Dello smart working e del perché in realtà si tratta di un privilegio

Qualche giorno fa sulla pagina del Corriere della Sera è uscito un articolo su un tema che mai come oggi riguarda moltꞫ lavoratorꞫ: lo smart working. In particolare, ci si domandava se la classe dipendente sarebbe stata disposta a rinunciare ad una parte del proprio stipendio pur di non tornare in ufficio, dando per scontato che la condizione di smart working sia idilliaca per tutti. Ma è davvero così?

L’articolo del Corriere

L’articolo in questione riporterebbe i dati di una ricerca svolta dalla società di sondaggi Pollfish, che avrebbe sottoposto questa domanda a più di mille lavoratorꞫ americanꞫ. Secondo tale ricerca la maggior parte dellꞫ intervistatꞫ si sarebbe mostrata favorevole a rinunciare ad una parte dello stipendio pur di rimanere in smart working. Così, armata di santa pazienza, mi sono messa alla ricerca del sondaggio in questione senza nessun risultato. Si, perché ho scoperto che in realtà Pollfish è un’azienda a cui privati si appoggiano per creare e sottoporre sondaggi. Sondaggi che sono, appunto, privati e dunque non così facilmente reperibili. Secondo l’articolo del Corriere della Sera, uno dei motivi che più spingerebbe l3 lavoratorꞫ a non tornare in ufficio, pur intaccando il proprio stipendio, sarebbe la possibilità di avere più tempo libero. Ma di che smart working si parla?



Perché lo smart working, così com’è, non può essere una soluzione

Dall’articolo e dall’immagine scelta dal Corriere della Sera,  lo smart working sembrerebbe la soluzione e il sogno di ogni lavoratorꞫ. Eppure, i commenti sotto l’articolo e molte altre testimonianze ci dicono il contrario.

Diminuzione o aumento dello stipendio?

Per prima cosa: perché si parla di una diminuzione dello stipendio e non di un aumento? Le aziende, infatti, nella condizione di smart working risparmiano in termini di elettricità, gas, attrezzature, connessione, buoni pasto, ticket e affitti; mentre lә lavoratorә si fa carico di nuove spese come le utenze, le attrezzature e i pasti. Non ci vorrebbe un aumento?

Quale tempo libero?

Ma, come abbiamo detto, il tema centrale riguarda il tempo libero, che aumenterebbe in smart. Eppure, stando a molte dichiarazioni, non sembrerebbe essere così. Si perché lavorando da casa, raramente gli orari vengono rispettati; si pensa, infatti, che le persone debbano essere reperibili sempre e comunque, spesso anche nel week end; non è possibile calcolare effettivamente le ore di straordinari svolte dallꞫ lavoratorꞫ e anche le malattie spesso non vengono rispettate perché “tanto sei a casa e puoi lavorare anche dal letto”.

Lә lavoratorә in smart working ne esce ancor più alienatә

Lo smart working, a differenza di quello che si potrebbe pensare, non facilita la vita allꞫ lavoratorꞫ solo perché non devono muoversi da casa, anzi. Il lavoro non esce mai -ancor più di quanto non avvenisse prima- dalla vita delle persone; spariscono orari e pause, spesso condizionando la vita sociale anche di altre persone.

Senza considerare l’aspetto alienante che ne deriva e la condizione in cui molte donne si sono trovate.  Ci si rintana per ore e ore nel proprio studio, senza far caso agli orari rispettati o meno; senza trovare il tempo per staccare e dedicarsi alla propria vita, dal momento che l’ambiente familiare e personale viene totalmente inquinato e assorbito da quello lavorativo.



Lo smart working è solo per l3 privilegiat3

Eppure, le problematiche non finiscono qui, perché chissà, magari c’è chi lo smart working lo preferisce davvero. Chi ha a disposizione una stanza tutta per se; chi magari può lavorare in giardino; chi non deve fare i conti tutti i giorni con la connessione che non va o con il computer che a lungo andare potrebbe cedere; chi vive da solo e non deve ridursi a lavorare anche in bagno per permettere a tutta la famiglia di svolgere le proprie attività.

E invece chi non possiede abbastanza dispositivi per tutta la famiglia o di dispositivi non ne possiede affatto? Chi vive in minuscole case con altre 2, 3 o 4 persone? Chi non si trova, insomma, nella condizione ottimale per trasformare la propria casa, o peggio una piccola stanza accroccata, nella propria postazione lavorativa?

Ma come al solito tendiamo a pensare a chi tutti questi problemi non li ha, come se fossero lontani e non riguardassero la maggioranza della popolazione. Come al solito con articoli del genere diamo voce a chi preferisce lo smart working semplicemente perché la mattina può ritardare la sveglia, non togliersi i pantaloni del pigiama ed evitare di incontrare certꞫ colleghꞫ. E a tutto il resto, non pensiamo.

Sofia Centioni

One thought

  1. Lo Smart Working è uno strumento e come tale va trattato. Non è né bello né brutto, sta alle persone, imprenditori e collaboratori, renderlo un’opportunità ridisegnando il rapporto di lavoro. Nuove regole e autodisciplina possono massimizzare i benefici e ridurre le difficoltà. Non affrontare questi cambiamenti significa perdere opportunità

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