Davide contro Golia: il miracolo di Belo Horizonte

Poco dopo le 17 del 29 giugno 1950, da Belo Horizonte, Brasile, giunge nell’ufficio di Chicago del presidente dell’Ussf Joe Barriskill un telegramma indecifrabile. Inizialmente si pensa ad uno scherzo. C’è scritto che nella gara del gruppo 2 del primo turno del mondiale brasiliano gli Stati Uniti avrebbero battuto per 1-0 l’Inghilterra.

Segretario della federazione calcistica statunitense dal 1943, Barriskill ha fatto dei rapporti con i club inglesi e la rispettiva federazione il fiore all’occhiello della sua gestione. Negli anni ’40 ha risollevato le sorti finanziarie dell’associazione investendo di tasca propria e organizzando tour estivi negli Stati Uniti per le maggiori squadre del campionato inglese, assicurandosi cospicue percentuali sugli incassi.

Non potevo crederci. Quando mi dissero che avevamo vinto 1-0, ho detto ‘Chi pensi di prendere in giro?’ Ho subito fatto una serie di telefonate. Pensavo di essere impazzito. Ho dovuto telefonare in Inghilterra per accertarmi se fosse vero. E lo era. Sarei potuto morire lì su due piedi.

Joe Barriskill – Segretario USSF

È cosa normale per lui, a questo punto, alzare il telefono e far squillare, a qualche migliaio di chilometri, un altro apparecchio in Inghilterra dove un suo omonimo, magari davanti a una tazza di the, lo informa che in effetti è tutto vero. L’Inghilterra, l’autoproclamata regina “a priori” del football mondiale, sconfitta da quella masnada che si faceva passare per nazionale statunitense. Siamo di fronte al miracolo di Belo Horizonte.

LA STRADA PER RIO

A dodici anni dalla finale di Parigi ’38, vinta dagli azzurri, i tempi erano maturi per una nuova edizione del mondiale. Gli orrori della guerra erano un po’ più lontani e la voglia di ripartire molta. Nonostante gli sforzi del presidentissimo Jules Rimet di separare la vicenda bellica con lo sport, la Fifa decise all’unanimità di escludere dalla competizione le nazioni aggreditrici della seconda guerra mondiale. L’eccezione Italia era figlia dei fatti dell’8 settembre ma, soprattutto, del blasone aureo che circondava la nazionale azzurra, capace di vincere due edizioni consecutive sotto il fascismo.

Ma la vera novità dell’edizione 1950 fu il ritorno a casa del figliol prodigo Inghilterra. Fuoriuscita in protesta dalla Fifa già nel 1928, proprio per osteggiare la nascita del campionato mondiale, la federazione inglese, riappianati i contrasti, decise di aprire un nuovo capitolo della sua storia.

Per gli statunitensi, nonostante il soccer non godesse praticamente di alcun seguito se non nelle folte comunità di immigrati, europei e centro-sud americani, si trattava già della terza partecipazione su quattro.

I MIGLIORI ‘A PRIORI’

Dal 1946, anno del rientro nel massimo organismo mondiale del calcio, la nazionale inglese giocò 29 incontri vincendone ben 22. Le qualificazioni per il mondiale di Brasile 1950 si svolsero all’interno di un’altra storica manifestazione di matrice anglosassone: la cinquantesima edizione del torneo Interbritannico. La scelta fu orientata dalla volontà di ridurre i costi di spostamento in un’Europa ancora segnata dal conflitto e dal fatto che vi partecipassero tutte le nazionali britanniche (Irlanda, Scozia e Galles).

Le prime due qualificate avrebbero ottenuto i due pass per il Brasile.

Un gioco da ragazzi per l’Inghilterra, qualificatasi già dopo due gare, vinte per 4-1 e 9-2 contro Galles e Irlanda. Dopo aver battuto nuovamente gli azzurri in amichevole, 2-0 a Londra il 30 novembre 1949, fu la volta della Scozia, liquidata a Glasgow per una rete a zero che valeva la vittoria della competizione e la prima storica qualificazione a un mondiale. La straordinaria formazione allenata da Walter Winterbottom si avvicinava ignara al giorno della disfatta e del miracolo di Belo Horizonte.

UOMINI SENZA SPERANZA

Alla vigilia della partita tra Stati Uniti e Inghilterra, seconda giornata del gruppo 2, il Daily Express ironizzava scrivendo che “Sarebbe (stato) giusto iniziare la partita dando agli Stati Uniti tre goal di vantaggio”. Il Belfast Telegraph era stato più caustico, definendo la compagine statunitense “una squadra di uomini senza speranza”.

Gli americani erano giunti alla quarta edizione del mondiale passando per le qualificazioni svoltesi nel Campionato nordamericano di Messico 1949. L’edizione precedente, Cuba 1947, era stata una disfatta per la formazione a stelle e strisce. Dopo una vacanza dal rettangolo verde durata dieci anni (un 5-1 subito a Città del Messico in amichevole nel settembre 1937), gli statunitensi erano usciti con le ossa rotte e due sconfitte in altrettante gare contro Messico e padroni di casa.

Nell’edizione del ’49 fu decisivo un pareggio per 1-1 e la netta vittoria nel ritorno per 5-2 contro la nazionale cubana per assicurarsi un biglietto per Brasile 1950 oltre che il secondo posto (su tre partecipanti) al Campionato nordamericano.

GENESI DI UN MIRACOLO

È il 24 giugno quando, a Rio De Janeiro, ha inizio la quarta edizione del mondiale. Un secco 4-0 dei padroni di casa ai danni del Messico (con doppietta di Ademir, futuro capocannoniere dell’edizione), sembra l’ordinario esito di una coppa che molti già vedono tra le braccia dei carioca, senza aver fatto i conti con il Maracanazo.

La prima gara giocata dagli inglesi registra il più anglosassone dei risultati, un 2-0 al Cile con gol di Mortensen e Mannion. Gli statunitensi esordiscono lo stesso giorno a Curitiba subendo un secco 3-1 dalla Spagna.

Si arriva in sordina al 29 giugno, dove circa diecimila spettatori saranno testimoni di uno dei risultati più incredibili della storia del calcio.

L’impianto che ospita l’incontro è l’Estàdio Indipendência, l’arbitro è l’italiano Generoso Dattilo, coadiuvato dagli assistenti Charles de la Salle, francese, e dall’altro italiano Giovanni Galeati. I bookmakers pagano la vittoria degli americani per 50:1.

LA GARA

Dopo nemmeno un minuto e mezzo dal fischio di inizio, Bentley, bomber del Chelsea (ma all’occorrenza anche arcigno difensore) impegna già il portiere americano Borghi, che il giorno prima dichiarava alla stampa di sperare di non subire più di quattro o cinque gol. Sembra l’ovvio inizio di un assedio a porta unica.




Ma la sorpresa, o il divino, è dietro l’angolo e il miracolo di Belo Horizonte sta per compiersi.

Sicuramente il clima umido e caldissimo, un fuso orario ancora da assimilare, il pressappochismo e la supponenza con cui gli inglesi affrontarono la gara, sono tutti elementi che aiutano a comporre il quadro della disfatta e dell’onta che riportò anzitempo in Inghilterra la squadra che avrebbe dovuto vincere la coppa solo per il fatto di essersi degnata a parteciparvi.

Il primo tiro degli americani si registra al 25’, ma sono i sudditi della Regina a dominare. Al 38’ un potente diagonale di destro del difensore dei Philadelphia Nationals Walter Bahr viene deviato di testa all’altezza del dischetto del rigore dall’haitiano (non ancora naturalizzato) Joe Gaetjens, spiazzando l’estremo difensore inglese. Una folla, quasi interamente composta da brasiliani, esplode di gioia: non si sa come né perché, ma gli Stati Uniti sono avanti.

La ripresa è un copione completamente diverso. Gli inglesi hanno una reazione di nervi e pur andando vicini al gol in più di una circostanza, reclamando un rigore non concesso e un gol fantasma non assegnato, rischiano di subire anche il secondo e devono arrendersi all’incredibile.

Quando Dattilo fischia la fine della partita l’eroe di giornata è l’attaccante Gaetjens e mentre una folla di tifosi brasiliani lo porta in trionfo è chiaro a tutti che il miracolo di Belo Horizonte è appena andato in scena.

GLI STRASCICHI

Nonostante l’onta subita, che si completerà con la sconfitta ancora per 1-0 contro la Spagna, che manderà a casa gli inglesi con la coda tra le gambe e l’orgoglio a fettine, l’allenatore Winterbottom resterà saldamente in sella fino al 1963.

Mentre il Brasile era in tripudio per l’impresa statunitense, in patria la notizia passò quasi inosservata. Si dice che addirittura il New York Times, pensando a una bufala, non abbia pubblicato il bollettino della gara. Di sicuro ad accogliere gli “eroi”, eliminati dal Cile nell’ultima partita del gruppo 2, non ci fu una folla festante, ma nemmeno un comitato d’accoglienza. Furono solo le famiglie di quella schiera di lavapiatti, manovali e operai a dare il bentornato ai loro eroi, ai testimoni del Miracolo di Belo Horizonte.

 

Alessandro Leproux

 

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