David Foster Wallace, la solitudine dello scrittore

David Foster Wallace diceva che “tutta la buona letteratura, in qualche modo, affronta il problema della solitudine e agisce come suo lenitivo.

Così scrive infatti David Foster Wallace in Un antidoto contro la solitudine. Il titolo stesso si riferisce alla letteratura, che per Wallace funge da antidoto alla solitudine tanto per il lettore quanto per l’autore. La sua personalità controversa, pacata ma allo stesso tempo tormentata e ossessiva, poggia inevitabilmente su questa condizione esistenziale. La sua scrittura diventa perciò un rimedio alla solitudine, propria e di chi legge. Tra le varie ambiguità della sua persona e le varie esperienze che si trovò a vivere, questa – affermava lui – è stata la sua unica costante.

Una personalità controversa

Ma nonostante questo, David Foster Wallace era un uomo affabile o, come si direbbe in America, handsome“. Fa amicizia molto facilmente e riesce ad affascinare chiunque parli con lui. In qualsiasi contesto sociale si trovi, lui si adatta. Insomma è la compagnia perfetta per una bella serata.

Allo stesso tempo però ha molto bisogno di stare da solo, scrivere, prendersi cura dei suoi cani. La solitudine è la sua condizione esistenziale costante, nonché motore della sua letteratura. Impossibile per David Foster Wallace vivere senza conservare i propri spazi, il proprio tempo e ogni tanto isolarsi da tutto.

E poi, Wallace ossessivo. Anche solo guardando le numerose interviste che rilasciò abbiamo l’immagine di uno scrittore insicuro, balbuziente a tratti, che si morde le unghie e sbatte le ciglia ripetutamente quando gli viene posta una domanda. Un’ossessività per la perfezione che si riversa – e dà grandi frutti – nella sua scrittura.

“Il paradosso di Dave”, scriveva Franzen, suo migliore amico, “è proprio quello. Più ti avvicini, più il quadro diventa oscuro, ma non puoi fare a meno di amarlo in modo spassionato. Solo conoscendolo meglio riuscivi a capire quale lotta eroica fosse per lui non solo far parte del mondo, ma anche scrivere cose così straordinarie.

David Foster Wallace professore

Una delle versioni più amabili di David Foster Wallace si dice fosse quella di lui professore. I suoi studenti lo adoravano e le sue lezioni di scrittura e filosofia erano un appuntamento fisso per tutto il Pomona College.

Gli anni dell’insegnamento universitario furono, non a caso, i migliori della vita di David Foster Wallace. Appena trasferito in California aveva conosciuto l’artista Karen Green, la sua futura moglie, e le cose sembravano andare a gonfie vele.

I suoi studenti raccontano di lui che era un insegnante appassionato, chiaro, disponibile e sempre umile nonostante il successo che stava conoscendo come scrittore. Con molti suoi alunni instaurava un rapporto di sincera amicizia e stima reciproca.

Il suicidio

12 settembre 2008. David Foster Wallace viene trovato morto, impiccato, nella sua stanza a Los Angeles. Quando si impicca sa che a trovarlo in quella scena orribile sarà la persona che più lo ama al mondo, eppure lo fa lo stesso. Da ormai diversi anni Wallace seguiva una terapia antidepressiva che sembrava funzionare, ma una volta costretto a cambiare farmaco le cose cominciano a precipitare.

Nella prefazione a La scopa del sistema, il romanzo d’esordio di un Wallace solo ventiquattrenne, Bartezzaghi si chiede quando saremo in grado di rileggerlo senza pensare al suo suicidio. Ignorare le tracce di depressione, di sofferenza e infelicità nelle sue opere, è ora pressoché impossibile.

La sua stessa poliedricità viene istintivamente interpretata come mera ossessione. E così la sua precisione e la cura dei dettagli, la profondità dell’impianto narrativo che sottostà a ogni suo testo.

Dopo il suicidio la figura di David Foster Wallace è stata inevitabilmente riscritta secondo i canoni di un animo depresso e sempre in pena. “Rappresentante di una generazione sconfitta, critico della società fino a diventare vittima della sua stessa sociopatia.” E tuttavia non fu mai solo questo.

Noemi Eva Maria Filoni

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