I divorziati possono accostarsi al sacramento della Comunione?

Una domanda e molte risposte possibili.

Da tempo la questione legata ai divorziati e alla Comunione è dibattuta sia nelle diocesi sia dal Pontefice stesso. Ma il verdetto di questa diatriba qual è?

Posso i divorziati accostarsi al sacramento della Comunione?
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Quella della comunione ai divorziati è una questione a lungo discussa e molto spinosa. Le posizioni del clero nei confronti di questo tema non sono mai state concordi. C’è chi nega assolutamente questo sacramento ai divorziati risposati e chi invece lo concederebbe, ma solo in alcuni casi. Cerchiamo dunque di fare il punto della situazione.




Comunione ai divorziati risposati se casti

Nel 2015 aveva creato molto scalpore una dichiarazione del cardinale Ennio Antonelli, ex presidente del Pontificio Consiglio della Famiglia ed ex arcivescovo di Firenze. Nel suo libro Crisi del matrimonio ed eucarestia aveva scritto che la comunione può essere concessa ai divorziati risposati solo ad una condizione: «la perfetta continenza sessuale» o l’impegno «a vivere come fratello e sorella». Il perché lo spiegava così:

«le unioni illegittime dei divorziati risposati e dei conviventi sono fatti pubblici e manifesti. La Chiesa le disapprova come situazioni oggettive di peccato. Se le approvasse quasi fossero il bene che al momento è possibile per essi, devierebbe dalla legge della gradualità alla gradualità della legge, condannata da san Giovanni Paolo II».

Ma come si può anche solo immaginare che due coniugi vivano osservando la castità e comportandosi come fratello e sorella? Una cosa del genere è impossibile da praticare. Ma, soprattutto, come può un sacerdote verificare che tale coppia stia rispettando questa “norma restrittiva”? Di certo, non vive con loro e non può controllare se condividano lo stesso letto o meno. Sembra davvero assurda una proposta del genere e infatti non sono mancati i commenti polemici ed ironici a riguardo.




La posizione del Pontefice

Papa Francesco ha, sin dall’inizio del suo pontificato, manifestato la volontà di riformare e modernizzare la Chiesa cattolica, per renderla più al passo con i tempi e più vicina ai fedeli e alle loro necessità. Tra questi fedeli vi sono anche numerosi divorziati risposati, che non possono essere ignorati. Dunque il Pontefice ha dichiarato nel capitolo VIII di Amoris Laetitia quanto segue:

Si tratta di integrare tutti, si deve aiutare ciascuno a trovare il proprio modo di partecipare alla comunità ecclesiale, perché si senta oggetto di una misericordia “immeritata, incondizionata e gratuita”. Nessuno può essere condannato per sempre, perché questa non è la logica del Vangelo! Non mi riferisco solo ai divorziati che vivono una nuova unione, ma a tutti, in qualunque situazione si trovino (Amoris Laetitia, 297)

I divorziati che vivono una nuova unione, per esempio, possono trovarsi in situazioni molto diverse, che non devono essere catalogate o rinchiuse in affermazioni troppo rigide senza lasciare spazio a un adeguato discernimento personale e pastorale. Una cosa è una seconda unione consolidata nel tempo, con nuovi figli, con provata fedeltà, dedizione generosa, impegno cristiano, consapevolezza dell’irregolarità della propria situazione e grande difficoltà a tornare indietro senza sentire in coscienza che si cadrebbe in nuove colpe (Amoris Laetitia, 298).




Una svolta nella Chiesa?

Dichiarazioni del genere sono state sconvolgenti per il mondo ecclesiastico. Il Papa ci ha tenuto a specificare che è necessaria una maggiore apertura nei confronti dei divorziati risposati: bisogna accoglierli e non scacciarli. Ognuno di loro ha una storia diversa e non si può condannare la scelta di un divorzio, a priori, senza conoscerne i motivi. Senza dimenticare che i divorziati non sono di certo dei criminali colpevoli di chissà quali orrende colpe. L’aver messo fine ad un precedente matrimonio non è un reato e, di sicuro, non è una scelta presa a cuor leggero. Chi è reduce da una separazione o da un divorzio ha provato sulla propria pelle cosa significhi lasciare una persona con cui sperava di condividere la vita, nella buona e nella cattiva sorte. Purtroppo, non tutte le storie d’amore hanno un lieto fine, perciò servirebbe più comprensione. Non è forse la Chiesa stessa a predicare il perdono e la carità nei confronti del prossimo? In fondo, Gesù stesso diceva: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori». (Matteo 9, 12-13)

Carmen Morello

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