Curriculum: ritratto fedele della nostra identità?

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Il curriculum è ormai diventato il mezzo privilegiato attraverso il quale ci presentiamo. Al suo interno devono essere raccolti tutti i nostri lati più interessanti, appetibili, utili per il mondo del lavoro e per le opportunità che ci si interessano.

Ma questo nostro fedele biglietto da visita è davvero un ritratto di noi stessi o soltanto un’ingannevole illusione di chi dovremmo essere?

La poesia di Wislawa Szymborska

Wislawa Szymborska, poetessa e saggista polacca, ha vinto il Nobel per la letteratura nel 1996.  Grazie alla sua ironia e acutezza riesce a toccare i temi più profondi e a scuotere le coscienze. Con questa poesia ci fa riflettere, non senza una punta di amarezza, su come la nostra personalità rischi di venire appiattita nelle scarne pagine di un curriculum. Per noi, può essere un monito a pensare meglio a come redigere il nostro, per renderlo più personale, vero, autentico.

     SCRIVERE UN CURRICULUM 

           Cos’è necessario?                
È necessario scrivere una domanda,
e alla domanda allegare il curriculum.

A prescindere da quanto si è vissuto
il curriculum dovrebbe essere breve.

È d’obbligo concisione e selezione dei fatti.
Cambiare paesaggi in indirizzi
e ricordi incerti in date fisse.

Di tutti gli amori basta quello coniugale,
e dei bambini solo quelli nati.

Conta di più chi ti conosce di chi conosci tu.
I viaggi solo se all’estero.
L’appartenenza a un che, ma senza perché.
Onorificenze senza motivazione.

Scrivi come se non parlassi mai con te stesso
e ti evitassi
.

Sorvola su cani, gatti e uccelli,
cianfrusaglie del passato, amici e sogni.

Meglio il prezzo che il valore
e il titolo che il contenuto.
Meglio il numero di scarpa, che non dove va
colui per cui ti scambiano.
Aggiungi una foto con l’orecchio scoperto.
È la sua forma che conta, non ciò che sente.
Cosa si sente?
Il fragore delle macchine che tritano la carta.

Spersonalizzazione ed esteriorità

Wislawa Szymborska ci fa riflettere sulla possibile spersonalizzazione dell’individuo nella società moderna, in cui la nostra personalità risulta appiattita, banalizzata e standardizzata per poter aderire a dei canoni imposti dall’esterno.  Si tratta di una società consumistica, nella quale ciò che conta è il guadagno, l’apparenza e in cui non c’è tempo da perdere per analisi più approfondite, che richiedono tempo.

Il curriculum si configura come una rappresentazione asettica ed entra in contrasto con la nostra reale personalità. Quest’ultima, infatti, è il risultato delle nostre esperienze di vita, dei nostri sentimenti, delle nostre amicizie: la sfera più complessa della nostra identità, che non trova certo spazio in uno schematico curriculum. La poetessa ci fa capire chiaramente che l’autoritratto che emerge  non è aderente a noi stessi e sembra quasi voler rovesciare la nota massima filosofica: “conosci te stesso”. Infatti, è solo l’esteriorità della forma che molto spesso determina il nostro futuro.

Emerge, alla fine, un’amarezza inaspettata per la condizione dell’individuo nella società: anche se avesse importanza ciò che vorremmo dire, non sentiremmo altro che “il fragore delle macchine che tritano la carta”. È questa la fine che fanno i curricula non selezionati. Ma la poetessa vuole soprattutto ammonire i lettori che, nonostante la diversità delle nostre vite, rischiamo tutti di finire “tritati” negli ingranaggi della società.

La speranza che resta è che questa presa di coscienza porti sempre più persone a valutare gli individui con cui collaborare non semplicemente attraverso un curriculum, ma cercando di avere una conoscenza più approfondita, attenta, umana.

Giulia Tommasi

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