Da #MeToo a #BlackLivesMatter. Il coraggio della denuncia

Anche grandi personalità dello sport cominciano a denunciare pubblicamente il razzismo verso neri e minoranze. Questo 2020 è davvero da ricordare

Era il 5 ottobre 2017 quando per la prima volta comparve sul New York Times l’inchiesta giornalistica che accusava il produttore cinematografico Harvey Weinstein, di molestie e violenze fin dai primi anni Novanta. All’origine, la denuncia di qualche attrice. Cinque giorni dopo, un altro pezzo sulle accuse con le testimonianze di 13 attrici (tra cui Asia Argento). L’hashtag #MeToo fu fin da subito usato sui social per dimostrare la frequenza della violenza sessuale e delle molestie subite dalle donne. Dai casi statunitensi, è diventato un movimento di protesta planetario sulle violenze contro le donne, soprattutto sul posto di lavoro. Fino a diventare “Person of the year” per il Time, nel 2017.

Era il 25 maggio 2020. George Floyd, afroamericano di 46 anni, muore a Minneapolis dopo che un poliziotto gli ha tenuto il ginocchio premuto sul collo per otto minuti e 46 secondi. Da quel giorno il caso infiamma e infuoca l’America e il mondo intero. Proteste in diverse città americane, folli enormi a Chicago, Philadelphia, Atlanta, Miami, Los Angeles, Seattle, Denver, Minneapolis. Ed è uscita fuori dai confini. Al grido di “Black Lives Matter” e “I can’t breathe”, tutto il mondo manifesta contro il razzismo e le brutalità della polizia. Le piazze si sono riempite a Berlino, Tunisi, Londra, Sydney, Seul, Torino, Sudafrica, Portogallo, Olanda, Spagna. Anche qui un hashtag #BlackLivesMatter, dal nome del movimento che protesta contro gli omicidi delle persone nere da parte della polizia ma anche contro questioni più generali come la disuguaglianza razziale nel sistema giuridico degli Stati Uniti.




Abuso sessuale e abuso di potere

Abuso sessuale e abuso di potere sono due facce della stessa medaglia che raccontano e denunciano un establishment che spesso è talmente consolidato da non essere nemmeno scalfito da gravissimi fatti di cronaca. Ma per fortuna con il tempo (e con i morti), grazie al coraggio della denuncia, qualcosa sta cambiando. Quello che accomuna i due movimenti è proprio la forza della ribellione che, nel caso di George Floyd probabilmente porterà ad una rivoluzione culturale, alla stregua di quel che è accaduto nel mondo dello spettacolo con #MeToo. Un cambiamento che – ci auguriamo tutti – porterà a dare finalmente nome e cognome ai colpevoli e migliorare le condizione di vita delle persone di colore.

Da una 17enne a Bansky

Come in #MeToo, una “piccola” denuncia è stata la miccia che ha innescato l’indignazione di tutto il mondo. Darnella Frazier è la ragazza afroamericana che ha filmato i lunghi minuti di Floyd steso a terra sotto il ginocchio del poliziotto e ha pubblicato il video sul suo profilo Facebook. “Ho visto un uomo morire”, ha poi dichiarato in lacrime, con il mascara che si scioglieva sulle lunghe ciglia. Dopo che la polizia aveva dichiarato che era morto per un incidente medico durante un’operazione. Dalla 17enne all’artista Bansky: ecco come si allarga la protesta, ecco il potere della denuncia. Una candela che brucia, dando fuoco alla bandiera americana, l’ultima opera realizzata dal noto artista inglese. E dichiara: “È il loro problema, non il mio. Ma poi mi sono detto: le persone di colore vengono ignorate dal sistema. Il sistema bianco. Come una tubatura rotta che allaga l’appartamento di sotto. Il sistema rotto rende la loro vita miserabile, ma ripararlo non è compito loro. Non possono, perché nessuno li farà entrare nell’appartamento al piano superiore. È un problema bianco. E se i bianchi non lo riparano, qualcuno verrà al piano di sopra e sfonderà la porta”.

Il mondo dello sport si risveglia

Come avvenne per il movimento di protesta femminile nel mondo dello spettacolo, ora le proteste globali risvegliano il mondo dello sport. In questo caso, il percorso si è sviluppato al contrario, la denuncia dal basso sta risvegliando le grandi personalità dello sport. Ma meglio tardi che mai. Anche nell’establishment sportivo si alza la testa contro il razzismo. O per lo meno, la denuncia fa notizia (grazie alla notorietà di chi denuncia). Finalmente, una persona che si inginocchia occupa i titoli di giornale.

Colin Kaepernick

È bene sottolinearlo, perché nel 2016, solo quattro anni fa, Colin Kaepernick, quarterback della squadra di football dei San Francisco, si è inginocchiato durante l’inno nazionale americano per protestare contro le ingiustizie verso i neri. “Non starò in piedi per dimostrare il mio orgoglio per la bandiera di un paese che opprime i neri e le minoranze etniche. Per me è più importante del football, e sarebbe egoista guardare dall’altra parte. Ci sono cadaveri per le strade, e persone che la fanno franca”.  Gli è costato la carriera. Ora che in tutto il mondo va in scena il rito di inginocchiarsi per 8 minuti e 46 secondi, la National Football League, NFL, la maggiore lega professionistica nordamericana di football americano, chiede scusa:  “Avevamo torto, non abbiamo incoraggiato gli atleti a impegnarsi contro il razzismo”.

Adesso alcune grandi personalità dello sport prendono posizione, e ora che il faro del mondo è acceso sulla situazione dei neri, hanno il coraggio di schierarsi.

Lewis Hamilton

Pilota di Formula 1, ha avuto il coraggio di denunciare la sua esperienza personale. L’anglo-caraibico ha dichiarato: “Ho parlato così poco delle mie esperienze personali perché mi è stato insegnato a tenerlo dentro, non mostrare debolezza, ucciderli con amore e batterli in pista. Ma sono stato vittima di bullismo, picchiato e l’unico modo per combattere questo era imparare a difendermi, quindi sono andato al karate. Gli effetti psicologici negativi non possono essere misurati. Il 2020 possa essere solo l’anno più importante della nostra vita, dove possiamo finalmente iniziare a cambiare l’oppressione sistemica e sociale delle minoranze. Vogliamo solo vivere, avere le stesse possibilità di istruzione, di vita e di non aver paura di camminare per strada, andare a scuola o entrare in un negozio qualunque esso sia. Lo meritiamo tanto quanto chiunque. L’uguaglianza è fondamentale per il nostro futuro”.

Michael Jordan

Icona del basket mondiale, con il suo marchio Jordan Brand, dona 100 milioni di dollari in dieci anni ad organizzazioni che si dedicano ad assicurare uguaglianza sociale e razziale e aiutano a garantire ai meno fortunati l’accesso all’educazione. “La morte di George Floyd rappresenta un punto di non ritorno”,  ha detto il sei volte campione Nba con i Chicago Bulls negli anni Novanta. “Fino a quando questo razzismo radicato che fa fallire le nostre istituzioni non sarà debellato noi cercheremo di proteggere e migliorare la vita della comunità afroamericana“.

Keita Balde

Ex attaccante di Lazio e Inter, oggi al Monaco, denuncia un fatto di razzismo a Lérida. Con l’attivista Nogay Ndiaye si è offerto di pagare in anticipo l’alloggio per 200 braccianti (costretti a dormire in strada) per 4 mesi ma la maggior parte di ostelli, hotel e alberghi si sono rifiutati per la provenienza delle persone. “È un chiaro caso di razzismo – ha denunciato – affittare una casa o altro genera problemi per il colore della pelle o per il fatto di essere di un altro Paese. Non mi arrenderò e manterrò la mia promessa costi quel che costi! Vi chiedo un po’ di pazienza e forza”.

La loro notorietà certamente aiuterà a traghettare le proteste verso un cambiamento culturale. Harvey Weinstein è stato condannato l’11 marzo scorso a scontare 23 anni di carcere per stupro e violenza sessuale. I quattro poliziotti coinvolti nell’omicidio di George Floyd, Thao, Lane e Kueng e Chauvin (l’autore del gesto) vengono incriminati e posti in stato di arresto, con l’accusa di omicidio di secondo grado. Giustizia è fatta sui colpevoli. Ma ora speriamo davvero che questa denuncia globale incida sulle scelte politiche modificando le abitudini sociali e culturali dei cittadini di qualsiasi colore: cambiando la testa delle persone cambiano le sorti del razzismo nel mondo.

Marta Fresolone

 

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