Disoccupazione giovanile: il Covid-19 acuisce le iniquità

Il tema della disoccupazione giovanile in Italia è un ritornello che risuona da troppi anni, tanto da non fare più notizia. Ci troviamo stabilmente al penultimo posto in Europa, davanti soltanto alla Grecia, per quanto riguarda il tasso di occupazione giovanile. Nel nostro Paese le giovani generazioni, oltretutto, sono anche quelle che patiscono maggiormente il precariato e che percepiscono i redditi più bassi. Secondo i dati Istat del 2019 infatti, lo stipendio medio per gli under 30 al primo impego si attesta sugli 830 euro e la media complessiva dei redditi mensili per questa fascia d’età non raggiunge i 1000 euro. Se l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, già ad inizio 2020, prevedeva un futuro caratterizzato da una generalizzata incertezza per quanto concerne le prospettive occupazionali dei giovani, in che misura il Covid-19 ha esacerbato questo scenario già di per sé così poco promettente?

I dati Istat sulla disoccupazione giovanile

Il tasso dei giovani occupati del secondo trimestre del 2020 in Italia è diminuito di 1,3 punti percentuali rispetto all’ultimo trimestre del 2019. Se durante la prima ondata della pandemia per gli over 50 le condizioni occupazionali sono rimaste stabili, la fascia più giovane ha subito in soli quattro mesi un contraccolpo che vanifica buona parte della lenta risalita accumulata negli anni precedenti. A ottobre 2020 il tasso di disoccupazione degli italiani è rimasto stabile, ma quello dei giovani è salito dello 0,6%. Che si tratti di un definitivo colpo di grazia è evidente, e lo confermano anche le parole del presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo:

“Gli effetti della crisi occupazionale dovuta all’emergenza sanitaria si sono in prevalenza ripercossi sulle componenti più vulnerabili del mercato del lavoro (giovani, donne e stranieri), sulle posizioni lavorative meno tutelate e nell’area del Paese che già prima dell’emergenza mostrava le condizioni occupazionali più difficili, il Mezzogiorno.”

Neolaureati ai tempi del Covid-19

Almalaurea fornisce un indice abbastanza affidabile del trend della disoccupazione giovanile in Italia tra i neolaureati.  La fotografia che ci restituisce l’analisi delle rilevazioni della banca dati del consorzio universitario non è per nulla confortante:  -9% di occupati registrato nei primi 5 mesi del 2020 tra i laureati di primo livello dell’anno precedente, a fronte di un aumento del 4,5% del tasso di disoccupazione rispetto al 2019. Tasso che si attesta invece all’1,6% per i laureati di secondo livello. Peraltro, i già marcati differenziali di genere e territoriali si sono accentuati considerevolmente negli ultimi mesi.

La richiesta di CV da parte delle aziende a novembre 2020 si è ridotta di un quarto rispetto all’anno precedente, con un ribasso in tutti i settori ad eccezione di quello medico. E dire che il 2020 si era aperto con un significativo aumento delle richieste di curricula dalla banca dati di Almalaurea (+15,1%). Richieste che hanno subito poi una flessione proceduta di pari passo con l’andamento della situazione epidemiologica, fino a toccare il punto più basso a maggio (-55,8%). A seguito di una lenta ripresa estiva, dallo scorso settembre è iniziata una nuova regressione dovuta alla seconda ondata epidemica.

La sorte peggiore è capitata a coloro i quali si sono laureati nel 2020. Nel loro tempismo imperfetto, sono stati proclamati dottori davanti ad uno schermo rinunciando ai festeggiamenti, per poi iniziare la ricerca del lavoro in un periodo connotato dalla rilevazione della più alta disoccupazione giovanile in Italia dal 2008.

Buone notizie (forse) per gli stagisti

I vizi capitali del mercato del lavoro nei confronti di chi ci si affaccia per la prima volta sono ben noti: saturazione in molti settori, stipendi che spesso non permettono di coprire il costo della vita nelle grandi città facendo aumentare i divari territoriali, per non parlare dell’ossimorico “cercasi apprendista con esperienza”.

A proposito degli stage, una flebile nota di speranza sembrerebbe però provenire da Bruxelles: la recente approvazione della proposta di “Risoluzione del Parlamento europeo sulla garanzia per i giovani”. Un testo attraverso cui l’organo legislativo dell’UE finalmente condanna esplicitamente «la pratica degli stage, dei tirocini e degli apprendistati non retribuiti», specificando che la gratuità «costituisce una forma di sfruttamento del lavoro dei giovani e una violazione dei loro diritti». Una pratica che, tra l’altro, era diffusa nelle stesse istituzioni europee. Riuscirà una semplice risoluzione non vincolante a sradicare un modus operandi tanto diffuso quanto deplorevole, che pare accomuni in lungo e in largo tutto il continente? Ai posteri l’ardua sentenza.

Un’opportunità da cogliere contro la disoccupazione giovanile

Quel che risulta essere chiaro è che le conseguenze economiche dovute all’emergenza sanitaria hanno avuto un impatto non omogeneo sulle diverse categorie demografiche. I giovani sono parte di una schiera di vittime collaterali e silenti di un’ennesima crisi, che accavallandosi alla precedente divarica ulteriormente le lame della celebre forbice sociale. Una crisi che acuisce ancor di più lo spaesamento di una generazione fremente e sgomitante, alla spasmodica ricerca del suo posto. Ma se i dati ci forniscono un quadro tanto eloquente, una domanda sorge spontanea: perché nemmeno un capitolo del progetto di Recovery Found pone la questione della disoccupazione giovanile?

Marco Giufrè

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