Dipendenza da videogiochi – l’OMS ne conferma l’esistenza. È un bene?

È ufficiale: i videogiochi causano dipendenza. Questo è quello che sostiene l’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (World Health Organization; WHO). La dipendenza verrà inserita nell’ICD-11, l’International Classification of Diseases, il manuale in cui sono classificate le varie patologie conosciute, tra cui quelle relative alla salute mentaleQuali sono le conseguenze di tutto questo?

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Effettivamente le esclusive di Switch potrebbero creare dipendenza, per quanto sono belle!



Lo stato dell’arte

La stessa OMS – nelle parole di Vladimir Poznyak (v. video) – ci tiene a precisare che chi soffre di gaming disorder rappresenta una piccola percentuale di videogiocatori, e che la dipendenza da videogiochi non corrisponde a videogiocare. Secondo l’OMS, però, la ricerca scientifica attuale mostra che un disagio in proposito c’è, e riconoscere la dipendenza da videogiochi permetterà di sviluppare strategie preventive e terapeutiche adeguate.

La dipendenza da videogiochi

La dipendenza da videogiochi (gaming disorder) è un modo particolare di videogiocare, sia online che offline, che presenta caratteristiche specifiche. Innanzitutto, quando si parla di videogame, chi è affetto da questa dipendenza mostra una capacità di controllarsi compromessa. Poi, giocare ai videogiochi ha la precedenza sulle altre attività giornaliere e sulle altre persone, compromettendo il funzionamento generale dell’individuo (ritmo del sonno alterato, ridotta attività fisica, malnutrizione, ecc.) e aumentando lo stress. Nonostante ciò, il giocatore non riesce a smettere. Nella maggior parte dei casi, la dipendenza da videogiochi può essere diagnostica solo se i sintomi si presentano da almeno 12 mesi.

Le reazioni

Com’era ovvio aspettarsi, c’è chi non l’ha presa bene. L’ESA (Entertainment Software Association) ha rilasciato una dichiarazione in cui afferma che:

«[…] affibbiare con noncuranza questa etichetta ufficiale [ai videogiochi] banalizza i veri problemi mentali come la depressione e l’ansia sociale, che meritano trattamento e piena attenzione della comunità medica. Incoraggiamo con forza l’OMS ad andare in direzione opposta rispetto all’azione proposta».

Tuttavia l’ESA è chiaramente un ente di parte. Lo stesso non può dirsi di Unicef, che nel suo report su bambini e mondo digitale fa notare che:

 «L’uso incauto del termine dipendenza minimizza la reali conseguenze del comportamento per coloro che ne sono realmente affetti, mentre esagera il rischio per chi a volte si dedica all’uso digitale della tecnologia, talvolta eccessivo, ma fondamentalmente non dannoso».




Discordia tra i ricercatori

Al coro degli scettici si aggiungono anche alcuni ricercatori che pongono una serie di obiezioni più che legittime. Innanzitutto, abbiamo bisogno di una diagnosi di gaming disorder? Così come l’ipersonnia è uno dei sintomi depressivi e non di una “dipendenza da letto”, allo stesso modo non si sente il bisogno di una “dipendenza da libri” per persone che leggono ogni giorno. Inoltre, muovono dubbi sulla costruzione dei criteri diagnostici dell’OMS e dell’APA, l’associazione americana degli psichiatri. Infatti, questi criteri copiano quelli delle dipendenze da sostanza (quindi non si basano su basi teoriche precise) e gli strumenti costruiti per rilevare comportamenti problematici legati ai videogame, basandosi su questi criteri, hanno problemi teorici, di validità e anche di proprietà psicometriche in generale: il rischio falsi positivi è dietro l’angolo.

Esiste veramente la dipendenza da videogiochi?

La gaming disorder, non è un costrutto stabile. Infatti, eventuali diagnosi non riescono a prevedere una futura condizione patologica a distanza di tempo. Quindi, qualora ci sia un disagio, questo tenderebbe a risolversi spontaneamente. Qui su Ultima Voce avevamo già espresso dubbi sull’esistenza di questa patologia citando il lavoro di altri ricercatori. Insomma, è auspicabile procedere con i piedi di piombo.

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Sì, Helen, ci stiamo già pensando.

Allora perché?

Secondo gli autori, questo timore per un abuso dei videogame potrebbe essere spiegato chiamando in causa la Teoria del Panico Morale (Moral Panic Theory) secondo cui le società costruiscono narrazioni sulle minacce percepite e sulle cause morali di queste minacce. La lista dei bersagli colpiti dal panico morale è lunga: media, fumetti, musica rock (Elvis compreso) e – ovviamente – i videogiochi. Questo panico promuoverebbe certi programmi scientifici/pseudoscientifici, usando il manto della scienza per coprire problematiche politiche. A riprova di ciò, gli autori sottolineano come Vladimir Poznyak e Geoffrey Reed non abbiano nascosto di aver ricevuto forti pressioni da Paesi asiatici affinché prendessero in considerazione l’argomento.



Benefici a rischio

Questo contesto mette chiaramente a rischio gli aspetti positivi legati ai videogiochi. Sempre qui su Ultima Voce ci eravamo occupati di come i videogame possano essere usati per combattere la dislessia, per esempio. I benefici, però, non si limitano al contesto scolastico, ma spaziano dalla stimolazione intellettuale, alla riabilitazione fisica, passando per i bisogni emotivi. Certo, è bene andarci cauti e non santificare i videogiochi, ma allo stesso modo bisogna evitare di demonizzarli inutilmente. In definitiva, si tratta di un argomento davvero complesso, che merita una riflessione profonda. E voi? Qual è il vostro parere su questo argomento? Pensate che questa dipendenza esista o no? Fatecelo sapere con un commento.

Davide Camarda

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