Forum di Davos in videoconferenza: si collegano tutti i grandi della Terra

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Per la prima volta i leader non si recano al forum Davos, ma il vertice non si ferma.

Si sta tenendo la cinquantunesima edizione del Forum Economico Mondiale di Davos, per la prima volta con la maggior parte degli interventi in streaming. Il titolo, lanciato già nel giugno scorso, è molto eloquente: il Grande Reset. Reset, parola inglese entrata nell’uso comune grazie all’informatica, sta per nuovo inizio, ed è ciò che si fa con i sistemi quando vengono reinstallati, un procedimento che cancella tutto ciò che c’era prima. Invero da quando la pandemia è scoppiata ci hanno abituato a sentir parlare di grande occasione, di ripensamento del nostro modo di vivere e di produrre.

La storia del forum

Il forum di Davos, fondato nell’omonima cittadina Svizzera nei pressi di Ginevra nel 1971 dal professor Klaus Schwab – un docente di economia – è una fondazione che si propone di orientare le agende regionali e globali attraverso il confronto tra rappresentanti di governi, organizzazioni internazionali governative e non, portatori di interessi anche economici e notevolmente potenti.

Negli anni ’90 il movimento no global gli contrappose il Forum Sociale Globale di Porto Alegre, riunione di movimenti d’opposizione al neoliberismo. Molti di questi furono benedetti nel 2014 in piazza san Pietro da papa Francesco. Spesso argomento dei complottisti, il forum di Davos non è un organo decisionale dato che non riunisce Stati e non è da essi istituito.

Nel sistema mondo in cui viviamo, nonostante le esagerazioni, gli Stati hanno ancora l’ultima parola anche se a volte fanno i vaghi. Tuttavia il forum ha indubbiamente un notevole impatto per l’entità dei soggetti che coinvolge. Tutti i massimi dirigenti politici ed economici del mondo vi partecipano, ed è per questo un’ottima finestra per osservare l’aria che tira fuori di casa.

L’intervento di Christine Lagarde

Nonostante la retorica, è probabile che questa crisi accelererà alcune trasformazioni che già erano in atto. Ne è un esempio l’intervento di ieri di Christine Lagarde – Presidente della Banca Centrale Europea – che ha ribadito come in questa prima fase lo stimolo monetario della banca centrale sia insostituibile, necessario com’è per assicurare tutti gli investitori dai rischi di finanziamento degli Stati.

È un nuovo corso già inaugurato da Mario Draghi e, se pure tale orientamento ha trovato l’opposizione del Tribunale Costituzionale tedesco, è improbabile pensare che il ruolo che la BCE ha ormai assunto possa mutare. Gli Stati non possono più reggere senza lo stimolo monetario della banca centrale in una crisi perenne che dura almeno dal 2011.

La stessa Lagarde ha però ricordato come sia necessaria sul lungo termine la politica fiscale dei governi, che con la sospensione del Patto di Stabilità – il cui ritorno sembra essere tutt’altro che irrealistico – hanno più margine di manovra. È difficile pensare, tuttavia, che il modello europeo possa continuare a competere con l’Asia e gli USA mantenendo la rigida separazione di pubblico e privato che finora l’ha contraddistinto. In effetti proprio la collaborazione pubblico-privato è uno dei temi del vertice di questi giorni.

Questo vuol dire che sarà uno dei nodi da sciogliere per i prossimi anni di vita dell’Unione, ma non è chiaro in che senso: da escludere una pianificazione di tipo cinese, che pure porterebbe grossi vantaggi. Allo stesso tempo il settore privato non si può risollevare da solo senza un coordinamento e un forte stimolo fiscale. Lo sanno bene in America, dove tra i tanti ordini che il neopresidente ha firmato c’è una spesa di seicento miliardi in acquisti di beni e servizi made in USA: fantascienza per l’Europa.

I leader europei e il cambiamento climatico

Gli altri temi in agenda sono quelli che ormai tengono banco da molto e che hanno animato l’intervento della Presidente della Commissione Ursula Von der Leyen. Il cambiamento climatico e la riconversione dell’economia è stato da sempre il suo cavallo di battaglia, nonché quello del presidente francese, il quale può vantare per il suo Paese di aver dato la sede e la luce agli accordi sul clima del 2015.

Macron si è complimentato con Joe Biden per essere rientrato nel quadro degli Accordi di Parigi, e ha posto l’accento del suo intervento sulla dimensione umana della politica economica: l’economia è una scienza morale e non dovrebbe essere indipendente dalle vite delle persone.

Immancabile l’intervento registrato di Greta Thunberg, che, come l’anno precedente, ha accusato i presenti di distruggere le vite delle nuove generazioni, mettendone persino in ridicolo gli obiettivi ambiziosi della neutralità climatica entro il 2050 e della riduzione del 55% delle emissioni. Fosse stato trasmesso in altra sede sarebbe stato sicuramente un messaggio dirompente e molto più degno di attenzione, ma in tale consesso assume inevitabilmente un tono grottesco.

Altri temi sono stati i classici dell’agenda progressista: la parità di genere, la lotta alle discriminazioni razziali, la maggior presenza delle nuove generazioni e anche una migliore qualità del lavoro. Proprio il lavoro sarà l’altro grande ambito di trasformazione dato che, come ricorda Lagarde, buona parte si svolgerà a distanza.

La riconversione dell’economia provocherà un conflitto sulla riorganizzazione del lavoro e sulle modalità di retribuzione e di sorveglianza. L’intervento della banchiera centrale sottolinea poi le carenze che l’UE dovrebbe colmare per restare al passo, innanzitutto l’innovazione tecnologica ma anche l’alta disoccupazione.

Parla Xi Jinping

Molti sono stati gli interventi che esplicitamente o meno hanno espresso sollievo per l’uscita di scena di Trump. La più diretta, Von der Leyen, ha calcato la mano sugli ultimi quattro anni definendoli un pericolo per la democrazia. Ma il più duro con gli Stati Uniti – senza mai menzionarli – è stato Xi Jinping che ha ribadito alcuni punti ormai fermi della politica estera cinese.

Rinnovando l’impegno della Cina nel multilateralismo, novità che ormai da qualche anno ha sostituito la vecchia preferenza per le sedi bilaterali, ha anche detto chiaramente che non si può perseguire un multilateralismo selettivo. È un messaggio diretto per l’iperpotenza, che con Trump si era ritirata da numerosi trattati e organizzazioni.

La Cina da sempre segue una politica di non interferenza negli affari esteri degli altri Paesi e la rivendica anche per sé, punto sul quale si genera più di qualche screzio con gli occidentali. Proprio l’UE ha da poco concluso un accordo quadro per il commercio che apre le porte del Celeste Impero alle merci del Vecchio Continente, gettando un’àncora di salvezza al mercato automobilistico tedesco in forte crisi.

Le prospettive

La Cina sembra l’unica a farsi portavoce dei Paesi in via di sviluppo, che devono avere maggior peso politico. Xi ha poi sottolineato il suo impegno contro il cambiamento climatico, terreno verso cui (aggiungiamo noi) l’economia mondiale è ormai orientata e che difficilmente sarà reversibile, a meno di schegge impazzite come Trump di nuovo alla ribalta.

Il vecchio magnate repubblicano sarebbe stato un pesce fuor d’acqua se ancora in carica avesse dovuto dire la sua al forum di Davos. È forse il segno di una classe dirigente globale che si sta riorganizzando e trovando una convergenza.

Resta da vedere fino a che punto e a chi rimarrà l’onere dell’opposizione. Oggi è atteso l’intervento di Vladimir Putin, mentre quello di Giuseppe Conte è stato annullato dopo le dimissioni del Presidente del Consiglio.

Lorenzo Palaia

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