Didattica a distanza: da insegnanti a youtuber?

“Male che vada, alla fine di tutto questo, saremo diventati youtuber!” è una delle battute più ricorrenti tra gli insegnanti, soprattutto tra i precari. Quelli che un altro impiego sono sempre pronti a doverselo inventare. Ma è una battuta che fotografa abbastanza fedelmente lo stato d’animo dell’intera classe docente del nostro paese. Maestri e professori che, all’improvviso, si sono trovati nella necessità di reinventarsi quasi da capo un mestiere. Perché la didattica a distanza è davvero un altro mestiere rispetto a quello che gli insegnanti fanno solitamente in classe. Richiede conoscenze, modalità, materiali e tempi differenti. Tutti aspetti che gli insegnanti e i Dirigenti scolastici si sono ritrovati ad imparare e gestire dall’oggi al domani.




Scuola 2.0?

Chiariamo subito una cosa: non ci sono intenti polemici, ma solo il desiderio di guardare all’interno di un fenomeno che è entrato a far parte della quotidianità di tante famiglie durante l’epidemia di Covid-19. Nessuno poteva aspettarsi che le cose andassero così; nessuno era pronto. Nessun settore – politico, economico, sanitario, organizzativo – era preparato a questo scenario. La scuola 2.0 era ipotizzata, ma lontana anni luce. I numeri, a prima vista, sarebbero sconfortanti. Perché basta leggere tra le righe per rendersi conto che il “72,6 per cento delle famiglie con almeno un membro minorenne ha un collegamento a banda larga fisso a casa” è una cifra che non vuol dire nulla di buono. Intanto perché il 18% delle famiglie ne è escluso. E poi perché, in queste famiglie, non tutti i figli minorenni hanno un computer o almeno un tablet che permetta loro di seguire la didattica a distanza. Magari i figli in età scolare sono tre e il computer uno. Magari serve anche al padre che con quel computer lavora in modalità smart working. Poi, per fortuna, dietro ai numeri ci sono le persone. Che cercano, con quei numeri, di far tornare i conti.

Fase uno: finirà presto

La prima impressione è quella: il decreto chiude le scuole per una settimana e pare persino esagerato. Parecchi professori storcono il naso: abbiamo già perso tanti giorni a causa del maltempo, ci mancava solo l’influenza… Qualcuno, invece, l’avrà presa come la maggioranza degli studenti: evviva! Poi arriva la seconda settimana di stop e con essa i primi dubbi: e se durasse a lungo? Come facciamo? I primi dubbi serpeggiano, qualcuno già immagina come attrezzarsi. Gli studenti vivono ancora abbastanza bene la situazione, un po’ di famiglie iniziano – giustamente – a brontolare. Qualche Dirigente lungimirante si porta avanti. Arrivano i primi inviti a pensare a come sviluppare la didattica a distanza, ma, complessivamente, si prende tempo. A scuola come dappertutto. Finirà presto, ci si dice. Infine si capisce: durerà parecchio. E la domanda se la fanno tutti: e adesso?

Fase uno e mezzo: lo smarrimento

Qualcuno questa fase l’ha saltata. I più pronti. I più tecnologici. Quelli che sono abituati alle modalità smart, che con gli alunni già interagivano anche – non solo – attraverso le piattaforme informatiche. Studenti abituati a fare i compiti con la tastiera. Professori che già registravano le lezioni. Siamo a livelli universitari, qualche liceo, rari istituti secondari di primo livello – le vecchie scuole medie. Ma la maggioranza degli studenti, delle famiglie, dei Dirigenti e degli insegnanti, la domanda se l’è fatta: e adesso? Risposta italianissima: adesso mi rimbocco le maniche. Salvo rari casi, ci si è dati da fare.

Fase due: la confusione

Prendete un docente. Che insegna in sei diverse classi. In due istituti differenti. Che usano due piattaforme diverse per il registro elettronico. In alcune classi insegna una materia. In altre classi un’altra. Gi istituti si trovano in due comuni limitrofi. Che però presentano due situazioni territoriali e sociali diverse. Diverse possibilità per le famiglie. Diverse qualità delle connessioni. Qui la banda larga è arrivata, lì no. È una situazione che sembra assurda, eppure sono tanti i docenti in queste condizioni. Allora cosa è meglio usare? Una piattaforma o l’altra? Assegnare materiale? Registrare videolezioni? E per i compiti? E per interrogare? Una classe si iscrive subito al corso. L’altra si raduna su un programma di messaggistica. Con una terza classe è quasi impossibile fare lezione in diretta, perché in pochi riescono a connettersi con un segnale decente. Alcuni non possono guardare i video, altrimenti finiscono i giga di traffico sul telefono. Altri non sanno usare i programmi per fare i compiti.

Fase due e mezzo: gli studenti hanno voglia di andare a scuola

Iniziano ad arrivare messaggi ed email. Pagine di quaderno fotografate e inviate tramite la piattaforma di didattica. Presentazioni spedite via email. Messaggi sui forum di classe di chi cerca conferme: “ha ricevuto il mio compito prof.?”. Alle quattro del pomeriggio. O alle sette, mentre il prof. sta cucinando. L’entusiasmo è dei ragazzi è inaspettato e contagioso. Quelli che riescono a connettersi sono attenti e partecipi. Fanno i compiti anche più di prima. Benzina per la volontà dei docenti. Così, prima di andare a dormire, ci si sente tra colleghi: cosa stai facendo tu? Ma quello studente sei riuscito a sentirlo? E cosa stai usando per registrare i video? Infine, per fare il punto della situazione, lo scambio di messaggi della buonanotte è con i rappresentanti dei genitori.

Fase tre: l’importante è raggiungere gli studenti

Per forza di cose ci si deve organizzare. Per non finire sommersi dal lavoro, per non perdersi per strada le cose importanti. Si è capito che la priorità è, in un modo o nell’altro, recuperare il contatto con tutte queste migliaia di ragazze e ragazzi che si sono ritrovati in una situazione nuova e complicata. Nessuno studente nel dopoguerra ha vissuto un’esperienza del genere. Allora la scuola diventa importante per mantenere una sorta di contatto con la vita pre-epidemia. Per ricreare la dimensione di una classe, l’interazione. Per dare a questi ragazzi un piccolo punto di riferimento e ricreare una sorta di routine quotidiana che li impegni durante la giornata. Intanto arrivano le direttive. La didattica a distanza è una realtà, non ci sono alternative. Un grande lavoro è sulle spalle dei Dirigenti, che devono conciliare pareri, esperienze, possibilità; sia dei genitori che dei docenti. Un lavoro in cui gli unici fai possibili sono il buon senso e la volontà di raggiungere i ragazzi. Senza perdere per strada nessuno, soprattutto tra quelli che già prima erano in difficoltà.

Fase quattro: la buona volontà

La buona volontà prende definitivamente il sopravvento. L’entusiasmo è contagioso. Si passa da una o due ore di lezione a distanza per ogni classe, a programmarne venti a settimana. Ore otto: tutti davanti allo schermo. Registri pieni di materiali e di consegne. Famiglie smarrite, professori sommersi di lavoro, ragazzi sommersi di compiti che si alternano coi fratelli nell’uso dello smartphone del papà – che, a metà spiegazione, riceve una telefonata di lavoro… Il docente risponde alle mail appena suona la notifica. Risponde all’alunno che a mezzanotte gli scrive perché non ha capito il terzo paragrafo a pagina 122. Poco dopo si prendono le misure reciprocamente e si riesce a proseguire senza soccombere. O almeno ci si prova.

Fase cinque: la didattica a distanza è didattica?

Fiumi di inchiostro si possono spendere sul tema. E, come spesso capita, ogni opinione ha qualche ragione. Ma quello che a tutti pare ormai chiaro è che il dovere della scuola, in questo momento, va oltre la mera didattica. Più che mai ha una valenza sociale ed umana. Non si vuol qui fare l’elogio di eroici professori che lottano contro le avversità. Nessun docente sta rischiando la sua vita. Al massimo si sta lavorando più del previsto, più del dovuto, più del pagato. Ma per chi fa il suo lavoro con impegno, non è neppure una novità.

Sono pienamente consapevole che questo cambiamento repentino non è sempre facile da gestire, che ci sono difficoltà tecniche, logistiche, ma so anche che tutti Voi state facendo il meglio che potete, non solo per portare avanti un programma, ma per trasmettere ai ragazzi, e in generale a tutta la nostra comunità, che si può e si deve guardare avanti, con fiducia, nell’attesa di superare la fase di emergenza.

(un estratto dalla lettera della Ministra dell’istruzione ai docenti)

La lettera della Ministra Azzolina ai docenti

La ministra Azzolina ha speso bellissime – e un po’ retoriche – parole di elogio per il corpo docente. Tra le altre cose ha scritto che il mondo della scuola sta riscoprendo il senso di un’alleanza tra famiglie e istituzioni, in nome degli studenti.    Forse è il passaggio più bello – e vero – della lettera. Altre righe suonano un po’ ridondanti, eccessivamente celebrative. Ma sarebbe ingeneroso prendersela con chi deve governare una barca mal equipaggiata, oggi. Sarebbe come accusare l’attuale Ministro per i tagli alla sanità pubblica degli ultimi vent’anni. Ciascuno, è il caso di ripeterlo, sta facendo del suo meglio con in mezzi a disposizione, a partire dal Ministero. Fondi, ma anche tutorial, webinar, consulenze, materiali. Certo, sarebbe bellissimo che ad ogni studente venisse dato in comodato d’uso, il primo giorno di scuola, un tablet. Sarebbe bellissimo se tutti – studenti e docenti – avessero seguito a inizio anno un breve corso per imparare a usare gli strumenti della didattica a distanza. Non è andata così; forse, se qualcosa (come in tanti ci auguriamo) stiamo imparando da questa situazione, un domani lo sarà. Ma – e l’hanno capito tutti – non è questo il momento delle polemiche o dei grandi ragionamenti. È il momento di darsi da fare per gli studenti e per le loro famiglie, che nella maggioranza dei casi portano il carico più grande sulle loro spalle.

Didattica a distanza: chi aiuta gli insegnanti?

Le famiglie hanno il carico maggiore sulle spalle, ovviamente. Ma anche dietro agli insegnanti c’è una famiglia. Anche gli insegnanti rientrano tra le statistiche di chi non ha la banda larga. Anche gli insegnanti hanno figli che fanno lezioni a distanza e hanno bisogno dell’unico computer di casa. Anche gli insegnanti hanno figli piccoli a cui badare. Fino al mese scorso i bambini andavano all’asilo e loro in classe a fare il loro lavoro. Ora la classe ce l’hanno in casa, ma i figli piccoli anche.

Storie di ordinario adattamento

Michela insegna alle secondarie. Ha quarant’anni di onorata carriera alle spalle. Le manca poco alla pensione. Fino allo scorso anno aveva un vecchio telefonino. Ora i figli le hanno regalato lo smartphone, per mandarle le foto dei nipoti. A febbraio non sapeva cosa fossero Skype o Meet. Ora monta video professionali, con presentazioni, inserti, voci fuori campo. Qualcuno oltre alle lezioni, dà appuntamento ai ragazzi per leggere insieme. Qualcun altro si ritrova a chattare con gli studenti al pomeriggio, solo per discutere di attualità o tener loro un po’ di compagnia. Poi c’è Antonio, che è finito in rete perché – orrore – ha sbagliato un verbo durante una lezione. L’ha registrata per gli alunni che non potevano partecipare alla diretta e ora ha paura che il video diventi virale. Pazienza, la prossima lezione la registrerà di nuovo. Luca insegna musica. Prima che arrivasse lui, in quella scuola nemmeno avevano un impianto di ascolto. Si può ben dire che la musica, lì, ce l’abbia portata lui. Ora morde il freno: ascolta i suoi studenti che suonano attraverso il tablet, ma vorrebbe essere lì, a sistemare le dita di Pietro sulla tastiera o ad accordare la chitarra di Giada. Però ci prova lo stesso a fare lezione, perché coi ragazzi ha un grande rapporto e loro hanno bisogno anche di quello. Anche quello fa parte della didattica a distanza. E poi c’è anche Eleonora, che con la tecnologia se la cava piuttosto bene, ma alle sue ore di lezione ha aggiunto quelle in cui assiste i colleghi in difficoltà e aiuta tutti gli studenti a far funzionare le piattaforme didattiche. Consulenze informatiche h24. E, ovviamente, deve anche aiutare i suoi figli.

Adattamento precario

Stefano è precario, di quelli assunti con la “messa a disposizione”, Francesca è tra quelli in attesa di concorso, Nadia è una di quelle che lavorano da “docenti esterni”. Tutti e tre, in queste settimane hanno studiato e imparato cose nuove. E magari, a settembre, staranno cercano un lavoro diverso perché per l’anno prossimo nessuna scuola avrà bisogno di loro. Infine Paolo, che lasciava a bocca aperta gli alunni leggendo una terzina dantesca in modo così speciale da pensare che ci fosse Dante in carne ed ossa, lì, dietro alla cattedra. Ma non l’aveva mai fatto davanti a una telecamera. Chissà, se l’anno prossimo non lo richiameranno a fare il supplente, potrebbe provare a fare un provino cinematografico. Tante storie: di persone, non eroi. Persone che cercano di fare bene il loro lavoro. Anche se è un lavoro nuovo, a cui nessuno li aveva preparati e che portano avanti con mezzi propri, quelli che hanno.

Un lavoro nuovo

La didattica a distanza è un lavoro nuovo. Richiede una preparazione diversa. Mezzi differenti. Orari più flessibili. Modalità tutte da inventare. Mezz’ora davanti a uno schermo è molto diversa da un’ora passata in classe. Mantenere l’attenzione, suscitare interesse. Far partecipare. Bisogna reinventarsi il modo di fare lezione. Ricalibrare i programmi. Ridisegnare completamente un lavoro che era stato faticosamente e precisamente programmato mesi fa. A cui si era abituati, magari. Esercizio salutare, direte voi. Se vuoi insegnare, non devi mai smettere di imparare. Verissimo. Ma farlo con calma, con i mezzi a disposizione e come sapere ulteriore è un conto. Farlo in emergenza, senza preparazione e dovendosi adattare alla variegata situazione degli studenti (e in un periodo che, di per sé, non regala serenità) è decisamente un altro. Ripeto: niente di eroico. Niente di paragonabile a chi sta imparando nuovi protocolli medici a rischio della propria salute. Ma qualcosa di cui tener comunque conto, specialmente quando si sentirà parlare di nuovo di tagli all’istruzione, per esempio.

Tutti youtuber?

Nella storia dell’umanità, molto spesso i progressi sono arrivati come risposta alle emergenze. L’essere umano migliora attraverso le difficoltà. Allora, forse, le esperienze di questi mesi diverranno il tesoro dei prossimi anni. Esperienze su cui ragionare per portare la scuola italiana verso una dimensione nuova. Per ripensare gli strumenti di supporto agli studenti con difficoltà, le vere vittime di questa situazione. Ragazzi stranieri o con problemi di apprendimento che in questo momento sono esclusi o quasi dal diritto allo studio, dovranno essere ancora di più aiutati domani, anche fuori dalle emergenze. Per garantire davvero, a tutti, il diritto all’istruzione. Dev’essere quello l’obiettivo quotidiano della didattica a distanza, oltre l’emergenza. Ma si dovrà pensare anche a mettere gli insegnanti nelle condizioni di avere mezzi e competenze adatte a tutte le situazioni. Altrimenti, male che vada, inonderanno la rete con video didattici e diventeranno tutti youtuber.

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