo bisogno di altro. Altri dettagli, altri pettegolezzi, altre curiosità.

4.  La retorica e l’infantilizzazione della vittima

La storia di Elena del Pozzo è tragica, da qualsiasi lato la si guardi. Non servirebbe, normalmente, aggiungere termini o descrizioni per rendere ancora più retorica la violenza che questa bambina ha subito. Chissà perché, però, alcune redazioni si appellano all’ego un po’ spropositato delle loro penne più creative per condire gli articoli con una retorica da brutto romanzo. L’intreccio tra cronaca nera e morbosità indugia sui dettagli fisici: solo questa mattina, sulle pagine dei giornali, della piccola vittima di Catania si descrivono le fossette, il corpo esile, gli occhi, il sorriso. Qual è lo scopo? Farci empatizzare ulteriormente con la vittima? Creare un’onda emotiva che ci travolga, pensando alle fossette, al corpo esile e al sorriso dei nostri di figli o di nipoti? Cosa aggiunge alla notizia? La Stampa, addirittura, questa mattina si spertica in un’acrobazia retorica quasi ineguagliabile, titolando a proposito della madre di Elena: “Travolta dalla valanga del male nel labirinto del diavolo” . Qual è, ancora una volta, lo scopo di questo titolo che non ha nulla di sobrio? Impressionarci o informarci? 

5. Le discussioni in studio

Non tutte le discussioni in studio sono il male. A volte specialisti e studiosi possono aiutarci a inquadrare meglio un fenomeno (sempre che lo sia), cercando di darci altre chiavi di lettura con cui interpretare un fatto. Sorge però una questione: questo tipo di intervento ha senso quando le informazioni che ci piombano addosso nelle prime ore si sedimentano e riusciamo a fare un po’ di chiarezza in più. Bisognerebbe dunque diffidare da tutte quelle interpretazioni a caldo che ci vengono propinate, mascherate da letture sociologiche e psicologiche della vittima. Chi va in tv a parlarne, spesso, ha le stesse informazioni sul caso che abbiamo noi. Magari può dare qualche spunto in più, ma quelle di uno specialista spettatore rimangono sempre considerazioni parziali. Speculazioni che rischiano di alimentare la confusione attorno a un caso, proprio perché premature. La fiera del caos, poi, si apre quando in studio oltre agli specialisti e ai tecnici si prevede l’intervento di qualche politico o qualche personaggio macchietta, smanioso di diventare virale. La pandemia, evidentemente, non ci ha insegnato nulla nemmeno su cronaca nera e morbosità.

Bonus: I contenitori

Parlare di cronaca nera, non lo si dice mai, non è un lavoro per tutti. Non si può pretendere che lo stesso contenitore mattutino o pomeridiano in cui confluiscono servizi di gossip e ricette, poi si occupi anche di cronaca nera. È quanto accaduto, in questo caso, a UnoMattina Estate, la trasmissione di Rai 1 che da un approfondimento sul miele è passata a trattare dell’omicidio della bambina catanese. La cronaca nera ha un codice preciso e richiede una delicatezza che poco si abbina con la leggerezza di un programma di intrattenimento. Tanto più quando le stesse reti hanno anche canali tematici dedicati solamente alle notizie. Non è sempre necessario parlare di tutto. Meglio, dunque, lasciarlo fare ad altri, continuando a parlare dignitosamente del costume più di moda sulle spiagge italiane o del gusto di gelato più consumato nel Paese. Forse anche il pubblico ne trarrà qualche beneficio.

Elisa Ghidini

 

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