Del perché non è vero che siamo ciò che produciamo

Ho scelto di scrivere quest’articolo per cercare di comprendere meglio una dinamica che spesso domina la nostra società, il modo in cui vediamo il mondo e chi lo abita; spesso e volentieri in termini di produttività, per cui finiamo con l’essere ciò che produciamo.

Siamo ciò che produciamo

In effetti basta scorrere la wall di Repubblica per renderci conto di questo fenomeno. Ogni tot mesi, puntualmente, esce un articolo su tizia o caio che, grazie alla propria forza di volontà, all’impegno e allo studio “matto e disperatissimo”, sono riuscit* a laurearsi prima del tempo; a prendere 3, 4, 5 o 6 lauree, ovviamente con il massimo dei voti.

Ma siamo sicuri che articoli del genere siano un bene? Che sia giusto rappresentare quest’aspetto della vita universitaria? Io credo di no. No, non perché bisogna condannare chi riesce in certe “imprese”, ma perché si tratta di una retorica estremamente malata che identifica le persone con il voto di laurea che prendono, con quante lauree conseguono (se le conseguono), con lo stipendio che portano a casa, o il lavoro che fanno; insomma siamo ciò che produciamo. E in effetti non c’è molto da meravigliarsi in una società capitalista come la nostra.



Che lavoro fai?

Quando conosciamo una persona, quasi sempre al “come ti chiami?” segue il “che lavoro fai?”. Il problema è che la gente non è interessata a sapere cosa ti appassiona nella vita, ma come porti i soldi a casa, e quindi in un certo senso anche quanti ne porti.

Il problema è che non tutt* hanno il privilegio di fare il lavoro che sognavano da bambini o, peggio, il lavoro per cui, magari hanno anche studiato. Eppure, questo non conta. Non conta se l’Università non la finisci in tempo per migliaia di ragioni legittime; magari perché devi lavorare e non puoi dedicare tutto il tuo tempo allo studio; perché ti accorgi di aver fatto una scelta sbagliata; o perché trascorri un momento difficile; perché ti senti schiacciat* dal dover finire in tempo e con il massimo dei voti. Conta solo che tu non sei riuscito e qualcun altro si.

E non conta neanche se fai un lavoro che in fondo manco ti piace tanto; per cui magari non hai studiato, che non ti rappresenta e da cui forse vorresti scappare; ma lo fai perché a fine mese la spesa, l’affitto e le bollette le devi pagare.  E ciò non significa aver perso, non è detto che sia colpa nostra; che ci troviamo in una determinata condizione perché abbiamo fatto le scelte sbagliate, o non ci siamo impegnati abbastanza.

La retorica malsana del “se vuoi puoi”

Si perché un’altra retorica estremamente tossica è quella del “se vuoi puoi”, ma anche questa è un’enorme bugia. Una bugia costruita da una società prettamente capitalista per cui effettivamente siamo ciò che produciamo; dunque se produci meno vali meno e se vali meno è colpa tua. Perché hai finito di studiare troppo tardi; o perché non ti sei laureato con il massimo dei voti; perché non ti sei laureat* affatto; o perché hai fatto le scelte sbagliate o hai perso troppo tempo. Siamo ossessionat* dal dover correre, dal non poterci permettere di fermare e pensare, perché sennò qualcun* più giovane o più brav* di noi ci ruberà il posto. Ma il problema è che non tutti nasciamo nelle stesse condizioni; con le stesse sicurezze e le stesse possibilità, e questo tipo di logica non fa altro che incentivare e aumentare le disuguaglianza che dividono anche solo un quartiere di Roma dall’altro.

Articoli come quelli di Repubblica e la continua retorica dell’eccellenza, non sono semplicemente un modo per premiare certi individui, ma hanno lo scopo di mantenere in vita un preciso modello. Quello, appunto, dell’eccellenza, dell’enfant prodige, di chi ce l’ha fatta solo grazie alle proprie possibilità; e continuano a lasciar indietro, a trascurare e non rappresentare i più deboli, chi non ce la fa quasi sempre a causa di una società che premia solo chi in fondo un privilegio lo detiene già, perché non è vero che siamo ciò che produciamo; una società che non si interessa affatto di tutelare e supportare chi ne avrebbe davvero bisogno; che si preoccupa più delle statistiche che del benessere di chi le abita, quelle statistiche.



Ma quali sono le conseguenza di questo modello?

Il suicidio di Antonio

E tutto ciò porta, per esempio, un ragazzo di 25 anni a suicidarsi. Antonio Cerreto, infatti, studente della Federico II di Napoli, si è suicidato perché aveva inventato di aver superato alcuni esami all’Università. Si sarebbe dovuto laureare qualche giorno fa, ma non era vero. Gli mancava, infatti, ancora qualche esame, così, non avendo avuto il coraggio di dire la verità; per non deludere la famiglia e per la vergogna di non essere stato all’altezza delle aspettative, ha preferito gettarsi dagli ultimi piani della sua Università.

Il discorso di tre neo-laureate alla Normale di Pisa

Tutto ciò ha portato, anche, tre ragazze della Normale di Pisa, Valeria Spacciante, Virginia Magnaghi, e Virginia Grossi, a denunciare, durante la cerimonia di consegna dei diplomi, la retorica malata che domina le parenti, le aule, i banchi di quella Scuola. In particolare, attraverso questo discorso le tre neo laureate hanno cercato di criticare il “processo di trasformazione dell’Università  in senso neo liberale […] un’università azienda, in cui l’indirizzo della ricerca scientifica segue la logica del profitto, in cui la divisione del lavoro scientifico è orientato a una produzione standardizzata misurata in termini puramente quantitativi […] Un’università in cui le disuguaglianze sono inasprite da un sistema concorrenziale che premia i più forti e punisce i più deboli aumentando i divari sociali e territoriali”.

Assai problematiche sono, inoltre, alcune dinamiche “ prime fra tutte la spinta alla competitività e alla produttività. Se l’obiettivo della scuola è abituarci quanto prima ad accettare acriticamente questo sistema “ afferma Valeria Spacciante “crediamo che questo sia un obiettivo perverso. La nostra selezione in base al merito e l’intreccio tra didattica e ricerca sono due tra i principi basilari del modello normale. Nei fatti, tuttavia, troppo spesso questi principi si traducono nella retorica del merito e del talento come alibi per generare una competizione malsana e per deresponsabilizzare il corpo docente.  Il risultato è quello di convivere 5 anni con la sindrome dell’impostore […] Questa pressione sociale non è solo causa di un generico malessere; è piuttosto una struttura sistemica grave che può avere conseguenze estreme sulla salute fisica e psicologica. Il nostro malessere è intrinsecamente legato a un modello, quello dell’accademia neoliberale.”



Le parole di queste ragazze, la morte di Antonio e quella più recente di un altro studente dell’Università di Pisa, Francesco Pantaleo, dimostrano quanto sia importante lottare contro questo modello. Anche perché, come afferma Virginia Mamgnaghi, di quale eccellenza si parla, tra queste macerie?

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