Da distanze Finniche

"Non mi sono mai sentito allo stesso tempo così distaccato da me stesso e così presente nella realtà." Albert Camus.

W. Hogarth, il trionfo dell'eletto, 1754
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Da distanze Finniche

La giusta distanza offre sempre qualcosa di sano, ma la giusta distanza dal guazzabuglio italiano credo sia difficile da attuare. Non abbiamo motori a curvatura come in Star Trek, purtroppo con la nostra tecnologia quel minimo sindacale di 8-10 anni luce dall’idiozia ci è ancora negato; e vista la perniciosa predilezione degli extraterrestri per le sonde anali  il rapimento alieno è decisamente da scartare, anche se con loro abbatti drasticamente i tempi di attesa per una colonscopia.

Dunque vedere a distanza cosa accade in Italia, per quanto difficile, ci è d’obbligo.

Una delle prime cose che mi saltano subito agli occhi è la volontaria e ormai assuefatta immersione nel distopico. Non è solo deformata la lente con cui vediamo le cose, ma è proprio la nostra vista ad esser ormai compromessa. Siamo in un ambiente cronicizzato nel quale ci sembra naturale e assodato l’assurdo, quotidiana l’incoerenza, assolutamente giustificata l’incuria istituzionale e civile, ma, soprattutto, accettiamo in modo pedissequo (ormai neanche più arreso) la più deleteria delle incompetenze.

Di Salvini che dire? In tempi non sospetti scrissi che prima o poi si sarebbe dato la zappa sui piedi da solo, ma visto che ama strafare si è fatto mettere sotto da una ruspa … mentre la guidava! Un autoinchiappettamento da Guinness dei Primati, anche se adesso con le terga in fiamme dà la colpa agli altri. Quant’è banale! Insomma ha superato le mie più sarcastiche aspettative.

Non è che ci vuole la sfera di cristallo per anticipare le mosse di un imbecille che ha confuso i follower con  il consenso, un ruolo istituzionale inserito in un sistema costituzionale e democratico con una dittatura centroamericana degli anni 60’. Nella sua immensa ignoranza ha pensato di avere un consenso politico e che poteva far saltare il tavolo con una crisi di governo per poi andare al voto ad ottobre. Nessuno gli ha spiegato che è norma – e buona regola – di una democrazia parlamentare, e dovere del Presidente della Repubblica, cercare – nei limiti del possibile – realizzare una nuova maggioranza per far continuare la legislatura. Piaccia o no – e non sempre è bello – purtroppo è così.

A quel punto tutti si sono stretti attorno a Mattarella, l’ultimo e monolitico gran sacerdote della sempiterna Democrazia Cristiana. Avete presenti le perpetue della questua? Non importa di quale confessione, se cattoliche, episcopali, buddhiste. Indù o yogiche; sono quel triste harem di acide tuttofare, sempre in competizione tra loro, che si contendono a suon di: “quella non si sopporta, se la faceva con il vecchio prete e rubava le offerte”,  le grazie e i favori del parroco di turno.

Così tutti intorno a Mattarella con la speranza che “il gran Maestro” le investa di potere spirituale e temporale della cippa”, queste gatte morte della politica hanno cercato di prendere il posto lasciato vacante da un Salvini “allegro suicida.”

Il primo redivivo è stato Renzi, che dall’oltretomba della sua boria ha scatenato la Boschi e altri morti viventi, com’era il titolo di  quel film? “Tutti cadaveri, tranne i morti.”

Berlusconi è rimasto nel suo mondo farmacologicamente fatato, ormai rintronato dalla cachessia ha preferito biascicare il nulla dopo aver capito che c’era poca fi…! Non ci saranno più le orge d’esecutivo di una volta. Quelli sì che erano bei tempi!

Di Maio invece è un taumaturgo! Non ci rendiamo conto che a suo confronto la resurrezione di Lazzaro è roba da principianti. Nel giro di un anno e mezzo è stato in grado di riportare dall’Ade dell’inutilità un Salvini e una Lega ormai sepolti ai margini della politica italiana e adesso il suo capolavoro: ha resuscitato Zingaretti, dichiarato clinicamente morto persino dai  suoi, tanto che gli era stata data segreteria del Pd alla memoria. Il beato Di Maio ha preso uno che parlava  per epitaffi e gli ha restituito la vita ex nihilo … dal nulla.

Noi scherziamo ma Di Maio ha dei poteri che trascendono la nostra e la sua stessa volontà. Se passa sotto un lampione fulminato lo accende (ma perché parlare di Grillo?), fa partire piccoli e grandi elettrodomestici con la forza della sua idiozia. Certo resuscita gente un po’ a cazzo … ma cerchiamo di capirlo, è nato senza manuale d’uso! Da grandi poteri derivano grandi stronzate, ma cosa ne possiamo sapere noi poveri mortali di uno che dal ministero degli interni fa partire il regolabarba di Di Battista in Venezuela? Non possiamo capire, va’ oltre la nostra comprensione.

In mezzo a tutto questo marasma d’inutilità emerge come un fiore nel deserto Giuseppe Conte. Beh non esageriamo … diciamo un cactus.

Qui tutto è proporzionato al contesto sia ben chiaro; se in un pollaio ci infilate un tacchino è ovvio che agli occhi degli altri pennuti da brodo appare come un  imponente falco pellegrino.

Conte ha un vantaggio sugli altri, e non è cosa da poco: ha studiato. Conosce per formazione come funziona lo Stato, ed è ovvio che inserito tra una massa di irrecuperabili ignoranti spicchi e faccia la sua comunque misera ma sempre porca figura. Infine possiede quel minimo di aplomb istituzionale che non vedevamo da trent’anni. L’ultimo che ci ha provato è stato Letta ed è durato il tempo di un “Stai sereno”.

Va’ detto però che non è mai in buona compagnia, anzi ama farsela con gentaglia e continua imperterrito a farlo. Non si può dire che abbia carattere, in fondo ha fatto fare il bello e il cattivo tempo a Salvini senza alzare un dito, e se quest’ultimo si è suicidato non è certo merito di Conte, però il professore ha saputo approfittarne. Ammettiamolo non è Metternich e neanche Churcill, ma in distopici tempi di magra anche un caporale può assumere – ai nostri occhi ormai assuefatti alla mediocrità – le fattezze di un Alessandro Magno; cosa pericolosissima, visto che l’ultimo caporale fuori di cotenna con la fissa di conquistare il mondo si chiamava Adolf. Certo non siamo a quei livelli, ma non mi fido di chi ha pessime compagnie.

Dunque una certa distanza geografica dalle cose non ha modificato di molto la mia personale opinione sulla pantomima italiana, anzi essa è sfericamente grottesca: da qualsiasi latitudine la guardi la pericolosa distanza tra il ridicolo e il tragico è sempre la stessa, drammaticamente noiosa.

Per questo esiste l’umorismo, in fondo è una forma di sopravvivenza al sempre identico dei comportamenti umani, una forma di disperata resistenza al continuo ripetersi degli stessi gesti, delle stesse miserie, delle stesse dinamiche, infinite coazioni a ripetere, messe in moto instancabilmente con l’illusione che ogni volta, ogni maledettissima volta, il sempre identico ci porti ad una novità che non potrà arrivare mai. In fondo anche riderci su è pura disperazione.

Da Distanze Finniche

immagine in evidenza W. Hogart, Il trionfo dell’eletto, 1754,  Londra Soane’s Museum  

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