Diritti delle donne in Brasile: la difficile lotta in una società fortemente misogina

«I lavoratori autonomi, le prostitute e le persone senza un reddito fisso sono purtroppo le più colpite dall’emergenza. Ma non è dai periodi di crisi che nascono le buone idee? Se devi lavorare, parlare con i tuoi clienti, prova l’opzione di servizio virtuale.»

Questo è il testo di un opuscolo diffuso dal ministero delle Donne, della Famiglia e dei Diritti Umani guidato da Damares Alves. Formalmente, un’iniziativa diffusa per sensibilizzare l’opinione pubblica e ridurre gli assembramenti durante l’epidemia di Coronavirus.
Di fatto, un insolito invito ad adottare lo smart working che la dice lunga sui diritti delle donne in Brasile.

Le donne, succubi di un retaggio culturale che le incatena all’ambiente domestico, lottano nella speranza di ottenere faticosamente gli stessi diritti che oggi, nella nostra società, diamo per scontati.

Ce ne parla Fernanda de Melo, femminista, attivista per il riconoscimento dei diritti delle donne in Brasile e creatrice del “Projeto Josefina“, una campagna solidale che sostiene donne e bambini vulnerabili fornendo loro prodotti di prima necessità.

Quali sono gli stereotipi e i pregiudizi difficili da sradicare che affliggono le donne in Brasile?

Come gran parte del mondo, la società brasiliana rimane ancora bloccata nell’ideale che lo spazio femminile coincida esclusivamente con l’ambiente domestico. Sebbene nel corso degli anni sia stata raggiunta una certa uguaglianza sociale ed economica, viviamo ancora una condizione precaria. Ciò è in contrasto con gli “Obiettivi di sviluppo sostenibile” delle Nazioni Unite che cercano di sradicare le cause profonde della discriminazione femminile.

Purtroppo ancora oggi molte ragazze brasiliane non completano il ciclo di studi, non hanno accessibilità al sistema sanitario,  rinunciano alla propria formazione anche a causa di gravidanze giovanili indesiderate.

Secondo uno studio del 2014 dell’Istituto per la ricerca economica applicata (Ipea), la società brasiliana è ancora legata al concetto di famiglia nucleare patriarcale, in cui gli uomini sono visti come i “capofamiglia”. La moglie ha il compito di “portare rispetto” e  di comportarsi secondo i modelli familiari tradizionali.

Per quanto riguarda l’accesso all’istruzione, a tuo parere, c’è un significativo divario di opportunità tra donne e uomini in Brasile?

Sì. Oltre alle opportunità di accesso all’istruzione, credo che l’eccessiva mole di lavoro domestico accresca ulteriormente la disuguaglianza di genere. Oltretutto, il sovraccarico di lavoro spesso causa problemi di salute come stress, depressione, stati d’ansia patologici.

Secondo la ricerca condotta dall’Istituto brasiliano di geografia e statistica (IBGE), le donne impiegano il doppio del tempo degli uomini nelle attività domestiche. Parlando di numeri, si tratterebbe di 10,9 ore a settimana per gli uomini e 21,3 ore per le donne.

Per quanto riguarda le donne nere, indigene e povere, il lavoro minorile o il lavoro simile alla schiavitù è ancora uno dei principali problemi che l’emancipazione femminile deve affrontare, specialmente nelle aree rurali.

Sebbene i progressi nell’acquisizione dei diritti delle donne in Brasile, come quello di fare affidamento finanziariamente su se stesse, ora ci si ritrova a pagarne lo scotto affrontando  numerosi ostacoli sul posto di lavoro. Il congedo di maternità, i diritti alla salute sessuale o persino le mestruazioni sono visti come un problema per gli imprenditori. Queste tutele, paradossalmente, hanno penalizzato le donne brasiliane nel mondo del lavoro. Le aziende infatti preferiscono assumere un uomo anziché una donna per massimizzare i profitti e minimizzare le possibili perdite economiche temporanee.

Nel mondo del lavoro esiste disparità di genere? Quali sono le professioni che ne risentono di più? Perché?

La disuguaglianza di genere è sicuramente presente nel mercato del lavoro. Sebbene la Costituzione proibisca di pagare salari diversi per uomini e donne, la disparità salariale è ancora in atto.

In una riunione del G20, di cui fa parte il Brasile, sono stati fissati gli obiettivi per ridurre la disuguaglianza di genere nelle maggiori economie del mondo. Entro il 2025, il Brasile deve ridurre del 25% il divario tra uomini e donne. Se tutti i Paesi raggiungeranno l’obiettivo, quasi 190 milioni di donne entreranno a far parte del mercato del lavoro.
La stima è che 5,8 trilioni di dollari verrebbero iniettati nell’economia mondiale se l’aumento dell’uguaglianza dovesse avere successo. La ricerca mette in luce anche le categorie professionali più svantaggiate. Nel nostro caso, dimostra come le donne vengano quasi unicamente impiegate nei settori che richiedono livelli di istruzione molto bassi.

L’organizzazione internazionale “Humans Rights Watch” ha pubblicato a gennaio un rapporto in cui si concludeva che è in atto una violenza “epidemica” contro le donne in Brasile. Il documento denuncia la presenza di oltre 1,2 milioni di processi giudiziari in corso per casi di violenza domestica. Questo è un altro flagello con cui le donne hanno comunemente a che fare e che in molti casi spiega l’insuccesso sul piano lavorativo.

Come viene vista la partecipazione delle donne alla vita politica ed istituzionale? C’è un’adeguata rappresentanza femminile?
Come già detto, l’opinione sociale è che le donne debbano starsene a casa. Il Brasile infatti è uno dei paesi peggiori in termini di rappresentanza politica femminile, al terzo posto in America Latina. E ad affermarlo non sono io ma i dati statistici dell’Unione Interparlamentare. Questo tasso di rappresentanza è intollerabile, specialmente in uno scenario in cui il 51% degli elettori sono donne.

In classifica, il nostro tasso è circa 10 punti percentuali in meno rispetto alla media globale ed è rimasto invariato dagli anni ’40. Ciò indica che negli ultimi decenni i progressi registrati sono quasi pari a zero.

La partecipazione delle donne alla politica non è stata e non sarà mai vista favorevolmente. Nel 2010, abbiamo eletto la prima donna come presidente, Dilma Rousseff.  Durante il processo di impeachment, i cittadini e persino i gruppi politici hanno gridato termini come “pazza, stupida, prostituta e disgustosa”, così come alcune frasi che dicevano “Dilma, vai a casa”; “Vai a lavare i panni”. Nessuno di questi insulti era comunque lontanamente paragonabile agli adesivi infamanti che ho visto in ogni angolo del Paese.




In un rapporto del Parlamento Europeo sulla condizione della donna in America Latina, risalente al 2007, si legge “Per quanto concerne la violenza contro le donne la Banca Mondiale stima, in base ai dati disponibili di 15 paesi, che il 69% delle donne sia stata oggetto di abusi fisici da parte dei rispettivi partner e che il 47% sia stata vittima di almeno una violenza sessuale (Alméras, D. et al.).” Cosa è cambiato da allora in materia di diritti delle donne in Brasile?

Credo sia importante capire quali siano le principali cause di violenza domestica, specialmente nei Paesi sottosviluppati, in cui i problemi di razza, classe e genere sono intrinsecamente collegati.

In Brasile, la prima legge che ha trasformato la violenza domestica in un crimine è arrivata solo nel 2006, 14 anni fa. Dal punto di vista storico è un dato agghiacciante. Ad ogni modo, nel 2015 il governo ha pubblicato uno studio che mostra che in Brasile ogni sette minuti una donna è vittima di violenza domestica e che oltre il 70% della popolazione femminile subirà un certo tipo di violenza durante la sua vita. I provvedimenti dunque ci sono, ma sono totalmente inefficaci.

A tuo parere la religione influisce sulla concezione della donna? In che modo ha impatto sui diritti delle donne in Brasile ?

La religione, senza dubbio, svolge un ruolo importante. Il Brasile occupa la guida dei Paesi più cattolici del mondo. L’attuale presidente, Jair Bolsonaro, è un esempio di come la laicizzazione dello Stato venga usata solo quando fa comodo. Secondo il Ministero della Salute, vengono eseguiti in un anno un milione di aborti. E alcuni dati indicano che una donna muore ogni due giorni nel tentativo di abortire autonomamente.

Il presidente e altri leader politici, tuttavia, affermano di essere contrari alla legalizzazione dell’aborto per mantenere la moralità della famiglia brasiliana o per non sconvolgere la fazione evangelica – un fronte politico che occupa il 38% del numero totale dei parlamentari.

Per fare un altro esempio dell’influenza della religione, l’anno scorso, Edir Macedo, un popolare vescovo brasiliano, ha spiegato perché non ha permesso alle sue figlie di andare al college. Se ciò accadesse, la donna potrebbe diventare “la testa” del matrimonio, una posizione che, secondo il capo della Chiesa universale del Regno di Dio, deve essere rivestita dall’uomo.

https://twitter.com/bourbon_larry/status/1178465041856815104

 

Se pensassimo all’emancipazione come ad un sentiero, a che punto del percorso si troverebbe, ad oggi, la donna brasiliana?

Sono fermamente convinta che l‘emancipazione femminile possa avvenire solo attraverso una solida formazione e una profonda consapevolezza della nostra condizione attuale. Donne affermate nello scenario culturale e lavorativo si stanno impegnando duramente  per cercare di portare il dibattito femminista anche verso le aree periferiche. Non è facile rimanere ottimisti nelle circostanze attuali, nel mezzo di una crisi politica ed economica, quando i nostri diritti – che sono già pochi – iniziano a essere messi in discussione ancor di più.

Penso che dovremmo essere a un livello più avanzato in termini di diritti delle donne in Brasile e uguaglianza socioeconomica rispetto agli uomini. Comprendo appieno gli ostacoli che dobbiamo affrontare per superare ciò, ma oggi, più che mai, abbiamo la possibilità di essere ascoltate e dovremmo cogliere l’occasione per rivendicare ciò che è, per natura e per legge, nostro.

Arianna Folgarelli

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