Curiosità: perché piangiamo “lacrime di coccodrillo”?

Perché si dice: “piangere lacrime di coccodrillo”? Curiosità sulla natura di un’espressione impiegata in tutto il mondo almeno dal XIII sec!

L’espressione “piangere lacrime di coccodrillo” si riferisce all’atteggiamento di chi dissimula dispiacere o pentimento per qualcosa che ha fatto, quando in realtà è del tutto indifferente o addirittura compiaciuto del danno arrecato.

Nell’antica Grecia, per alludere a un comportamento di analoga falsità, si diceva “piangere lacrime megaresi”. Questo detto, con molta probabilità, traeva la sua origine dalla cattiva reputazione di cui godevano gli abitanti di Megara presso gli ateniesi. Furono loro a coniare questa espressione e a far sì che divenisse convenzione riferirsi ai megaresi per indicare un comportamento ipocrita e ingannatore.




Il modo di dire “piangere lacrime di coccodrillo” ha un’origine non altrettanto intuitiva da ricostruire. Eppure, è di uso comune non solo nella lingua italiana ma anche in tantissime altre lingue, in cui risulta avere analoghi corrispettivi. In inglese, ad esempio, To shed crocodile tears è una traduzione quasi letterale dello stesso proverbio.

La natura di questa particolare espressione va ricercata in credenze che risalgono nientemeno che al XIII sec. Esisteva un mito secondo cui i coccodrilli, pentiti, avrebbero “versato lacrime” dopo aver divorato le loro prede. Vi era poi una tradizione riferita nello specifico alle femmine di coccodrillo, che avrebbero sparso lacrime dopo aver mangiato i loro stessi figli.

Testimonianza che questa versione fosse ben nota nei secoli passati è l’Otello di Shakespeare. Nella tragedia si fa allusione alla falsità delle lacrime femminili attraverso una metafora che coinvolge, non a caso, proprio i coccodrilli. Nell’opera teatrale, precisamente nell’atto quarto della quinta scena, è il moro di Venezia a recitare la seguente battuta:

 “Oh devil, devil! If that the earth could teem with woman’s tears, each drop she falls would prove a crocodile.”

“Oh demonio, demonio! Se la terra si impregnasse delle lacrime di donne, ogni goccia genererebbe un coccodrillo.”

Una credenza che ha plasmato la lingua e ha viaggiato attraverso tanti secoli per giungere fino a noi, in realtà, quanto ha di scientificamente attendibile?

La verità è che i coccodrilli sono animali senza sudorazione che utilizzano la lacrimazione per espellere sali minerali. È questo a generare in loro una lacrimazione anche vistosa, i cui motivi, però, non sono certo di natura emotiva o di pentimento ma assolutamente fisiologici.

Il coccodrillo, poi, lacrima di più quando si trova fuori dall’acqua ed è questo a determinare il dato secondo cui sarebbe la femmina a “piangere” di più. È lei che, infatti, passa più tempo sulla terraferma quando deve deporre le sue innumerevoli uova. Solo dopo la nascita, può finalmente portare la prole in acqua trasportando i piccoli nella sua bocca.

Che durante la delicata operazione, la madre si ritrovasse a versare molte lacrime è evidentemente stato male interpretato da chi ha visto nella bocca del coccodrillo più pericoli che protezione. L’equivoco è stato alla base di una narrazione ingannevole che nei secoli è stata perpetuata dando così origine all’espressione “piangere lacrime di coccodrillo”.

È forse confortante pensare di poter condividere con gli animali deprecabili comportamenti che, ahinoi, hanno invece una natura tutta umana.

Il mondo degli animali a sangue freddo è sempre stato inconsciamente associato al sospetto e al perturbante. I rettili, in particolare, incutono timore e generano diffidenza e c’è una lunga tradizione a riguardo. Dal serpente protagonista del mito del peccato originale all’aspide di Cleopatra, il mistero si è tramandato fino a sollevare il grande interrogativo de Il coccodrillo come fa?.

Lo sguardo obliquo del terrificante animale non è che una delle tante espressioni enigmatiche della natura, da accogliere per ciò che è. Attribuirne significati nuovi, con lo scopo magari di assolvere le nostre coscienze, sarebbe solo fuorviante. E, nello specifico, andrebbe a discapito della conoscenza di comportamenti, come quelli del coccodrillo, assolutamente non condannabili, perchè naturali e, infine, innocui.

Martina Dalessandro

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