Disney si batte per i diritti Lgbtq+

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26 anni fa usciva sul grande schermo per la prima volta Toy Story: era il 22 marzo 1996.
Dopo 4 film di avvincenti avventure dello sceriffo cowboy Woody e del guerriero spaziale Buzz Lightyear, esce il 17 giugno lo spin off dedicato proprio a Buzz e alle sue avventure nello spazio, intitolato Lightyear. La pellicola della Pixar Animation Studios (di proprietà della Disney) narra le vicende del film che ha ispirato la linea di giocattoli dell’omonimo personaggio di cui è un prequel.




Il bacio omosessuale

La vera novità è il bacio omosessuale presente nel film; è stato cancellato e poi ripristinato, visto che il bacio tra due donne nella pellicola era stato oggetto di censura. Un recupero fatto grazie alle proteste dei dipendenti dell’azienda di Topolino. Ma facciamo un passo indietro.

La legge “Don’t say gay”

I primi malcontenti avvengono all’indomani del silenzio della casa cinematografica nei confronti della legge approvata in Florida “Don’t Say Gay” (“Non Dire Gay”) che vieta di parlare di orientamento sessuale e di genere alle scuole elementari. Ne è seguito una settimana di scioperi.
Un gruppo di dipendenti della Disney protesta contro l’atteggiamento della società e del loro Ceo, Bob Chapek, che non prende posizione nei confronti della controversa legge.

L’accusa di censura

Inoltre, il 9 marzo scorso un gruppo di dipendenti LGBTQ+ della Pixar e di attivisti associati ha inviato una dichiarazione congiunta alla direzione della Walt Disney Company, in cui veniva denunciato che “per ordine dei vertici, quasi ogni manifestazione di affetto gay viene censurata senza tener conto di eventuali proteste da parte dei team creativi e della leadership”.

Disney e la comunità LGBTQ+

Un’accusa pesante considerando che la Disney è diventata negli anni – anche grazie a cause impugnate a causa di discriminazioni – una delle aziende più “gay friendly” d’America. Il “brand” gode oggi di enorme favore nella comunità LGBTQ+, dai parchi alle crociere ai matrimoni tra persone dello stesso sesso che venivano celebrati a Disney World e Disneyland prima ancora di diventare legali nei rispettivi stati.

Il “comparto gay” rappresenta quindi un settore commerciale importante per la Disney, che per questo dovrebbe promuove maggiore inclusione sociale anche con personaggi gay all’interno dei propri film.

Personaggi gay nei film: non pervenuti

Proprio su questo si riaccende la polemica. La dichiarazione d’accusa dei dipendenti non menzionava quali film Pixar avevano superato la censura, né quali decisioni creative erano state tagliate o cambiate. Ma è pur vero che lo studio di animazione ha inserito pochissimi personaggi gay nei suoi lungometraggi animati: l’ultimo, nel 2020, fu in Onward, dove Lena Waithe presta la voce a una poliziotta da un occhio solo che fa riferimento alla “sua ragazza”. (Film ancora al bando in Paesi in cui l’omosessualità viene considerata un reato, come Kuwait, Oman, Qatar e Arabia Saudita, mentre in Russia è uscito con la traduzione più neutra di “partner”).

La mala gestione dell’amministratore Chapek

In seguito al clamore suscitato dalle accuse delle persone LGBTQ+, l’amministratore Chapek ha fatto  retromarcia chiedendo scusa agli impiegati in una lettera in cui dice di “aver compreso la necessità di una presa di posizione più netta”.
Il bacio omosessuale è stato reinserito nel film prequel di Toy Story di prossima uscita, ma gli attivisti LGBTQ+ non sono soddisfatti e reclamano azioni più specifiche. Ad esempio, un pieno riconoscimento dei loro diritti e una maggiore dedizione della Disney verso la causa dell’uguaglianza.

Le polemiche sui contributi ai repubblicani

Al polverone suscitato dalla mala gestione dell’amministratore Bob Chapek, si è aggiunto lo scalpore della rivelazione dei contributi forniti dalla casa Disney ai repubblicani della Florida. Non ha aiutato la dichiarazione di Chapek sulla sospensione di “ogni ulteriore contributo politico” in Florida: gli stessi impiegati hanno reclamato “sanzioni” specificamente mirate ai conservatori e una presa di posizione più chiara e netta contro leggi che lo stesso presidente Biden ha definito “odiose”.

L’opposizione e il malcontento interno si è allargato alle consociate Pixar e Marvel e perfino al predecessore di Chapek, Bob Iger, e si è coalizzata online con petizioni e la creazione di un sito tramite il quale sono state organizzate le proteste.

Marta Fresolone

 

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