Disperata apologia del compensato

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Disperata apologia del compensato

Noi siamo un paese moderno e all’avanguardia. A dimostrarlo è stata proprio la visita a Roma del Leader iraniano Rohani. I nostri lungimiranti governanti, pur di non offendere il “loro” gradito ospite, hanno trovato giusto e “sacrosanto” coprire delle statue classiche ai Musei Capitolini con dei pannelli in compensato.

Sarebbe facile infierire a questo punto e unirsi al coro di sfottò che si è alzato in tutto il resto del mondo per l’accaduto. E invece no. Io invece voglio soffermarmi sulla delicatezza e l’uniformità del compensato bianco che copriva le statue.

Noi non abbiamo capito niente! L’operazione è stata di avanguardia, un gesto artistico non comprensibile da tutti. Noi siamo troppo avanti per i contemporanei.

Le forme coperte rappresentano ciò che la modernità oggi rifiuta, quello di cui oggi crede di non aver più bisogno. Esse sono complesse,  richiedono conoscenza, attenzione, meditazione e un minimo sindacale di senso estetico. In poche parole coscienza storica a riflessione. Au contraire, il compensato bianco è semplice, elementare … insomma, tanto arido quanto “facile facile”.

Il compensato può essere tranquillamente una finestra chiusa, un touchscrenn a batteria esausta, uno schermo piatto senza corrente elettrica. In pratica la piatta e arida uniformità che colora virtualmente la nostra realtà. Non è piatto ciò che è bello ma è piatto ciò che piace.

Certo, l’operazione avanguardista ha le sue pecche; infatti – per forza di cose – si è stati costretti a una tridimensionalità che ci complica un po’ la vita, ma non si poteva fare altrimenti: purtroppo gli artisti classici (poveracci!) le statue le facevano così. Non è colpa loro, cerchiamo di capire che quei “primitivi” rappresentavano il vecchio, l’antico. Mica erano evoluti come noi? “Loro” erano limitati.  Siamo quindi comprensivi e teniamoci la “parallelepipedetà” come imprecisa metafora della bidimensionalità del nostro contemporaneo. Maledetto e volgare senso dello spazio che ci costringe a rammentare di botto che siamo nel mondo!

Superata l’inevitabile complicazione “spaziale”, torniamo alla potente rappresentazione di prosaicità dimostrata nel coprire delle straordinarie forme in marmo.

Il marmo appunto. Materiale originario, roccia eccessiva, bianca e volgare metafora che ci lega ancora “minerariamente” al mondo. Nessun distacco quindi da un certo tipo di “naturalità”, da un’ appartenenza al mondo dalla quale, oggi, tentiamo in tutti i modi da prender congedo. No, troppo eccessivo e grezzo per i nostri standard.

E poi pensiamo a quanto lavoro manuale quella pietra ha richiesto. Vi sembra normale dover guardare una forma che è stata addirittura scalpellata, modellata e rifinita? E’ inaccettabile! L’artista, per quanto abile – e dotato di raffinatissimo gusto -, doveva essere poco più che un artigiano. Che volgarità! Quanta manualità inutile che involgarisce l’opera. Noi non omettiamo volontariamente di sapere che dei bambini schiavizzati ci cuciono i nostri vestiti griffati, figuriamoci se ci interessa sapere come lavorava uno scultore morto da millenni. Mica siamo Luigi Pareyson?

Il compensato invece è laccato. Un liscio e uniforme intruglio pressato e tenuto insieme da una miriade di componenti chimici. Diciamolo, è tutta un’altra cosa. E’ una forma ideale, essenziale, semplice e … industriale. Un “pronto a portar via” smontabile e rimontabile altrove, riciclabile e quasi del tutto smaltibile. No, noi siamo troppo avanti.

Basta … non ce la faccio più a scrivere cazzate. Ma se proprio volevano evitare la vista delle statue nude a quell’antisemita, lapidatore di donne adultere e fautore della pena di morte di Rohani,  non potevano fare la furbata di mettere un cartello sui pannelli in compensato con su scritto “opera in restauro” ed evitavamo così questa “planetaria” figura di merda?

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Immagine: Tekkoman: 2001 a space odyssey monkeys

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