Nessuno è al sicuro: termini e condizioni della cyber security

Consensi immediati, ma non informati, al trattamento dei dati personali: ecco perché non darli.

Fonte: pixabay.com
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La cyber security è per molti solo un nome. Ma la privacy è, per tutti, un fatto. Anzi un diritto.

“Consenti di accedere alla tua posizione?” E’ un po’ il nuovo travestimento del lupo che bussa alla porta di cappuccetto rosso. Ma cappuccetto rosso siamo noi. E, purtroppo, la cyber security non arriverà a difenderci a colpi di fucile.
Ogni giorno, più volte al giorno, utilizziamo tantissime applicazioni. Utili, divertenti, a volte indispensabili. Esiste un’app, anche più di una, per ogni esigenza: giocare, informarsi, prenotare viaggi, orientarsi.
Qualunque cosa facciamo, qualunque app usiamo, la domanda è: consenti di accedere alla tua posizione? La risposta, immediata, è spesso scontata, la richiesta per niente.

La Corte di Giustizia europea, qualche mese fa, ha infatti sottolineato che il consenso al geo-tracking non può più essere implicito: se qualcuno/qualcosa vuole saper dove siamo, ce lo deve chiedere espressamente. L’informazione necessita quindi di un consenso informato, ma solo teoricamente. Nella maggior parte dei casi si tratta infatti di un consenso accordato in fretta, ma che consente ai “partner” o “terze parti”, così vengono chiamati nelle informative sulla privacy, di inoltrarsi nelle nostre vite. E, anche in questo caso, della famigerata cyber security, nessuna traccia. Probabile che il lupo l’abbia mangiata con tutte le scarpe.

Il problema non è infatti solo commerciale, e non si esaurisce nei fastidiosi consigli per gli acquisti che disturbano la nostra connessione.

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Fonte: pixabay.com

Una recente inchiesta del New York Times ha dimostrato come le informazioni che, teoricamente, dovrebbero rimanere anonime, in realtà possono poi essere facilmente collegate alle persone fisiche. Esistono infatti nel mondo cinque o sei grandi società che attraverso l’incrocio dei dati si occupano di ricostruire le nostre identità digitali, attraverso un procedimento che prende il nome di data cleansing: la combinazione di tutti i dati personali che condividiamo quando navighiamo.
E così il passo dal marketing, al marketing di prossimità è breve: grazie a quella cosa chiamata georeferenziazione, vedi quella pubblicità non solo perché ti interessa, non solo quando passi accanto al negozio giusto, ma perché si sa quanto spendi, quanto guadagni e, forse, cosa vuoi dalla vita.

Ovvero: surfando in rete lasciamo continuamente tante piccole briciole che poi un’aspirapolvere raccoglie, impacchetta tipo confezione regalo e tiene lì. Perché la conoscenza è potere. Nonostante, in democrazia, la libertà sia un diritto.
E si tratta quindi di una violazione della libertà individuale, ma non solo. Secondo il Garante per la privacy Antonello Soro




si calcola che il numero delle app in circolazione che tracciano le abitudini degli utenti, compresa la posizione, siano circa ottanta. Ottanta per ogni persona che ha uno smartphone nel mondo.

L’entità del fenomeno si sposta quindi su larga scala. Chi infatti maneggia questi data set non sa semplicemente cosa preferisce mangiare Maria o come veste Livio, ma è in grado di tracciare abitudini e preferenze di interi Paesi. Un vantaggio geopolitico e tecnologico non indifferente dunque, autorizzato legalmente. Ma dal quale forse bisognerebbe iniziare a farsi scudo.

Emma Calvelli

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