Dalla “fine della storia” ai nuovi nazionalismi: una parabola della democrazia liberale?

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Il trionfo della democrazia liberale

Nel 1992, poco dopo la dissoluzione dell’URSS e la formazione della CSI, Fukuyama, uno dei maggiori teorici della democrazia liberale, pubblicò il libro ‘’La fine della storia e l’ultimo uomo’’. Il titolo riprendeva quello di un articolo pubblicato nel 1989, anno del crollo del Muro di Berlino. La Rivoluzione dei Garofani nel 1974 aveva dato inizio alla terza ondata di democratizzazione. Il crollo dell’URSS era la prova che un ritorno al passato sarebbe stato impossibile.

Secondo l’autore, gli autoritarismi stavano riscontrando una crisi di legittimità. Essi non erano riusciti a controllare il pensiero delle persone ed economicamente avevano fallito, non vi erano più ragioni per restringere le libertà. Infatti, sia nei 15  stati nati dal crollo dell’Unione Sovietica che in quelli sudamericani le transizioni si erano svolte pacificamente.

Né il generale Pinochet in Cile né i Sandinisti in Nicaragua si aspettavano di perdere le elezioni alle quali si erano sottoposti. Ma il fatto è che anche i dittatori più intransigenti hanno ritenuto opportuno indire elezioni per darsi almeno una patina di legittimità democratica[…].

La storia per Fukuyama era arrivata alla sua fine. La democrazia liberale, tramite il rispetto dei diritti individuali e il liberismo economico, avrebbe soddisfatto il bisogno di riconoscimento della dignità (thymòs) di tutti gli uomini e garantito la prosperità economica.

Le rivoluzioni colorate e la primavera araba non fecero che rafforzare il generale entusiasmo e confermare le sue convinzioni.

 

Le democrazie illiberali

Tuttavia la Freedom House – organizzazione che misura la qualità dei due pilastri della democrazia liberale, le libertà politiche e i diritti fondamentali – ha mostrato che molte delle nuove democrazie erano illiberali: elezioni quasi mai libere, trasparenti e regolari, mancanza di responsabilità politica e di garanzie sul rispetto dei diritti fondamentali.

Le democrazie illiberali sembrano quasi mostrare il lato camaleontico delle dittature: per sopravvivere esse devono cambiar pelle. Mostrarsi simili all’unico tipo di regime legittimo nel mondo contemporaneo, che è quello democratico. Questo vale per la Cina quanto per l’Ungheria di Orban.

L’errore di Fukuyama sta nell’aver pensato che la democrazia liberale potesse affermarsi ugualmente in qualsiasi contesto, a prescindere dalle variabili locali. In realtà, essa ha radici nella storia del mondo occidentale e tende a rafforzarsi lì dove si è sviluppata gradualmente, in modo che il popolo, ma soprattutto le classi dirigenti, hanno avuto il tempo di assimilarne i principi. Che venga imposta dall’alto o che nasca dal basso, se vi sono identità locali o oligarchie che non accettano i valori occidentali, o una corruzione radicata e capillare, esse avranno inevitabilmente la meglio. Vi sono anche altri elementi che la favoriscono, come la vicinanza all’Occidente (per questo, stando ai dati della Freedom House dal 1999 al 2013, dei 15 stati nati dalla disgregazione dell’URSS le democrazie erano più stabili in Ucraina, Estonia, Lettonia e Lituania ed effimere o nulle in paesi come il Kyrgystan, la Bielorussia e il Turkmenistan).

 

Nazionalismi e ritorno agli autoritarismi

Oggi il mondo sembra allontanarsi dagli ideali liberali. L’uguaglianza e il rispetto dei diritti fondamentali, anziché mete universali verso cui ambìre, sono percepiti sempre più spesso come minacce. Anche nei paesi occidentali le destre sovraniste e populiste hanno trovato terreno fertile e le leadership sono sempre più personalizzate. In Sud America vi è stata una nuova ondata di autoritarismi mascherati da democrazie. Inoltre, in molti paesi africani e asiatici i diritti liberali restano una chimera.

Nel suo nuovo libro pubblicato nel 2018, ‘’Identità. La ricerca della dignità e i nuovi populismi’’, Fukuyama ha cercato di spiegare i nuovi pericoli per la democrazia liberale, in particolare il meccanismo psicologico che si trova alla base dei nazionalismi. Dopo aver analizzato i concetti di thymòs, identità individuale e identità collettiva nel pensiero di alcuni dei maggiori filosofi, teologi e sociologi europei, Fukuyama elabora la sua teoria sulla crisi d’identità.

Secondo il politologo, le costituzioni moderne da un lato hanno dato molto spazio all’individualismo (indebolendo così l’identità sociale), dall’altro, riconoscendo a tutti pari dignità, hanno favorito il pluralismo sociale. Di conseguenza, l’identità collettiva si è frammentata.

 

Due facce della stessa medaglia

L’uomo che ha un io individuale debole, di fronte al pluralismo valoriale si sente disorientato. Nasce spontaneamente la domanda: ‘’Chi sono io?’’. Per uscire dall’incertezza destabilizzante si aggrappa ad una nuova identità collettiva, che gli dia un chiaro orizzonte morale in cui trovare sicurezza. Quest’ultima deriva da alcuni elementi identitari che cerca dentro di sé e che tramite il thymòs – il bisogno di riconoscimento sociale – riporta fuori di sé. Nascono attraverso questo meccanismo psicologico due tipi di identità collettiva: una che si basa sulla nazione (il nazionalismo) e l’altra sulla religione (l’Islam politico).

Entrambi nascono in circostanze simili, quando la modernizzazione economica e il rapido mutamento sociale minano le fondamenta di forme più antiche di comunità e le sostituiscono con un pluralismo disorientante di forme alternative di associazione. Tutti e due forniscono un’ideologia che spiega perché la gente si senta sola e confusa, ed entrambi esibiscono una condizione di vittime che da la colpa della situazione infelice di un gruppo a gruppi esterni. Entrambi infine rivendicano il riconoscimento della dignità in modi restrittivi: non per tutti gli esseri umani, ma per i membri di uno specifico gruppo nazionale o religioso. 

Cosa possiamo fare?

Non possiamo sottrarci all’identità. Tuttavia, la libertà fa parte dell’identità moderna, e questo la rende per natura modificabile. La logica della politica identitaria consiste nel dividere le società in gruppi sempre più ristretti. Allora c’è da chiedersi se sia possibile creare identità più ampie e capaci di integrazione.

L’identità va correlata a idee sostanziali come il costituzionalismo, lo stato di diritto, l’uguaglianza degli esseri umani.

 

                                                                                                                                                                                                                                Maria Alexandra Balan

 

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